Ophet: “Blackwater Park” (2001) – di Nicholas Patrono

“The sun sets forever over Blackwater Park”. Il sole tramonta per sempre su Blackwater Park… Le parole con cui si conclude la title-track di “Blackwater Park” (2001), quinto disco dell’acclamata band Melodic Death Metal svedese non lascia spazio ad alcun lieto fine. Scende una notte eterna su Blackwater Park, richiamando la cupa copertina realizzata dall’artista americano Travis Smith. Buio eterno, nessuna luce, nessuna speranza. È assolutamente pessimistico il messaggio che gli Opeth donano all’ascoltatore, al termine di un viaggio musicale che dura più di un’ora. Ascoltare “Blackwater Park” significa smarrirsi lungo un itinerario immerso nell’oscurità, scendendo nella profondità di un abisso dal quale è impossibile risalire. “Blackwater Park” è considerato da buona parte di critica e pubblico il picco della loro carriera, questo, il disco che ha consacrato definitivamente gli Opeth ed è anche il primo full-lenght della band svedese a non essere autoprodotto. Infatti, è anche grazie alla produzione di Steven Wilson, ai tempi ancora frontman e cantante dei Porcupine Tree, che quest’opera ha visto la luce. Oltre all’eclettico Mikael Åkerfeldt, chitarrista e cantante dalle notevoli capacità, gli Opeth di “Blackwater Park” si compongono delle chitarre di Peter Lindgren, il basso di Martin Mendez e la batteria di Martin Lopez. Un quartetto ben dotato tecnicamente, a cui si aggiunge la sapiente collaborazione di Steven Wilson, che presta la sua voce in ben quattro dei dieci brani che compongono il disco: Bleak, Harvest, The Funeral Portrait e The Drapery Falls. Fin dalla prima nota del primo brano, The Leper Affinity, la musica disegna immagini, evoca cieli grigi di nuvole e fiordi svedesi screziati di neve… ed è da subito chiaro che “Blackwater Park” non è un disco di facile presa e che non può piacere a tutti. La lunghezza delle tracce è il primo ostacolo che qualsiasi ascoltatore “occasionale” dovrà superare. Ogni brano è un lungo viaggio, le canzoni non scendono sotto i sei minuti, con l’eccezione dell’intermezzo acustico Patterns in the Ivy e delle due tracce bonus, Still Day Beneath the Sun e Patterns in the Ivy II. Il growl grave e rabbioso di Mikael Åkerfeldt accompagna la maggior parte dei brani, e le melodie del cantato, quando presenti, non sono mai catchy, mai immediate. Tutto il contrario di ciò che la musica Pop ha da offrire. Uno stile musicale imperniato attorno a due grandi assi: la rabbia, espressa dalle armonie dissonanti delle chitarre e dai ruggiti di Åkerfeldt, e la tristezza, narrata dagli arpeggi puliti e interpretata egregiamente nelle struggenti melodie vocali. Esempio lampante di queste due “anime” degli Opeth è la seconda traccia, Bleak, i cui primi minuti furiosi sfociano nella delicata sezione centrale, dove interviene anche la voce di Steven Wilson, stranamente azzeccata e complementare a quella baritonale di Åkerfeldt. Non mancano i momenti di maggiore “relax” acustico, in particolare Harvest e le tracce bonus, Still Day Beneath the Sun e Patterns in the Ivy II: brani in cui protagonista assoluto è Åkerfeldt, che si dimostra capace di ragguardevoli doti interpretative ed espressive. Difficile trovare un brano rappresentativo del disco o superiore agli altri, perché ogni canzone è una lunga immersione nella cupa storia che i quattro musicisti svedesi intendono raccontare. Noi consigliamo The Leper Affinity, The Funeral Portrait e Blackwater Park, a chi preferisce la componente violenta degli Opeth, e Harvest, Still Day Beneath the Sun e Patterns in the Ivy a chi preferisce struggersi su chitarre pulite e melodie piangenti. “Blackwater Park” è ormai da considerarsi un classico, in quanto disco pilota capace di influenzare una generazione di musicisti, specie nel panorama del Metal svedese. Disco che è stato definito Progressive, ma che in verità ne mette in pratica soltanto qualche influenza, “Blackwater Park” può essere chiamato in un solo modo. Arte.

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