Ozzy Osbourne: “Ordinary Man” (2020) – di Warden

John Michael “Ozzy” Osbourne, nato a Birmingham il 3 dicembre 1948… c’è davvero bisogno di una presentazione? Tutto fuorché “un uomo comune”, come invece recita il titolo del suo ultimo disco, “Ordinary Man”, dodicesimo album in studio prodotto da solista, uscito il 21 febbraio 2020 per la Epic Records. Ozzy Osbourne, il Principe dell’Oscurità, il Padrino dell’Heavy Metal – anche se lui dice di considerarsi al massimo “il fratello maggiore”. Un uomo il cui nome è trasceso nel leggendario, vuoi per la fama ottenuta da frontman degli storici Black Sabbath, vuoi per i suoi eccessi. Non un grande amico degli animalisti, questo è certo. Nel 1981, dopo otto album con i Black Sabbath, agli albori della propria carriera solista, durante un incontro con i dirigenti dell’etichetta discografica Columbia Records, Ozzy stacca a morsi la testa di due colombe che avrebbe dovuto invece rilasciare in volo come segno di pace, secondo quanto riporta il giornale americano The Des Moines Register. Ancora più famoso quello che è passato alla storia come “l’episodio del pipistrello”.
Nel 1982, durante un concerto, Ozzy si vede lanciare un pipistrello sul palco. Intervistato successivamente, il cantante sostiene che ai tempi fosse convinto che il pipistrello fosse di plastica, e per questo di avergli staccato la testa con un morso. Sempre secondo il The Des Moines Register, il pipistrello era stato lanciato da un ragazzo, allora diciassettenne, di nome Mark Neal, che sostiene di aver portato al concerto l’animale già morto. Stando invece a quanto si legge nel booklet della riedizione del 2002 del secondo album in studio di Ozzy, “Diary of a Madman” (1981), non solo il pipistrello era ancora vivo, ma è riuscito anche a morderlo, cosa che ha costretto il cantante a sottoporsi ad un trattamento per la rabbia. Episodi molto discussi e molto controversi, che hanno di fatto ampliato la già consistente fama del cantante, costruitasi nel precedente decennio di lavoro con i Black Sabbath. Controversa e non troppo pacifica anche la sua separazione dai Black Sabbath: Ozzy è stato cacciato nel 1979 dal chitarrista Tony Iommi, perché le droghe e l’alcool lo stavano portando ad un livello tale da azzerare i suoi input e la sua voglia di lavorare con gli altri.
Questi e altri dettagli si trovano nel libro di Steven Rosen “The Story of Black Sabbath: Wheels of Confusion”, pubblicato nel 1996. C’è da chiedersi come riesca un uomo di settantadue anni, specie con lo stile di vita che ha condotto – dei quali i due episodi narrati sono solo gocce nell’oceano – a scrivere, registrare e produrre il proprio dodicesimo album in studio da solista. Già, perché dopo ben nove LP in studio con i Black Sabbath, tra i quali l’apprezzato album conclusivo “13” (2013), e undici dischi da solista, una domanda sorge spontanea. Cosa può avere ancora da dire Ozzy Osbourne? Dopo ormai cinquant’anni di carriera, è possibile che quest’uomo sia ancora capace di scrivere qualcosa che non sappia di già sentito, che schivi i rischi dell’auto-citazionismo forzato, e che sia fresco e interessante? Non resta che far calare la puntina sul vinile e scoprirlo. Arioso e corale nei suoi primi secondi, il pezzo d’apertura, Straight to Hell, crea un’atmosfera in forte contrasto con il titolo, contrasto non destinato a durare molto. Chitarra, basso e batteria fanno il loro ingresso subito, uno strumento dopo l’altro, e costruiscono un riff terzinato di forte impatto.
Brano coinvolgente e carismatico, si sente più che mai quanto il lavoro di registrazione sia stato curato in ogni sezione, specie il comparto vocale. Una produzione pulita e nitida, che mette in risalto tutte le frecce all’arco di Ozzy: struttura semplice, ritornello memorabile, un assolo di chitarra, finale caotico. Tutti elementi classici dell’Hard Rock / Heavy Metal anni 70 (e non solo). Di ben altro tenore All My Life, che si apre sulle note pulite di una chitarra quasi dolce. La struttura è quella classica di una ballad Hard Rock: strofe pulite, ritornelli con distorsione, melodie semplici, più morbide del brano d’apertura. Decisamente niente di nuovo sotto il sole fin qui, due brani godibili nello stile di Ozzy e niente di più. Più inquietante Goodbye, incentrata su un groove più lento e trascinato. Il brano arranca quasi con fatica, segue i lamenti della voce di Ozzy, che qui diventa ossessiva e sinistra. Un brusco cambio rivolta la canzone dopo due minuti e mezzo, un’accelerazione di ritmo lancia un momento di chitarra solista, il cantato si fa più serrato, il brano diventa martellante, per poi tornare al ritmo iniziale più lento. Scelta molto “vintage” questa, una soluzione di songwriting molto utilizzata dalle rock band del periodo dei Black Sabbath. Momento molto più soft la title-track, Ordinary Man, pezzo guidato dal pianoforte, che contiene un notevole featuring con Elton John.
Due icone dei rispettivi generi musicali che si prestano ad una collaborazione di questo genere non sono un evento così frequente, e il brano si presenta come tra i migliori del lotto, se non altro per l’eredità che raccoglie e racconta, anche nel testo: “Don’t know why I’m still alive. Yes, the truth is I don’t wanna die an ordinary man” (Non so perché sono ancora vivo. Sì, la verità è che non voglio morire come un uomo qualunque). Under the Graveyard sembra proseguire il percorso soft tracciato dal precedente brano, salvo animarsi più avanti. Notevole la prova vocale di Ozzy che, per quanto aiutato qui e là dai “trucchetti” dello studio, si dimostra sorprendentemente in forma per l’età che ha. Divertente il riff d’apertura di Eat Me, dalla quale sembra impossibile staccarsi: un’atmosfera coinvolgente e ben azzeccata. L’oscurità si fa ancora più fitta con la densa Today is the End. Il crescendo di Scary Little Green Men mostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che anche un artista con tutta questa esperienza può ripercorrere soluzioni già utilizzate, ma rivisitandole senza banalizzarle. Holy for Tonight, nono pezzo, chiude su una nota soft una prima parte del disco.
Nove brani che, è vero, non aggiungono particolari novità alla carriera del Principe dell’Oscurità, ma che fanno il loro sporco lavoro. Non solo: si percepisce una certa cura, le canzoni non sono state trattate con sufficienza. Nessuna soluzione innovativa di songwriting, certo, ma nemmeno banalizzazioni estreme. Le idee ci sono e si sentono, non sono diluite sotto strati di banalità come a volte accade, e come sarebbe lecito aspettarsi. Il fascino malvagio di Ozzy permea da ogni traccia, il suo carisma trionfa su ogni cosa e rende godibili anche i brani più “già sentiti”. Le vere novità arrivano negli ultimi due brani: It’s a Raid, decimo pezzo, eseguito con la partecipazione del rapper e cantante Post Malone.
Si può apprezzare il tentativo di reinventarsi ma dipende se vi piace sentire una voce con tutto quell’autotune in un brano di Ozzy Osbourne, senza contare che il pezzo in sé non parte da alti standard, benché si presenti grintoso e pestato. Stesso discorso per la traccia bonus Take What You Want (un brano in cui Post Malone ha preso parte anche la scrittura), eseguito in featuring con il rapper Travis Scott. Qui Ozzy si sente ben poco, fra l’altro, elemento che solleva dei dubbi sul senso che abbia avuto inserire questa canzone nel disco. Questi ultimi due brani sembrano un tentativo di aggiornamento non troppo riuscito. Di fatto, invece, “Ordinary Man” è un album che si presta ad essere apprezzato dagli estimatori di Ozzy Osbourne e dell’hard rock di quel periodo. Un artista che è sempre rimasto sé stesso, e che a settant’anni passati, nonostante non abbia nulla da dimostrare, è ancora qui, a ricordarci che lui non è mai stato e mai sarà un “Ordinary Man”.

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