Opeth: “The Funeral Portrait” (2001) – di Warden

Sto guardando il mio funerale, appoggiato ad un muretto aggredito dall’edera. Una bara di legno nero, pregiato, lucido, così bella che varrebbe la pena morire solo per farcisi calare dentro. Mi piace, è una scelta di buon gusto. Però, lo ammetto, mentirei se dicessi che me l’aspettavo. Chi immaginerebbe una cosa del genere? Ridotto ad uno spirito senza forma, che fissa i propri cari disperarsi. C’è chi crede nell’Aldilà, Paradiso, Inferno e Purgatorio, tutte cose che non mi hanno mai convinto. Ho visto tanti programmi idioti sui cacciatori di fantasmi e tanti di quei film horror, dove spettri incazzati facevano a pezzi la gente o la possedevano, che mi sarei immaginato qualcosa di diverso. Invece, diventare un fantasma è noioso. Ci sono, e allo stesso tempo no; nessuno si accorge di me, nessuno mi capisce, al punto che mi chiedo cosa sia cambiato rispetto a quand’ero vivo. Forse l’aspetto. Ora sono una sagoma invisibile, sotto il cielo d’inchiostro di un temporale. Sento a malapena i tuoni; la pioggia cade, ma non mi bagna. La gente raccolta intorno alla bara sta piangendo.
Qualcuno mi passa attraverso e rabbrividisce. Crede che sia il freddo, invece sono io. Vorrei urlarglielo, gridare loro: “Ehi, quando sentite i brividi non è il freddo, non sono spasmi muscolari, è che avete pestato un piede al vostro bisnonno, o il gatto morto dei vicini vi si è strusciato contro la gamba”. Ma niente, non ho corpo, figuriamoci voce. Li guardo radunarsi intorno ad una figura vestita di scuro, un solenne abito nero con un colletto bianco, e li sento pregare sottovoce. E io che nemmeno sono stato un credente; o almeno penso, i ricordi sono vaghi, sbiadiscono con il passare delle ore. Il prete recita un po’ di formalità, snocciola banalità sulla bontà di Dio e compagnia, i beati, il Paradiso, bla bla bla. Poi parlano i miei parenti. Ripetono che la mia morte è stata una tragedia, la voce si spezza nella loro gola, li sento rantolare, qualcuno nel pubblico si commuove mentre parlano. Mia madre piange più di tutti. Una tragedia? Senza dubbio, credo loro sulla parola, non ricordo nemmeno quanti anni avessi prima di saltare dal ponte, ma credo di essere stato giovane. Meno di trent’anni? Può essere. Meno di venti? No, insomma, non credo; non ero un liceale. Frequentavo l’università, mi pare, una di quelle università altolocate, da gente perbene insomma.
Devo essere stato uno di quei ragazzi ottimisti, che credono che il futuro non sia del tutto nero, un sostenitore di ideali che adesso non ricordo. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, perdo pezzettini di me, e non c’è modo di recuperarli. So che mi aspetta l’oblio, alla fine di tutto, e se così deve essere, così sia, chiunque l’abbia deciso. Per passare il tempo guardo la gente disperarsi per me, alcuni con sincerità, altri con l’ipocrisia di chi non mi hai mai considerato e ora scopre di amarmi, come succede sempre ai morti. Una beatificazione postuma di cui non sentivo il bisogno, dato che io, nella mia vita, sono stato una gran testa di cazzo, quindi cosa c’è da beatificare? Ho alzato la voce troppe volte con troppe persone, con quelle poche che vedevo, almeno. Sono stato socialmente inetto e, anche se i ricordi scompaiono, questo aspetto rimane bene impresso. Vorrei urlargli di smetterla, ma se parlo si sente al massimo un fruscio di vento. Sono destinato a rimanere inascoltato, com’è stato per tutta la vita.
“È un momento, passerà. Non devi essere triste. I tuoi problemi non sono veri problemi; pensa a chi sta peggio di te”. Bene, che continuino a blaterare. Devo sentirli anche da morto perché, ironia della sorte, il mio spirito non può allontanarsi più di tanto dal corpo. Se l’avessi saputo, mi sarei buttato in mezzo all’Oceano. Almeno non mi avrebbero trovato, e non avrei dovuto sorbirmi la loro incapacità di ascoltarmi pure adesso che non ci sono più. Ma non importa, tra poco il funerale sarà finito, e arriverà l’oblio. Mi dimenticherò tutto, e sarà una benedizione. Mi scorderò come fosse soffrire per colpa della loro ottusità. Un corvo passa gracchiando sopra la bara, la sua ombra illuminata dalla luna si proietta su un muro e si disfa un istante dopo. Lui vola, incurante della pioggia, velato nell’oscurità d’autunno. “Quanto vorrei essere al suo posto”, avrei pensato da vivo, ma adesso penso che l’oblio non sia poi così male. Oltrepassa i cipressi, poi non lo vedo più. Mi piace pensare che sia la manifestazione della mia fine. Mi alzo. Sul muro, nell’edera dov’ero appoggiato, rimangono piccoli segni. Poi le foglie tornano al loro posto, ed è come se non fossi mai esistito.

You wait by the window / Morning’s breath on the sill / Idle hands given another try
So you wait and you savour the moment / otside the canvas turned white
Ruby eyes in the fog / Rain washing clean all the sins / A liquid gown that covers all
Your loathe turns endless / Opened mirage, soothes your sense / Locked on the pinnacle
The best secret within / Like a derelict child / Heart burning for a stranger
Ascending to the meek / Flock round the liars in awe / Caked in the soil beneath
Fear me when we meet / Turn away in admiration / My firm grip round the nucleus of joy
Enough of this / You will leave me now / You will see it now / Perish at my hands 
Close to you / Tangled up in hair / Fresh stigma look / Shall I take you with me
And it is cold / Ruby eyes in the fog / It is me / And you are just like them all
Stained by the names of fathers / I’m greeting my downward fall / Leaving the throes to others.

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