“Oltre il mare di Haifa”/”Corri più che puoi”: intervista con Elisabetta Ranghetti – di Lucia Valori نورة

Lo scorso 3 febbraio con l’Associazione culturale MeD-mari e deserti abbiamo avuto il piacere di ospitare Elisabetta Ranghetti autrice di due romanzi ambientati in Israele: “Oltre il mare di Haifa” e “Corri più che puoi”. Elisabetta, laureata in Lettere Moderne con una tesi sulla Survivors of the Shoah Visual History Foundation di Steven Spielberg, nel 2005 fa il suo primo viaggio in Israele e Palestina e da allora si reca a Gerusalemme ogni anno per approfondire la conoscenza della lingua, della storia e della cultura di quella terra. Rimane cosi rapita e conquistata da quei luoghi da sentire il bisogno di raccontare, attraverso le parole, questo amore profondo per quella parte di mondo così densa di significati; amore nutrito anche da studi di ermeneutica rabbinica e di archeologia biblica. Leggendo  i suoi  romanzi si ha la sensazione che l’autrice sia ebrea residente in Israele tale è la profondità con cui riesce a descrivere i luoghi, la cultura, la vita e soprattutto a caratterizzare i personaggi. Profondità che la accomuna ad autori famosi come Eli Amir nel suo straordinario romanzo “Jasmin”.
Elisabetta, com’è nato il tuo interesse per la scrittura?
Cominciai ad amare la scrittura da bambina come risposta alla mia passione per la lettura. Da piccola infastidivo mio padre chiedendogli di insegnarmi a leggere perché, vedendo i titoli del telegiornale scorrere in sovraimpressione, desideravo andare oltre l’immagine; dovetti aspettare il primo giorno di scuola per imparare l’alfabeto, mio padre ritenne giusto che fosse la scuola ad insegnarmi a leggere e scrivere, un suo modo per rispettare il ruolo dell’insegnante che non voleva scavalcare. Appena imparato a leggere sorse in me il desiderio di scrivere storie non raccontate da altri che volevo sentir narrare, dare vita a quel mondo creativo che non voleva rimanere confinato dentro di me. Lessi a dieci anni “Piccole donne” di Louisa May Alcott e rimasi affascinata dal personaggio di Jo: volevo diventare come lei, raccontare storie. Più leggevo più conoscevo mondi distanti da me e la passione per il viaggio mi ha resa consapevole del viaggio interiore che un libro può regalare. In età adulta sono approdata all’ermeneutica rabbinica che è scavo della Parola e da lì ho concretizzato il mio desiderio di narrare che ha preso vita nei miei romanzi.
Quando ti sei appassionata all’ebraismo?
In famiglia abbiamo purtroppo la triste vicenda di mio nonno paterno reduce da un campo di lavoro. Essere coinvolta nella Shoah, seppur indirettamente, mi ha reso spontaneo affacciarmi sul mondo ebraico travolto da questa catastrofe. Crescere in una famiglia cristiana è stato inoltre uno stimolo per conoscere quel mondo, la radice santa di cui a lungo parlò il cardinal Martini. La passione per l’ermeneutica rabbinica nacque dopo il mio primo viaggio in Israele; volevo conoscere la terra da dentro e così ne cominciai a studiare la lingua per poi arrivare allo studio del testo. Il modo in cui i rabbanim (maestri) esplorano la Parola è speciale, ha modificato il mio rapporto con la scrittura e mi ha resa più consapevole delle sfumature e delle infinite interpretazioni che determinano il rapporto con Dio e con gli altri esseri umani. Sono diventata più attenta al diverso, tesa a sospendere il giudizio per far posto alle domande sebbene non difetti di idee e convinzioni.
Parlaci dei tuoi viaggi in Israele. C’è un luogo che ti porti nel cuore o un’esperienza che ti ha ancora più legato a quella terra?

Gerusalemme è il luogo per eccellenza che porto nel cuore, ma se devo citarne un altro penso a Masada, la roccaforte nel deserto di Giudea ora sito archeologico che narra la resistenza degli Zeloti contro i romani. Lì ogni pietra racconta quella tragica vicenda che culminò in un suicidio collettivo, ogni sasso descrive la sofferenza di un momento storico molto delicato per il popolo ebraico. Da tempo desidero assistere al Nabucco di Verdi in quel magico scenario; in estate, ai piedi della roccia, viene allestito uno spazio per mettere in scena festival lirici. Di esperienze ne avrei milioni da citare: negli occhi si susseguono volti, nelle orecchie accenti di lingue diverse. L’incontro, avvenuto in momenti distinti, con le donne arabe ed ebree è senza dubbio tra le esperienze più significative; mi colpì in particolare la forza e la dolcezza con cui due mamme, una israeliana l’altra palestinese, erano disposte a sacrificarsi pur di salvaguardare il benessere dei loro figli, mariti, padri. Credo che la soluzione di quel conflitto arriverà dai popoli, non dai loro leader, e penso che in questo le donne avranno un ruolo fondamentale perché il loro cuore è più aperto al compromesso. Non vale per tutte le persone, ma l’esperienza mi ha insegnato che la maggioranza desidera una soluzione; da questi momenti sono nati i ritratti di alcuni personaggi femminili dei miei romanzi, donne in cerca di appianamenti e non solo del proprio tornaconto. Se sono stata in grado di dipingere un mondo così variegato lo devo ai numerosi incontri fatti.
Come sono nati i romanzi “Oltre il mare di Haifa” e “Corri più che puoi?”
Entrambi sono nati dal desiderio di raccontare quella terra a modo mio. Nel 2014 ero a Gerusalemme, in piena guerra tra Israele e Gaza; leggendo i giornali vidi l’enorme discrepanza tra ciò che accadeva sotto i miei occhi e ciò che veniva riferito in Italia. Oltre ad affrontare il problema di tranquillizzare i miei familiari e amici, ciò che più suscitò in me irritazione fu vedere come l’informazione venisse manipolata e quanto questa manipolazione avesse inciso sulla terra; in pochi giorni vidi le vie di Gerusalemme svuotarsi. La guerra cominciata lì stava avendo ripercussioni oltre i confini e tuttora queste ripercussioni impattano perché le persone hanno timore ad andare là. Fino a quando non si porrà l’accento sulla bellezza difficilmente si potrà comprendere quel mondo. I miei romanzi sono una piccola finestra su universi a me cari; non nascondono la fatica e la tragicità di vite scosse dalla guerra, ma neppure dimenticano la bellezza di una terra che ha da offrire molto di più di quanto si possa credere se si superano i preconcetti. Nel primo romanzo racconto un pezzo di Storia, dal 1967 ai giorni nostri, veicolandola tramite due storie d’amore che s’intrecciano e si alternano con salti geografici e temporali; amo molto viaggiare, nel mio blog http://elisabettaranghetti.com sono molti i reportage che propongo ai miei lettori. “Oltre il mare di Haifa” è un viaggio nella Storia e nella geografia mediorientale che permette al lettore, partendo dalla vita di persone ordinarie, di conoscere popoli diversi dal nostro. “Corri più che puoi” è invece uno spaccato sulla società israeliana, in particolar modo quella gerosolimitana, con l’incrocio e lo scontro delle sue etnie, dei suoi colori, della sua umanità. Questo secondo romanzo cambia anche registro narrativo perché fa leva sull’ironia, grande alleata sia di palestinesi che israeliani. Le vicende che racconto non sono storie vere ma verosimili e danno vita all’amore che ho per quella terra; la narrativa è per me lo strumento più congeniale per descrivere il mondo perché entra nel cuore dei popoli.
Qui in Occidente l’informazione è condizionata da tanti stereotipi o opinioni preconcette: raccontaci la tua esperienza diretta con quei popoli.
Ho sempre avuto un’accoglienza calorosa sia in case di arabi che di israeliani. Non voglio edulcorare la realtà: la tensione c’è ed è palpabile, in questo momento fatico a intravedere accordi di pace, ma più per volontà che vanno al di là delle popolazioni. Su entrambi i fronti percepisco il desiderio dei popoli di trovare un compromesso per vivere in maniera umana anche se ovviamente l’odio per il vicino esiste; come in ogni altra zona della terra c’è un po’ di tutto, solo che lì la politica condiziona moltissimo la vita delle persone. La mia esperienza mi ha fatto aprire gli occhi su un aspetto particolare; sebbene Israele sia uno stato per lo più laico, in Medio Oriente la religione ha ancora importanza. In una realtà dalle origini tribali, la fede è un po’ il collante che tiene insieme questi gruppi. Il nostro mondo è stato segnato dall’Illuminismo e siamo portati a credere che ovunque le persone tendano a dare alla vita spirituale un’importanza marginale relegata ad ambiti privati. In Medio Oriente non è così. Gerusalemme è un esempio, soprattutto in Shabbat quando tutto il mondo ebraico si ferma; il resto del paese è più laico, ma Gerusalemme rimane la città santa. Noi abbiamo messo da parte la fede e, a mio avviso, ci siamo persi una fetta di bellezza in nome della lotta all’oscurantismo. Il Medio Oriente può insegnarci molto sotto questo profilo; a Gerusalemme coesistono, seppur tra fatiche e battaglie, tre grandi fedi che sono parte di quel fascino di cui spesso parlo. L’invito che estendo ai miei lettori è di andare là per scoprire la bellezza di una terra antica, crocevia di popoli, capace di far vibrare l’anima. Gerusalemme è la città del Santo, la Sua presenza si respira ad ogni passo e la bellezza che emana non è cosa di tutti i giorni.

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