Nuarì: otto canzoni veloci e una videointervista – di Lorenzo Scala

Ogni cosa, oggi come oggi, si riduce a promozione. Un libro incentrato sulle polpette permette all’autrice di aprire una bella pagina facebook, inserendo ore di filmati in cui la genesi delle suddette polpette viene sviscerata con prolissa attitudine. Il libero mercato, negli ultimi quindici anni, si è trasmutato assumendo molteplici forme. Ormai, infatti, il mercato sembra  trascendere il concetto di denaro. La moneta di scambio si è moltiplicata in altre declinazioni e quando il liquido sonante langue si va a caccia di like, sui social si promuove l’ego degli individui e in sostanza ognuno si vende come può: la visibilità è il totem di un trip globale. Niente di male, sia chiaro, non sono un reazionario dell’età moderna, sono uno di quelli che smanetta sui social a tutto spiano. Ammetto però di covare un certo fastidio quando le logiche del vendersi invadono il campo artistico. Presunti scrittori provano a decodificare il gusto di un ipotetico lettore, battendo le dita sui tasti si sforzano di mettere in fila collane di parole che si adattino bene al pensiero comune. Stesso discorso per la musica, nascono come funghi musicisti che assemblano note in base al suono corrente. La vera invasione dei nostri tempi non riguarda  i flussi migratori, la vera invasione è l’omologazione che intasa musica, letteratura e pensiero. Quelli che vogliono arrivare al successo condensano l’arte in marketing, quelli che vogliono semplicemente sfogarsi andando a caccia di consenso, si accaniscono contro il più debole. Ora dimenticatevi tutta questa menata, ne convengo un poco bacchettona, e concentriamoci sul lato nascosto della luna. Il lato fecondato dall’humus della purezza di intenti. Quella zona incontaminata dal concetto di maggioranza, dove l’approccio artistico si fa individuale, senza troppe pippe ansiogene sui risultati da raggiungere. Ovviamente ambire ad aumentare il proprio pubblico è naturale e sano, rappresenta la volontà di migliorarsi affermando la propria identità, l’importante è, appunto, che questa ambizione non influenzi usi, costumi, suoni e inchiostri di chi vuole esprimersi in qualsiasi modo, minandone  proprio la stessa identità. Ecco, i Nuàri fanno parte di questo macrocosmo nascosto di band che se ne fregano. Intransigenti con loro stessi, senza troppe velleità, dopo anni di prove e concerti hanno dato alla luce il loro disco d’esordio, intitolato semplicemente “Nuàri” (2018), completamente autoprodotto in pieno stile “fai da te”. Non voglio fare un’analisi del disco, il ruolo di critico mi calza male, sono più a mio agio nel narrare, nel buttare fuori pensieri slegati in un flusso di coscienza. Una cosa sul disco però la voglio dire, le otto canzoni veloci, cantante in inglese tranne un paio in italiano, si muovono tutte all’interno di una bolla sonica densa ma leggera d’echi e riverberi che non segue nessuna moda, indie o underground che sia. Spesso ho riscontrato nell’ambito punk un ripetersi quasi meccanico di certi clichè, come se il genere avesse cominciato a riciclarsi senza aggiungere un’impronta personale, auto-digerendosi e andando a rendere i vari  gruppi  molto simili tra loro. I Nuàri possiedono un’identità precisa, il disco d’esordio già contiene una chiarezza di intenti rara. Seppur alcune influenze sono riconoscibili, tendono a sfuggire dalle etichette di genere facendo lo slalom tra i vari: punk, post-punk, new wave, post-grunge, indie….ah ma chi se ne frega loro sono i Nuàri e basta. Selvaggi quanto precisi, lunatici quanto tecnici ma soprattutto acidi, incazzati, pregni di un esistenzialismo irrequieto e mai banale. Dopo l’uscita del disco, al trio d’origine composto da Daniele Macera, Valerio Castrucci e Mirko Battisti, si è aggiunto da poco Bogdan Reggio, seconda chitarra che va a gettare ulteriore cemento nel muro di suono già spesso di suo. Dal vivo stanno crescendo a vista d’occhio, in ottobre si troveranno a suonare per qualche data persino in Ucraina e in Russia. Qualche giorno fa li ho contattati e ho proposto loro un’intervista in video per Magazzini Inesistenti che trovate qui sotto: ora, a me  piace scrivere e con le interviste video ancora non sono abile, non ne avevo mai fatte ed ero pure non proprio lucido. Nonostante questo ne è derivato un pomeriggio piacevole a Carpineto Romano, dove vivono e provano. Un pomeriggio pieno di parole in bilico tra musica, cazzeggio e analisi del presente, piacevolmente spiaggiati tra le molte “peroni” sul tavolo e i monti carpinetani.

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