Odla: “Oltre il Cielo Alberato” (2020) – di Ignazio Gulotta

Nella sua lunga attività l’etichetta Snowdonia si è sempre contraddistinta per la qualità delle sue proposte, certo si tratta di artisti che non sfiorano neppure il mainstream, fosse pure quello indie, ma che declinano in modo personale e autentico generi diversi, dal pop al rock al cantautorato. Ecco, a quest’ultima categoria possiamo ascrivere questo “Oltre il Cielo Alberato” (2020), uscito a nome Odla, cioé il musicista trentino Odla Iznat. L’album che si presenta come un concept sul tema del viaggio, così lo descrive lo stesso autore: «Nella finzione narrativa, il viaggio è il viaggio di un bambino, Hassan, che fugge dalla guerra alla ricerca di una possibile salvezza altrove. Ben presto però la dimensione della storia, dello spazio e del tempo, introdotta dalla vicenda di Hassan nei primi brani, tende a svanire e a confondersi, manifestando i reali protagonisti in ballo, quali la fuga e l’accettazione, la crudeltà e la bellezza, gli smarrimenti e le piccole conquiste.». Odla si presenta così quasi come un cantastorie dei nostri tempi, narratore degli aspetti anche drammatici dell’esistenza, ma sempre attento al mondo dei sentimenti più profondi.
Emblematico il primo brano significativamente intitolato Una Storia Altrui, ad avvertire che si sta narrando la vicenda di un altro, il disco non cade mai nell’intimismo e a versi come questi toccano davvero ognuno di noi: «ma qui ogni bocca è asciutta e non bacia più». Il cantautorato di Odla si ispira a quello classico, attento alla forza e alla pregnanza delle parole, arrangiamenti semplici, ma funzionali all’emozionalità del testo: volendo fare dei riferimenti direi più Lolli che De André. Arrangiamenti essenziali, ma non banali disegnano un tappeto sonoro fondamentalmente acustico cui si aggiungono pennellate di moog a sottolineare ora il dolore, Il Sogno di una Madre, ora l’inquietudine dell’ignoto, All’Alba una Terra, ora la sofferenza e la paura, Pane e Catene, ora l’intenso lirismo di Terra che Senti. Le undici canzoni sono come frammenti di una vita in viaggio fra la sottile leggerezza della speranza che si affaccia sotto i tormenti della notte scura in Ai Fuochi di Luna, il mandolino ad accompagnare gli stornelli alla De André di I Pescatori di Lete, i toni crepuscolari e malinconici di Amica Ombra, l’elegiaca Casa, sul tema del ritorno agognato e i toni accorati della preghiera laica (“Vorrei non più volere / ma vivere d’amore“) di Vorrei Poter Parlare con le Città.
Chiude il disco San Giuseppe da Copertino, a ricordarci che il viaggio di Hassan parla a noi tutti, almeno a chi è ancora capace di sognare e vuole uscire dalla prigione in cui siamo ingabbiati, perché: “ognuno le sue ragioni, ognuno le sue prigioni, ognuno col suo bisogno di inseguire il proprio sogno“. Quella di Odla è una delle voci più interessanti del giovane cantautorato italiano, dimostra una sorprendente capacità di scrittura, i suoi versi sono limpidi e chiari, le sue metafore mai banali, le parole di canzoni come Al Fuoco di Luna o Pane e Catene, per citare le prime due che mi vengono in mente, sono fra le più ispirate sentite negli ultimi tempi. Ultima nota va allo stile canoro di Odla che sceglie un cantato molto dolce, mai sopra le righe, una scelta minimalista che insieme ai sobri arrangiamenti si dimostra vincente.

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