Orlando Crowcroft: “Rock In a Hard Place – Music And Mayhem In The Middle East” (2017) – di Bin Leader

Sono diverse le pubblicazioni e i documentari che hanno raccontato il metal in Medio Oriente e nei paesi islamici, e ho scelto di affrontare questo testo solo perché è quello di più recente pubblicazione e in cui speravo di trovare una narrazione aggiornata che non fosse, per quanto possibile, già superata dagli eventi di attualità. Gli le ultime bozze di Orlando Crowcroft risalgono al massimo al 2016 e sono state in parte pubblicate su alcuni magazine con cui collabora il giornalista inglese e, in particolare, Esquire e Rolling Stone nelle edizioni mediorientali. L’autore sceglie di raccontare paese per paese, attraverso la voce di musicisti e protagonisti della scena, non solo metal ma anche hip hop e punk, cosa significhi fare musica in condizioni davvero estreme e, nei vari paesi affrontati (Libano, Iran, Egitto, Arabia Saudita, IsraelePalestinaSiria per finire) emergono evidenti tratti comuni. Si parte da un racconto di un evento che può sembrare innocuo e ordinario, l’esibizione dei Metallica negli Emirati Arabi, nel 2011, che ha visto convergere oltre 30.000 persone da tutta la zona ed è stata la prima ufficiale, proprio nel momento in cui il Medio Oriente cominciava ad esplodere con le Primavere Arabe; ma ciò che da noi viene dato per acquisito in certi paesi comporta una grande dose di rischio personale, perché anche la semplice scelta di farsi crescere i capelli, portare piercing e tatuaggi può portare ad arresti, perquisizioni e torture. Non importa quale sia il regime… anche in paesi definiti laici come Egitto, Libano e Siria, i fan e i musicisti del metal vengono ancora indicati come satanisti, oggetto di trasmissioni televisive scandalistiche con il comodo obiettivo di ingraziarsi l’opinione pubblica più integralista. Spesso gli appartenenti a queste scene sotterranee appartenegono alla middle class, si sono avvicinati a quella musica grazie a cassette e cd importati da amici e parenti; partendo dalle basi sono andati ad esplorare, grazie anche alla rete, il mondo del metal più estremo e, tra questi, il Black Metal norvegese. Pare quasi una contraddizione se si pensa al nazionalismo e all’aperto razzismo di molti appartenenti a quella scena… eppure quella musica così brutale ed estrema è riuscita a raccogliere adepti anche in mezzo alle montagne dell’Iran o al deserto dell’Arabia Saudita e, anche se i concerti si contano sulle dita di due mani, per chi ha vissuto la cosa deve essere stato un momento epico. L’autore è riuscito a dare al libro un ottimo ritmo e crescendo, così il Libano serve come spunto per raccontare la genesi del metal in Medio Oriente. Un fenomeno in gran parte sotterraneo che riusciva ad unificare al di là delle linee di confine etniche, politiche e religiose. Il capitolo dedicato all’Iran ricalca fedelmente le vicende già raccontate nel film “I Gatti Persiani” e la triste fine per The Yellow Dogs, gruppo che partecipò alle riprese, i cui membri furono vittime della furia omicida di un ex componente della band a Williamsburg, New York, proprio nel momento in cui il peggio sembrava lasciato alle spalle. Curiosa la vicenda di una scena in Arabia Saudita, qualcosa di impensabile, anche se i suoi membri hanno deciso di lasciar perdere ai primi segni di repressione… mentre un capitolo chiave è quello sull’Egitto, su come molti musicisti e studenti abbiano partecipato attivamente alle proteste di Piazza Tahrir. Tra questi Rami Essam, che si è trovato su un palco che avrebbe intimorito anche la rockstar più avviata, per diventare la voce di un movimento, imbavagliato prima dalla vittoria elettorale dei Fratelli Mussulmani e dopo dal colpo di stato dei militari. Quello che emerge dalle note di questi musicisti è un senso di sconfitta e, molti di questi; hanno scelto di lasciare il proprio paese ma, nel libro, il racconto della Siria ha il vero senso della tragedia. Non è solo la guerra… perdere la propria casa, attraversare il mare con gommoni in condizioni precarie, dormire per terra nelle stazioni di mezza Europa o attraversare a piedi i Balcani e vivere in accampamenti di fortuna. Il racconto si chiude con l’intervista a Monzer Darvish, filmaker autore del documentario “Syrian Metal Is War” girato tra il 2011 e il 2013 e le sue parole ci fanno già intuire il futuro. Il regista e sua moglie, la prima cosa che si sono sentiti dire dai loro compagni di viaggio, appena approdati in Grecia a bordo di un gommone, è che il loro abbigliamento non era idoneo… ovvero uno dei comportamenti ed atteggiamenti da cui, oltre alla guerra, stavano fuggendo. Mentre aspettano in anonime stanze in Olanda o Svezia, il loro pensiero torna alla loro vita prima e durante la guerra, all’adrenalina provata nell’organizzare concerti sulla linea del fronte o a sfidare la legge e le consuetudini medioevali… e anche ai bei momenti di aggregazione: memorie di caffè, bevute, amici, ragazze sul lungomare; non pensieri da rifugiati, ma da esuli che, comunque vada, non ritroveranno lo stesso paese che hanno lasciato e forse non lo vedranno mai più. Non è dato sapere quanto queste scene fossero davvero significative da un punto di vista numerico e, al racconto di Monzer, una florida realtà musicale di Aleppo, in Siria, è difficile credere fino in fondo, soprattutto quando si dice che nessuno dei musicisti o degli ascoltatori è stato coinvolto attivamente nel conflitto, da nessuna delle parti… certo è che la sua personale scelta di non partecipare è stata chiara e non priva di rischi. Orlando Crowcroft, l’autore del libro, non si dilunga più di tanto sui dettagli musicali, privilegiando le storie e questa è una scelta vincente: c’erano cose più urgenti da raccontare… per gli ascolti ci sono le playlist.

“Rock In a Hard Place – Music And Mayhem In The Middle East”
di Orlando Crowcroft 
(Zed Books 2017 – 292 pagine – inglese) 

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