Genesis: “Nursery Cryme” (1971) – di magar

Corre l’anno 1971… L’Europa musicale è nel pieno del fermento post Beat. I Led zeppelin volano già alti, e la definizione “Il Martello degli dei” li inquadra perfettamente; mentre i Deep Purple hanno già dato alle stampe due album epocali, – “In Rock” (1970) e “Fireball” (1971) – e con loro si inizia a parlare di Hard Rock. I Black Sabbath dal canto loro hanno già pubblicato tre dischi che – sopratutto il primo – avranno un’influenza importantissima su molte band di là da venire. E poi, già da un po’, si comincia a parlare di musica diversa, alternativa. La definizione di Progressive Rock ancora non esiste ma alcuni dischi che contribuiranno enormemente allo sviluppo di questo genere sono già stati pubblicati. I primi tre album dei King Krimson sono già sulla piazza – Il loro debutto, “In the Court of the Crimson King”, è del 1969 – mentre i Caravan hanno già pubblicato il loro capolavoro In the Land of Grey and Pink” (1971). A tutto ciò si deve doverosamente aggiungere quanto fatto dai Pink Floyd che, dopo essersi lasciati alle spalle il periodo psichedelico di Syd Barrett, hanno già fatto uscire Ummagumma” (1969), Atom Heart Mother” (1970)  e Meddle” (1971). Un grande fermento appunto, un insieme di stili diversi che creerà un enorme background musicale, al quale ancora oggi si attinge in modo sostanzioso e inequivocabile.
Comunque sia, nel novembre del 1971, il 12 per l’esattezza, viene pubblicato Nursery Cryme”, terzo album dei Genesis, vero e proprio monumento del Progressive inglese. La band si presenta con la formazione più classica, quella che vede per la prima volta all’opera Steve Hackett alla chitarra, Phil Collins alla batteria, Tony Banks alle tastiere, Mike Rutheford al basso e alla 12 corde, e Peter Gabriel alla voce. Nursery Cryme” è un album epocale, che segna una svolta nella musica contemporanea, definendo in qualche modo i criteri del Progressive e influenzando moltissimi gruppi che proprio da qui inizieranno il loro personale percorso musicale. I Genesis scelgono il titolo giocando allusivamente con le classiche “nursery rhymes”, ossia le filastrocche per bambini tipiche della cultura anglosassone, e la parola crime, che qui diventa crymeIl gioco di parole si riferisce al brano di apertura del disco, The Musical Box, che racconta di un bambino “decapitato con grazia” da una coetanea mentre stanno giocando a croquet. Il riferimento è ancor più evidenziato dalla splendida e decisamente macabra copertina, opera di Paul whitehead, che disegnò anche quelle di Trespass (1970) e di Foxtrot (1972). 
The Musical Box diventerà il vero e proprio manifesto della band, racchiudendo in sé la poetica di Gabriel e soci e la grande musicalità della chitarra di Hackett, il cui assolo ci mostra immediatamente le qualità dello strumentista, creatore di uno stile tanto definito e innovativo da trasformarsi in modello per tutta una serie di colleghi.
The Musical Box è un brano dalle mille sfaccettature che gioca sull’evidente contrasto tra la candida purezza dell’infanzia, e il senso del macabro unito alla sessualità, rappresentati da un vecchio lascivo che cerca in tutti i modi di abusare della bambina. Costui non è altri che il compagno di giochi da lei decapitato che vuole vendicarsi e dare libero sfogo alla sessualità repressa di tutta una vita, che lei, ammazzandolo, gli ha negato. Come già detto è un brano epocale, entrato di prepotenza nella storia del Rock e che ancora oggi non smette di coinvolgere e di stupire. A onor del vero però, bisogna dire che fu Anthony Phillips, il precedente chitarrista, a comporlo e, anche se la band lo eseguì in modo completamente autonomo, va riconosciuto a Phillips il merito di aver scritto uno dei pezzi più importanti della musica rock in generale che, per l’alto impatto emotivo e per l’intensa interpretazione di Gabriel, diventerà un caposaldo dei concerti dei Genesis sino a quando il cantante lascerà la band, nel 1975. Il disco prosegue con For Absent Friends, breve quadretto acustico il cui testo raffigura due vedove che rimpiangono i giorni trascorsi assieme ai loro mariti. Il brano è anche il primo cantato da Phil Collins e la prima composizione di Steve Hackett nella storia dei Genesis. La prima facciata si chiude con l’epica The Return of the Giant Hogweed, un altro lungo brano che lascia ampio spazio alla notevole tecnica dei musicisti. Assieme a The Musical Box è uno dei primi esempi dell’uso, in ambito rock, del tapping, una tecnica molto particolare che fin lì aveva trovato spazio solo nel folk e nel jazz. Hackett la fa sua e la utilizza per dare voce alle sue costruzioni musicali. La canzone ha un testo alquanto surreale e racconta l’ipotetico assalto alla razza umana da parte di una pianta erbacea infestante
Giriamo il disco sul piatto e passiamo alla seconda facciata, splendidamente aperta dalla bellissima Seven Stones, brano con una costruzione melodica complessa che viene arrangiato in modo tale da rendere omaggio ai colleghi King Crimson, quelli sinfonici di In the Wake of Poseidon” del 1970 (soprattutto se ci si sofferma sull’uso che fa Banks del Mellotron). In questo brano Peter canta con fare narrante, raccontandoci, da par suo, il determinante apporto del caso sulle nostre vite. È poi la volta di Harold the Barrel, brano decisamente breve – circa tre minuti – che racchiude in sé “tutto un mondo”. Deve essere vista come la canzone più “strana” della band, in cui Gabriel racconta di un ristoratore alquanto bizzarro che si taglia le dita dei piedi e le serve ai clienti insieme al classico. La macabra allegoria viene stemperata dalla feroce satira nei confronti dei media e della classe politica, presenti con la figura del sindaco della cittadina nella quale si svolgono i fatti e con gli inviati delle varie televisioni. Pezzo atipico per i Genesis, breve e sintetico, molto lontano dai lunghi brani ai quali la band farà ricorso negli anni a venire per sviluppare le proprie tematiche musicali e poetiche. Ecco che arriva Harlequin, un intermezzo acustico che fa da preludio alla splendida e conclusiva The Fountain of Salmacis: una narrazione epica in chiave rock, questa sì tipica dei Genesis, che viene sviluppata soprattutto attraverso il grande lavoro delle tastiere e che ci parla di quanto scritto da Publio Ovidio Nasone sul rapporto tra Ermafrodito e la ninfa Salmace
L’accoglienza da parte della stampa e del pubblico non fu comunque degna di un tale “Lavoro”. Nonostante Keith Emerson, musicista allora già molto noto e apprezzato, lo abbia lodato pubblicamente alla sua uscita con una nota molto circostanziata. Il disco venne un po’ snobbato in Inghilterra. Le cose andarono meglio all’estero, sopratutto in Belgio e in Olanda, dove arrivò subito al primo posto della classifica. Nursery Cryme” è anche l’album con il quale i Genesis iniziano il felice connubio con l’Italia, paese con il quale avranno sempre un rapporto davvero privilegiato, regalandoci di fatto una serie di concerti a dir poco memorabiliAncora oggi, ascoltando il susseguirsi di questi brani, non si può restare indifferenti, a testimonianza della qualità della proposta musicale di un gruppo per il quale iniziava un periodo aureo che avrebbe portato alla pubblicazione di opere destinate a restare nella storia.

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2 thoughts on “Genesis: “Nursery Cryme” (1971) – di magar

  • Maggio 17, 2015 in 10:51 pm
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    Grande articolo per un grande album. Grazie anche per aver ricordato e dato il giusto merito a Anthony Phillips spesso dimenticato….

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  • Maggio 18, 2015 in 7:18 am
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    Il riconoscimento a Plhillips è quanto meno doveroso.
    Grazie a te Roberto

    Rispondi

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