“Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek” – di Ginevra Gico

L’articolo lo pubblicammo all’indomani di una delle tante stragi che il potere perpetra contro i nostri Fratelli più deboli… quelli che fuggono dall’orrore causato dallo stesso potere, mai sazio di sangue.
Ve lo riproponiamo perché sarebbe davvero inutile cercare altre parole per onorare gli ultimi morti inghiottiti
dal Mediterraneo. (26 agosto 2015 – Magazzini Inesistenti)

“Settecento, settecento morti, settecento morti affogati, settecento morti affogati nel barcone rovesciato”.
Questa è la notizia che ha spinto i media alla solita gazzarra demagogica.
Pare siano molti di più… e comunque il risalto della comunicazione è stato per quel numero – 700 – il più alto di sempre in un sol colpo. Come se non bastasse quella marea di umanità disperata che da anni muore nel Mediterraneo tra l’indifferenza del mondo civile. Una tragedia, l’ennesima, che lascia sgomenti davanti alla faccia del giornalista che l’annuncia e che domani sarà dimenticata per qualche altra disgrazia accaduta altrove che cancellerà quella odierna. Ma hanno deciso da subito – prima delle rettifiche – che quel numero doveva colpire… senza discussioni.
Settecento non è solo un numero, sono persone, nomi propri, facce, odore della pelle, denti.
Sono settecento cervelli, emozioni… ricordi del sole alla mattina che scaldava le spalle, della sensazione di fame dopo il primo boccone di cibo, del brivido di un bacio dato chissà dove.
Ecco cos’erano quei settecento. Settecento diverse forme di paura, panico, terrore della morte quando la barca nella notte si è rovesciata, in mezzo al mare nero, nel buio totale. Millequattrocento polmoni pieni d’acqua che non respireranno più.
A pensarci un momento si ottiene la definizione assoluta di disperazione, senza scuse, senza parole, settecento volte disperazione e basta. Ma quelle persone, perché di persone si sta parlando, sono morte, tutte, al buio, sole… e magari si chiamavano Abdul, Karim, Jussef, Fatima, Jasemine e magari qualcuna era incinta
– senza retorica, spessissimo accade – e magari alcuni di loro erano bambini – forse cinquanta – ma nessuno potrà mai chiudere il vero computo… nessuno lo saprà mai. Sarebbe ed è inutile crogiolarsi in questi pensieri ormai, fanno solo male e basta, non cambiano le cose e fanno solo star peggio. 

HOPE

Invece no. Si deve cercare di immaginare le facce di quelle persone – settecento, mille, diecimila… centinaia di migliaia. Milioni in cammino disperato verso un’effimera salvezza. Pensare ai loro nomi e alla loro paura, per non dimenticarli, per alzare la voce e protestare, perché perdere la vita in questo modo è indegno e perché
non esiste un inferno abbastanza profondo e doloroso per coloro che lucrano su questo dramma.
Allora si deve pensare che ci siano stati tanti bambini su quella carretta di disperazione e desiderare che siano morti presto senza soffrire troppo e senza pensare che il numero di squali che sta popolando il Mediterraneo negli ultimi tempi si è centuplicato, prima solo verdesche, ora cinque metri di lunghezza.
L’unica consolazione è che anche loro adesso finalmente dormono sul fondo del Sand Creek.
La celebre ballata di Fabrizio De Andre’ parla anch’essa di una strage di innocenti. Vecchi, donne e bambini indiani sorpresi nel sonno e trucidati dall’esercito americano.
Unica consolazione è il pensiero che il fiume Sand Creek custodisca idealmente tutti i corpi dei bambini morti per crudeltà e ingiustizia e li culli nel riposo eterno… un fiume o il Mediterraneo poco importa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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