“Orwell 2020” – di Riccardo Panzone

“Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui”
Così ha inizio il romanzo di George Orwell, “1984”, visione clinica e lucida di un lontano futuro immaginato nel 1948, ambientato in una Gran Bretagna dominata da un’anonima società del controllo che tutto vede, tutto sa, tutto indica e prescrive alla cittadinanza. In ogni casa c’è uno schermo che controlla e vede ciò che fanno i cittadini e, per strada, i medesimi strumenti non si perdono neanche un particolare della vita quotidiana della popolazione. Notizie dall’oriente, in questi giorni, stendono un inquietante ponte tra la fantasia di Orwell, profetica e romanzata, e la realtà delle cose che ci circondano, un disarmante trait d’union tra un futuro preconizzato che rischia di diventare presente e tra un passato che, oggi più che mai, rischia di ammantarsi di attualità.
“La nostra vita gestita da un’app”, così si apre la testimonianza di un imprenditore italiano, Lorenzo Mastroto, che apre uno squarcio surreale sulla vita quotidiana di Wuhan nei giorni incerti del post emergenza. Ascoltando le parole di Mastroto e rileggendo i passi di Orwell, un brivido freddo sale lungo la schiena nel momento esatto in cui la coscienza inizia a sospettare che tutta la nostra libertà, questa libertà che abbiamo sempre considerato intangibile e inesauribile, possa essere di colpo spazzata via a suon di decreti.
“L’applicazione imposta dal governo viene usata per pagare, per conoscere i negozi aperti e le zone vietate ma, soprattutto, traccia il minimo spostamento di ogni persona e decide chi può uscire di casa e chi no. Loro sanno da dove parto, dove arrivo e su quale treno sto viaggiando. Se una persona positiva ha viaggiato sul mio stesso mezzo allora possono rintracciarmi e mettermi in quarantena”. La descrizione impietosa di una schifosa esistenza quotidiana scandita dai rintocchi freddi ed autoritari di un’app.
La stessa applicazione inoltre conosce tutte le informazioni personali del titolare, idee, passioni, paure ed è presumibile che l’applicazione stessa possa tracciare, in favore dei controllori, un profilo completo di ogni soggetto. Proprio come accade al Signor Winston Smith nel romanzo quando, torturato psicologicamente dai suoi controllori, si rende conto che questi ultimi sono già perfettamente edotti della sua più grande paura: i topi. Il Grande Fratello sa tutto di tutti. Assonanze raggelanti ispirate dalle cronache quotidiane di un regime autoritario e dispotico come quello cinese, in cui la compressione dei diritti di libertà può esser quasi paragonato “al chicco di grano che va giù senza provocare dolore”. Tutto ciò potrebbe mai accadere nel democratico occidente? Evitando di guardare al passato, riflettiamo.
La “caccia all’untore” di questi giorni giorni, cittadini contro cittadini, sembra quasi ricalcare i “due minuti di odio” del romanzo di Orwell, due minuti in cui ai cittadini è concesso di sfogarsi contro un capro espiatorio indicato dal partito. E che differenza passa tra i controllori di partito Orwelliani e i tanti sindaci che oggi reclamano l’utilizzo di droni per spiare i movimenti non consentiti della cittadinanza? Cosa rappresenta la commissione di 76 saggi, costituita dal ministero dell’innovazione tecnologica che, proprio in relazione all’emergenza coronavirus, tra le altre cose ha al vaglio anche una possibile app in grado di tracciare gli spostamenti? È arrivato il momento di dare il benvenuto ad Orwell nel “nostro 1984”? Oggi più che mai dobbiamo essere vigili e incazzati, sensibili a ciò che accade intorno a noi, anche se sembra normale. Dobbiamo abituarci al dovere di essere rigidi guardiani della Costituzione e della nostra libertà.

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