“ORPHANS”: la Poesia Beat di TOM WAITS – di Daniele Vasco

“Mio padre mi disse ‘Guardati le spalle… Il migliore amico che avrai, è la ferrovia.’.
Quando compii tredici anni, dissi ‘Voglio trovare la mia via!’, così, lasciai il Missouri
e non tornai più a casa mia”… 
così tradotta, questa frase, non dice niente
Così, invece… “My daddy told me, lookin’ back / The best friend you’ll have is a railroad track
So when I was 13 said / I’m rollin’ my own / And I’m leavin’ Missouri and I’m never comin’ home”.
la mente arriva subito a riconoscere la strofa introduttiva di Bottom From The World, quinta traccia del primo disco della triplice raccolta (pubblicata nel Novembre del 2006) dal titolo…

“ORPHANS: Brawlers, Bawlers & Bastards” del Poeta Beat-Metropolitano che risponde al nome di Tom Waits.
Orphans è una raccolta formata da ben tre dischi. Tre romanzi dedicati a diverse storie che parlano di emarginati, vagabondi, bugiardi, amori corrisposti e non, aneddoti e poesie beat. Un totale di 56 canzoni, di cui 30 inedite, in cui si può apprezzare tutto lo spettro creativo di Tom Waits.
Le storie che vengono narrate, sono quelle tipiche del polistrumentista e cantante californiano, rintracciabili in tutti i suoi lavori discografici… dall’esordio con Small Change all’ultimo (almeno per ora) Bad As Me.
Però, già dal primo ascolto, risulta subito evidente come questi argomenti, in questo disco, assumano una profondità e uno spessore che si distacca dai precedenti lavori (e da quelli successivi).
Orphnas  si concretizza come un romanzo, suddiviso in tre capitoli.
Il primo capitolo (o disco, se preferite), s’intitola “Brawlers” (Urlatori)… andremo per ordine, per meglio comprendere, almeno sul piano musicale, la trama portante del disco.
I protagonisti di questa prima sezione potremmo inserirli nella categoria “Ribelli”: vagabondi, carcerati, persone in cerca di riscatto, donne pronte a tutto. Proprio da una storia che ha per protagonista una donna, parte il racconto di questo primo disco.
Una classica storia Lui & Lei, dove a parlare è l’uomo… la controparte femminile viene raccontata dalle sue sole parole. Una donna che possiamo immaginare nitidamente quella di Lie To Me. Il testo la descrive come una donna abilmente bugiarda, senza che l’uomo, però, riesca a farne a meno (“Never stop telling me lies.”). Un’astuta ammaliatrice, una creatura capace di guidare e tenere un uomo.
Sempre una donna a proseguire i racconti di “Brawlers”. In Low Down, troviamo un’altra femmina, o forse una ragazza, in cui la paura non ha trovato terreno fertile:
“She’s a crooked sheriff in a real straight town.”. Uno sceriffo corrotto in una retta città. Una donna ribelle a suo modo che pensa e agisce, per quanto scorretto sia, infischiandosene e non condividendo il rigore delle leggi altrui; incamminandosi così per un sentiero che porta a una scientifica disfatta.
“She’s a rebel, she’s a yell. Oh yeah, my baby’s lowdown.”.
2:19 invece, ci riporta all’ascolto di una storia d’amore (neanche a dirlo) finita bruscamente.
“My baby’s leaving town on the 2:19.”. Lei, se n’é andata e non tornerà da lui… che non vuole credere alla fine della storia con la donna che ama… all’improvviso, senza una parola.
Una storia di per sé strana, ironica e quasi irreale si distende sulle note di Fish In The Jailhouse.
Qual’è il desiderio più profondo di un carcerato? Uscire di prigione, ovvio! Esistono vari modi per farlo;. alcuni leciti e complicatii… altri più sbrigativi, anche se non molto ortodossi. Uno su tutti: Evadere.
Questo è quello che vuole fare un certo Peoria Johnson, il protagonista di questa canzone.
Per mettere in atto il suo piano ha bisogno di una cosa sola: All I need me, is an old fish bone!”.
Una cosa che è subito chiara, dopo aver ascoltato questi primi quattro brani, è lo stile musicale su cui le linee melodiche del primo dei tre dischi sono costituite: canzoni che trasudano Blues ad ogni nota, impreziosite da gustose variazioni… tra il rockabilly psichedelico di Lie To Me, il rock sperimentale di 2:19 e il punk-rock sperimentale di Lowdown, variegato da inflessioni boogie.
La quinta traccia del primo disco, ve l’abbiamo presentata all’inizio di quest’articolo…
Bottom From The World. La storia di un viaggiatore poco più che ragazzino in cerca della sua strada.
Una storia romantica con sprazzi di ironia (“That fresh egg yeller is too damn rare. But the white part is perfect for slickin’ down your hair.”) tipica dello stile di Waits. Una ballata lenta e trasognata.
Il resto del primo capitolo di questa raccolta, prosegue su questi stilemi musicali, alternando brani tradizionali
(Lord I’ve Been Change) con cover illustri come The Story Of Jackie And Judy dei Ramones, riarrangiate in perfetto stile Tom Waits. Probabilmente, l’unico pezzo che potrebbe far storcere il naso, forse per l’argomento trattato, forse per la durata, forse per il risultato globale un po’ piatto e prolisso a nostro avviso, è Road To Peace: una canzone dal tema (fin troppo) attuale.
Passiamo quindi alla seconda parte della raccolta… “Bawlers” (Strillatori).
A differenza del titolo e a differenza del disco precedente, questa seconda parte, ci presenta canzoni che parlano di amori e affetti; rinunce; rimpianti e rivincite, attraverso ballate delicate, in un’alternanza (anche qui) di brani inediti del Nostro ( seppur utilizzati all’interno di colonne sonore) e cover famose riarrangiate e reinterpretate. Sono quindi evidenti le differenze musicali che separano i primi due dischi, senza rischiare di dar vita a somiglianze che potrebbero rendere noioso l’ascolto. Due dischi che mettono anche in risalto il variegato stile vocale di Waits, che in questo suo lavoro, sembra divertirsi molto a giocare e a sperimentare con la voce: spostandosi da registri sofferti, voci calde e profonde a veri e propri ruggiti.
Stile variegato, che riempie questo secondo disco con un cantato fatto di voci sommesse; delicate; lievi come piume. Il lato più romantico e poetico di Waits.
Partendo da
 un iniziò sottotono, “Bawlers”, raggiunge momenti altissimi sia musicalmente che dal punto di vista dei testi. I punti più alti, a nostro parere, si trovano nella celtica Never Let Go e nella versione per solo piano e voce del grande successo di Johnny Cash Down There By The Train.
Passiamo ora al disco più ostico dell’intera raccolta… Il terzo capitolo, quello conclusivo…
“Bastards” (serve che ve lo traduca?). 
Ci si trova di fronte a un disco fatto di musiche sperimentali, dove Waits, stravolge i canoni principali del suo stile. Quella che abbiamo davanti, è una raffinata e ricercata collezione di poesie e scritti provenienti dalla Beat-Generation; con brani di Jack KerouacBertold Brecht, Georg Büchner e Charles BukowskiMolti potrebbero storcere il naso davanti a questa scelta, oppure davanti agli spoken-word che dominano all’interno della tracklist; ma a voler ben vedere, il punto di forza del disco, sta proprio in queste scelte.
Musicalmente, andando così a scoprire anche alcuni degli altri brani del disco, ci troveremo a passare tra gustose ballate, paesaggi Blues, ritmi tribali e canzoni che potremmo definire psicopatiche…
come Heigh Oh… la famosa marcetta dei 7 Nani della Disney che sembra voler accoppare Biancaneve più che la Strega; per arrivare  poi alla versione stralunata di Dog Door degli Sparklehorse.
In sostanza “Orphans”, tralasciando il valore collezionistico di cui si fregia e grazie al quale si può godere di canzoni altrimenti introvabili, rappresenta un’opera monumentale, assolutamente non banale, che non annoia e mantiene una notevole coesione, sia di testi che di musica, senza perdersi in eccessi o in inutili orpelli decorativi.
Una fotografia delle molteplici sfaccettature del musicista e attore americano che si sono via via incarnate nel suo stile artistico personale in trent’anni di carriera.

Un lavoro che regala emozioni.

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daniele vasco waits prova

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