Pane… dal vivo alla “Pecora Elettrica” – di Gabriele Peritore

Seguo la formazione romana dei Pane già da un po’ di tempo, sono un estimatore di Claudio Orlandi e della sua compagine; ho avuto modo di parlare con lui già in svariate occasioni e di recensire i precedenti lavori ma non ho avuto mai opportunità di vederli dal vivo. Così, domenica otto ottobre, ho colto l’occasione al volo per assistere alla loro esibizione. Il concerto si è tenuto presso la libreria “La Pecora Elettrica” che oltre ad avere un piccolo ma ben attrezzato spazio per gli eventi live, ha il merito di avere aperto i battenti nel quartiere di Centocelle, un rione periferico che da un po’ di anni cerca il riscatto sociale e la valorizzazione attraverso gli investimenti di eccellenze di varia natura. La libreria ha una bellissima vetrata angolare che fa da parete; Claudio Orlandi prende posto al centro del palchetto improvvisato con la vetrata alle spalle, alla sua destra Claudio Madaudo al flauto traverso, e Vito Andrea Arcomano con la chitarra acustica, alla sua sinistra. Nei lavori che ho imparato a conoscere dei Pane ho sempre apprezzato il loro modo di distribuire la creatività artistica tra i cinque strumenti; prima c’erano anche la batteria e il pianoforte. Adesso invece si dividono i compiti in tre, nella nuova e definitiva formazione. Claudio scalda la voce in una magnifica e lunga introduzione che permette di creare l’atmosfera e accompagna l’ascoltatore verso la consapevole fruizione dei brani in scaletta; un viaggio lungo la loro intera produzione, dai primi album a quelli che devono ancora uscire. Il flauto, acrobatico, soffiato con potenza, mantiene sempre il suo impatto folk prog, per poi diluirsi in liquide linee melodiche che fanno da filo conduttore. La chitarra pizzicata sempre magistralmente, tra nervoso ronzio e delicata carezza sonora, sostituisce, con la sua fibra scoperta e incalzante, la fase ritmica. Non ci sono più la frenesia Jazz delle percussioni e le fughe rocambolesche ed espressioniste del pianoforte, ma rimane l’asse portante della voce di Claudio Orlandi che con la sua intensità e capacità interpretativa non fa mai calare la qualità dell’esecuzione. Così mi godo i brani tratti dall’omonimo “Pane”, da “Tutta la dolcezza ai vermi”, o da “Orsa Maggiore”, le cover di canzoni care al cantante, le reinterpretazioni dei brani dei Doors, tra cui la bellissima Alabama Song e le perle rare di brani mai incisi ma sempre nel loro repertorio. Claudio riesce a passare, con controllata energia, dall’intimismo autoriale all’urlo contenuto, in grado di trasmettere, nello stesso tempo, inquietudine e toccare sensibilmente l’interiorità dell’ascoltatore, per poi innalzarsi a creare l’incanto nella nuova dimensione spirituale del suo canto. La sua voce è ampia e raggiunge tutto e tutti e non sembra mai soddisfatta, vorrebbe andare oltre, sbraccia, si dimena. Sembra che voglia impadronirsi della sua cassa toracica per alzarsi, saltare, rimbalzare in maniera dionisiaca trascinato dai ditirambi. Sembra che il corpo di Claudio voglia cantare nella sua totalità, da ogni sua luccicante cellula… e invece sta lì sullo sgabello dietro il leggio. Pane dal vivo è un’esperienza catartica, anche nella nuova formazione. Assolutamente da non perdere.

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