Pane: Intervista a Claudio Orlandi – di Gabriele Peritore

Grazie alla gentile concessione dell’etichetta New Model Label che ci ha permesso di distribuire il disco “Orsa Maggiore” dei Pane, in allegato al sesto numero cartaceo della nostra rivista Magazzini Inesistenti e riservato agli associati, abbiamo avuto modo di conoscere nel dettaglio, a cinque anni dalla pubblicazione, i brani di questo album che uniscono in maniera esemplare Musica e Poesia, viaggiando sulle sintonie umorali della pazzia creatrice. Poi, abbiamo avuto l’occasione di porgere qualche domanda a Claudio Orlandi, voce dei Pane e autore dei versi di questo album davvero bello e penalizzato solo dai meccanismi assurdi di una diffusione affidata solo a pochi meritevoli operatori del settore.
La Band ha già all’attivo varie pubblicazioni e si esibisce fin dagli anni novanta, la mia curiosità mi spinge sin da subito a chiederti qualcosa sul significato del nome Pane e a quali richiami possa riferirsi. 
Ricordi il momento del vostro incontro e la realizzazione del vostro primo progetto?
Si, come hai già ricordato, il Pane è attivo fin dagli inizi degli anni 90, quando con Maurizio Polsinelli e Vito Andrea Arcomano abbiamo iniziato a suonare insieme. In realtà il nome Pane è nato quasi prima del gruppo, prendendo spunto da una situazione scherzosa; col tempo ha acquisito tutta una serie di significati che hanno finito per delineare la nostra cifra stilistica. Si è così legato alla naturalezza dei suoni acustici, ad una immediatezza dell’impatto sonoro e fisico, ad una ricerca armoniosa degli elementi che ne compongono il corpo musicale. Il nome è anche simbolo di congiunzione tra l’alto e il basso, sacro e profano, durezza e dolcezza, punto di contatto e unione che si impone nella sua semplicità. Il gruppo nacque con l’obiettivo di scrivere canzoni in lingua italiana in un territorio tra la canzone d’autore ed il rock, ma sempre in chiave acustica e con testi di valore. Ci affascinava ricreare situazioni sonore “visionarie” con pianoforte, chitarra acustica e voce. Su questo terreno abbiamo incontrato nei primi anni diverse persone che hanno suonato con noi fino alla definizione del gruppo storico, con Claudio Madaudo al flauto traverso e Ivan Macera alla batteria. Nei primi anni abbiamo suonato moltissimo, provavamo anche tre/quattro volte a settimana e affinando i nostri strumenti e le nostre capacità. Nel primo decennio abbiamo registrato vari demo e scritto decine di pezzi che poi abbiamo ulteriormente lavorato nella fase di registrazione dei dischi veri e propri, il primo dei quali è “Pane” del 2003, seguito da “Tutta la dolcezza ai vermi” del 2008, “Orsa Maggiore” del 2011 e “Dismissione” del 2014.

Dall’ascolto di “Orsa Maggiore” si coglie una vostra propensione verso generi musicali diversi come il Rock prog, o il Jazz (soprattutto nell’uso della batteria) e il teatro canzone: pensi che l’intuizione sia giusta o c’è altro che abbiamo omesso e che ci vuoi far conoscere?
Dici bene, con Pane non ci siamo mai posti limiti di genere. Quando ci siamo incontrati eravamo giovani, intorno ai 20 anni, quindi con poca esperienza; il necessario per iniziare un percorso nel quale divertirsi a sperimentare, ricercare, imparare a suonare e cantare insieme. E’ stata una grande esperienza di crescita collettiva e lo è tutt’ora ovviamente. Devo dire che questa apertura non ci ha sempre avvantaggiato verso l’esterno, anzi, il fatto di rimanere un gruppo poco etichettabile in alcuni casi ci ha anche un po’ svantaggiato, in un contesto generale che tendeva – e tende tutt’ora – a creare categorie e 
incasellamenti su tutto, siamo rimasti una mina vagante della musica italiana; Ma alla fine anche in questo siamo rimasti fedeli al nostro nome Pane, che a seconda dei casi, partendo da una base neutra può dare vita ad infinite commistioni con Rock Prog, Jazz, teatro canzone, cantautorato, minimalismo, poesia sonora, canzone etno-popolare. Se vogliamo trovare un comune denominatore di tutto il nostro lavoro possiamo dire che è immerso nel continuo dialogo con la Poesia alla quale siamo sempre rimasti fedeli.
Veniamo ai testi, penso che il modo che avete trovato di combinare la partitura musicale con il ritmo delle parole che compongono i tuoi versi sia uno dei punti di forza della vostra produzione. Ho trovato delle vicinanze ai lavori di Demetrio Stratos, Carmelo Bene e Jim Morrison. Ti ritrovi in questi paralleli?
Detto in estrema sintesi ti dico che senza la poetica di Jim Morrison e la musica dei Doors non so se avrei iniziato a cantare. Iniziai da ragazzetto proprio scimmiottando le loro canzoni. Quindi il riferimento a Morrison è assolutamente basilare e imprescindibile per capire il mio/nostro lavoro di creazione. Naturalmente lungo è stato il processo di traduzione di quell’esempio sul terreno della lingua italiana e con altre sonorità. Un discorso diverso va fatto per Demetrio Stratos, del quale è da poco trascorso l’anniversario di morte, il 13 giugno. Lui rappresenta un punto di passaggio imprescindibile per tutti coloro che in Italia – e forse non solo – intendono “cantare la voce”. Si tratta di una personalità straripante che per primo ha posto interrogativi di natura tecnica e politica all’uso della voce, alle sue infinite possibilità. In un certo senso con Stratos – che era figlio di genitori greci – la cultura vocale italiana si apre realmente ad una dimensione di studio e ricerca sul piano internazionale. Ha avuto moltissimi ammiratori ma pochissimi veri eredi. Nessuno si è spinto oltre nonostante la sua parabola di vita sia stata così veloce, è andato via veramente troppo presto… Di Carmelo Bene invece ti posso dire poco, perché lo conosco poco o nulla e non mi ha mai interessato realmente a tal punto da studiarne i movimenti e le forme, cosa che ho fatto invece con altri artisti tipo Franco Battiato o Giovanni Lindo Ferretti.
In “Orsa Maggiore” citi Gesualdo Bufalino, e da siciliano quale sono ti ringrazio per questo, cosa pensi di lui e della sua imprescindibile Letteratura?
Gesualdo Bufalino è uno dei più importanti scrittori italiani del secondo novecento. Quando lessi “Diceria dell’untore” rimasi senza parole. Era una cosa meravigliosa che qualcuno potesse ancora scrivere in lingua italiana in quel modo, era semplicemente sensazionale. Le cronache ci dicono che fu Leonardo Sciascia – altro monumento della nostra Letteratura – a scoprire il suo genio ed a convincerlo alla pubblicazione. Per questo ringraziamo entrambi. Del resto la terra siciliana ci ha sempre regalato grandi menti letterarie: è una tradizione che amo sinceramente. Quando scoprii il valore di Bufalino ero per un periodo a Berlino e lessi diversi suoi libri presi in prestito dalla biblioteca dell’Università statale. In particolare la raccolta di Poesia “Bitterer Honig” (“L’amaro miele”) dalla quale ho preso il testo della poesia Lamento del viaggiatore, che con alcuni versi aggiunti è diventato il testo di Samaria, uno dei pezzi più intensi di “Orsa Maggiore”. “A piedi nudi venitemi dietro, lapidatemi da lontano” è un verso che trovo di una profondità visionaria incredibile. Cantarla è un’esperienza quasi mistica e ci permette di aprire un dialogo profondo con le radici del meridione d’Italia.
Inoltre citi Victor Cavallo e Vladimir Majakovskij, il poeta che ispira il brano che dà il titolo all’intera opera. Vuoi parlarci del tuo rapporto con questi poeti? Quali sono gli altri che ti ispirano?
Una delle cose che amo fare di più è leggere, e la lettura di Poesia è una pratica che mi accompagna quasi quotidianamente, per questo i riferimenti poetici sono numerosi e sempre in evoluzione, è una scoperta continua. Dopo i primi timidi approcci adolescenziali ai classici della Poesia italiana, dove Giacomo Leopardi e Ugo Foscolo hanno rappresentato sicuramente delle vette, è stato grazie a Jim Morrison che mi sono definitivamente votato alla passione poetica. Da Arthur Rimbaud e Paul Verlaine alla Beat Generation il passo è stato breve. Allen Ginsberg mi ha quasi forgiato a livello psichico intorno ai 20 anni. Ero invasato di questi testi che combattevano l’omologazione culturale, il consumismo ed ogni forma di controllo sociale. Tutti temi che a mio modo di vedere andavano a braccetto con papà Marx, ma umanizzato all’ennesima potenza e messo al servizio della libertà d’espressione e non della sua negazione, così come è stato poi nello sviluppo storico. Su questa traiettoria era inevitabile l’incontro con Pier Paolo Pasolini, ma anche con altri grandi della Poesia mondiale come Rainer Maria Rilke, Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Nâzım Hikmet, e tanti altri che evito di elencare. Il dialogo tra Pane e la Poesia è quindi un pilastro della nostra storia artistica, sin dalle prime sperimentazioni e creazioni. Ricordo di aver iniziato musicando poesie di Rimbaud, William Blake, Khalil Gibran, ma anche testi di Albert Camus. Nel nostro primo disco del 2003 abbiamo inserito un pezzo titolato Insonnia che riprende una lunga poesia di Sylvia Plath, mentre in “Tutta la dolcezza ai vermi” ci sono testi di Mandel’štam e Antonio Porta, sicuramente uno dei maggiori poeti italiani della sua generazione. L’interesse alla Poesia è vivo anche verso la poesia contemporanea, soprattutto italiana, e questo ha portato alla realizzazione di “Dismissione”, un intero disco dedicato alla problematica dell’amianto, per il quale abbiamo interpretato a nostro modo il libretto di Fabio Orecchini per la produzione di Luca Sossella. Di Majakovskij non credo sia necessario ribadire l’importanza che ha avuto e continua ad avere nell’immaginario poetico di milioni di lettori; anch’egli una personalità di un carisma spaventoso ed appartenuto ad un tempo mitico della storia dell’umanità. Per “Orsa maggiore” ho giocato un po’ con il testo La lunga marcia ed alla fine ne è uscito il testo definitivo che credo sia congeniale alla progressione musicale; ma questo, come molti altri pezzi, è nato all’unisono, da improvvisazioni musicali sulle quali cantando le parole si è andata via via formando la canzone vera e propria. Certe volte sono le parole stesse che si compongono in un modo tale da rendere il pezzo così com’è (in alcuni casi ci vogliono anni prima di raggiungere la posizione finale). Qualcosa di simile è accaduto con il testo di Victor Cavallo, un artista scapestrato della Roma degli anni Sessanta; anche lui se n’è andato via abbastanza presto nel gennaio del 2000 a soli 52 anni, corroso dalla vita e dall’alcool. Io non ho avuto modo di conoscerlo di persona eppure, vedendo le sue foto, mi ha sempre lasciato un’impressione di grande familiarità e non escludo che in realtà lo abbia incontrato più volte nelle periferie romane senza sapere chi fosse. La sua è una poesia estrema, caratterizzata da un’assoluta libertà espressiva, dove l’aulico ed il miserabile si mescolano in quadri di scelleratezza o massima esaltazione popolare. Negli ultimi anni è in corso una scoperta del suo lavoro – è conosciuto anche come attore, o l’ottore…come dice lui stesso in un suo spettacolo dedicato allo “Stalker” di Andrej Tarkovskij – ed in un certo senso siamo felici di aver contribuito con il nostro pezzo a questo risultato. Come si disse di Morrison, un buon modo di “spacciare poesia”.
Il tema di fondo di “Orsa Maggiore” è la pazzia, una sorta di follia creatrice, ma ci sono anche altri riferimenti: il viaggio, L’amore…
Personalmente ho apprezzato molto la tua recente recensione di “Orsa Maggiore” perché hai usato la pazzia come chiave di lettura del disco. In effetti è un sentimento che ci ha sempre accompagnato, un classico rapporto di amore odio con una delle manifestazioni più vere dell’identità dell’essere umano. Non a caso il pezzo che porta questo titolo si apre con un’affermazione disarmante “la pazzia ti raggiunge sincera”… una sincerità contro la quale è difficile difendersi e forse è inutile, visto che la pazzia è forse parte di noi più della famigerata normalità. Naturalmente ci sono altri temi affrontati nel disco, come il dubbio, il rapporto con la morte, ma anche l’esaltazione visionaria, la bellezza dell’armonia, la sensualità, le scelte politiche, l’amore universale come energia che attraversa la terra e le persone; ma è nell’arco della trilogia “Pane”, “Tutta la dolcezza ai vermi” e “Orsa Maggiore” che si dispiega pienamente la nostra poetica.
Gli argomenti da trattare sono ancora tantissimi ma è arrivato il momento di parlare dei progetti del presente e del futuro. Cosa bolle nella pentola di  Pane?
La discografia Pane sin qui disponibile è tutta frutto di un lavoro di gruppo svolto in cinque, appunto con Maurizio Polsinelli al pianoforte, Vito Andrea Arcomano alla chitarra acustica, Claudio Madaudo al flauto traverso, Ivan Macera alla batteria ed io alla voce. “Dismissione” del 2014 è stato l’ultimo lavoro che abbiamo registrato con questa formazione prima che si rendesse definitiva l’uscita dal gruppo di Maurizio e Ivan, che per ragioni diverse hanno deciso di prendere altre strade. Così Pane è da un paio di anni un trio: voce, chitarra e flauto traverso. In realtà Claudio ha intrapreso con grande passione e impegno lo studio del bansuri il flauto di bambù, uno dei più antichi strumenti musicali della musica classica indiana, ed il suo utilizzo ci sta dando nuove fantastiche possibilità sonore per le nostre ricerche musicali. Dopo l’uscita dal gruppo del pianoforte e della batteria non è stato facile, oltre all’aspetto emotivo-emozionale abbiamo dovuto fare i conti con il nostro suono, che trovava soprattutto nel pianoforte di Maurizio una colonna portante di tutto il progetto Pane. Lentamente, ma senza perdere tempo abbiamo ripreso la nostra discografia ed abbiamo reimpostato il lavoro con nuova formazione, utilizzando al massimo gli spazi acustici che si erano creati. Con voce e flauto abbiamo osato molto di più, ed anche la chitarra di Vito ha trovato altre voci con cui partecipare al suono collettivo. E’ stata una grande esperienza di riscoperta delle nostre origini sonore, dei nostri valori e della volontà di suonare ed esistere come Pane. In questo percorso abbiamo riattualizzato canzoni del nostro repertorio, scritto nuovi pezzi e dato spazio ad un progetto che ha finito per coinvolgerci molto, ossia la realizzazione di un disco tributo ai Doors, un gruppo che fin da ragazzi ha sempre influenzato il nostro approccio alla musica ed anche alla vita. Abbiamo iniziato per divertimento arrangiando alcuni brani, poi ci abbiamo preso gusto e così è nata l’idea di registrare un disco vero e proprio che si chiamerà “Pane play Doors”. Un disco interamente suonato in tre (voce, chitarra acustica e flauto traverso/bansuri) e contenente, tra gli altri, brani storici come The Crystal Ship, People are strange, Light my fire e l’incredibile The End. Dopo circa un paio di anni di lavoro in sala, poche settimane fa abbiamo iniziato il lavoro vero e proprio in studio di registrazione e contiamo di ultimare il tutto prima dell’estate. Sarà una sorpresa anche per noi. Parallelamente a questo lavoro doorsiano abbiamo scritto le canzoni per il nuovo disco Pane di inediti, che rappresenta al momento il nostro obiettivo più importante. Conterrà canzoni che erano già presenti nell’archivio del gruppo in attesa di essere messe su disco, ma anche brani composti in questi ultimi mesi, ai quali crediamo molto, sia sotto il punto di vista musicale che di significato, in perfetto stile Pane. Anche questo disco è quasi ultimato in tutte le sue parti ed appena chiuderemo “Pane play Doors” torneremo in studio per registrarlo. Forse si chiamerà “Fresh Bread”, ma è solo un’idea.. chissà cosa accadrà in fase di registrazione.
Grazie per la chiacchierata e in bocca al lupo per i prossimi lavori.
Grazie mille a voi, Forza “Magazzini Inesistenti”! Baci di Pane a tutti.

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2 pensieri riguardo “Pane: Intervista a Claudio Orlandi – di Gabriele Peritore

  • giugno 30, 2017 in 7:26 pm
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    “C’è una crepa in ogni cosa.
    È da lì che entra la luce.”
    Leonard Cohen

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