“Notti d’Arabia” (seconda parte) – di Benito Mascitti

Infine si sedette, e con gli occhi bassi si liberò nel racconto: “Sono figlia di un principe somalo di stirpe xeer, ho passato un’infanzia felice giocando e studiando con inglesi e italiani miei istitutori e con le loro famiglie.” Riprese fiato e continuò, con la voce impastata di dolore: “La mia famiglia è stata sterminata dagli etiopi, i miei due figli sono morti con tutta la corte di mio padre. Il mio sposo è stato catturato, tenuto in vita e torturato perché ritenuto l’unico possibile capo della ribellione che gli etiopi s’aspettavano arrivasse. Volevano da lui tutti i nomi dei suoi uomini più fedeli. Dopo avermi tenuta in una casa per cinque mesi in preda alle violenze bestiali dei miei aguzzini, me l’hanno fatto vedere, sperando che cedesse e rivelasse quello che volevano sapere. Era un’altra persona, un corpo informe, lontanissimo dalla sua bellissima figura di uomo. Ma la sua voce, quella era solo appena sofferente e conservava la forza della ribellione, la potenza della sua anima di guerriero xeer. Mi disse, accarezzandomi da lontano: non cedere, non piangere, pensa a me quando ti fanno del male. Pensa che ti amo più della mia vita, più della mia libertà. Lo picchiarono selvaggiamente davanti ai miei occhi per quelle parole, poi mi ricondussero nella casa degli orrori e non rividi mai più il mio uomo. Dopo due mesi da quel giorno maledetto riuscii a fuggire con la complicità di un nostro vecchio cameriere, preso a servizio dagli etiopi. Membri della resistenza ci condussero di notte al limitare del deserto e, con altri dieci sventurati, cominciammo un lungo viaggio a piedi, verso nord, per raggiungere il golfo di Aden e la salvezza. Dopo dieci giorni di atroci sofferenze, senza cibo e con l’acqua razionata, ci intercettarono i mercanti di schiavi Adramit, (da Hadramaut provincia dello Yemen del Sud, città natale dei Bin Laden). Ancora violentata, ammansita, per poi essere venduta ai principi sauditi, estimatori delle bambine e delle ragazze della mia stirpe, cosi marcatamente simili tra loro.” Ricordo distintamente gli occhi di lei che parlava piano, e la mia forte angoscia nell’ascoltare tanto orrore da una voce così struggente e piena di coraggio. Mi ripresi e, sorridendo, le chiesi di mangiare alla somala per il pranzo. Ma tutto doveva essere pronto prima del pasto, perché la volevo a tavola con me. Sorrise e mi ringraziò con il solito inchino ma, questa volta e per la prima volta, mi guardò negli occhi liberamente e con immensa gratitudine. Le accarezzai lievemente i capelli senza parlare e decisi che anche questa volta avrei infranto le regole. Cercai qualche tecnico in ufficio per un’immediata riunione operativa. Il mio lavoro partì e si concluse con soddisfazione mia e dei “signori del deserto”. La vita quotidiana nella casa scorreva regolare e serena, tanto da azzerare la leggenda che mi voleva operativo giorno e notte sul lavoro. Eravamo felici tutti e due. Lei, con quella vita “normale”, era diventata ancor più bella e desiderabile. La riempivo di attenzioni, la coccolavo, ma non ebbi mai il coraggio di prenderne il corpo. Lei non soffriva per questo, ma si era molto attaccata alla mia persona e ogni tanto si sentiva nell’aria la sua voglia di darsi a me, come per farmi sentire la sua riconoscenza. Arrivò il tempo di partire. Soffrivo al pensiero di lasciarla in balia di quel girone dantesco chiamato Saudi Arabia. Lei diventò tristissima e io nel vederla in quello stato sentii la morte dentro. L’ultima notte la passammo svegli a parlare, dopo una bella cena e una serata indimenticabile. Nel cuore della notte le consegnai una lettera di commiato. Lei la strinse a sè come se fosse stata una delle sue creature morte e mi disse: “Voglio salutarti come meriti “giovane principe” (mi chiamava così quando io la appellavo scherzando “mia Signora”). “La nostra stirpe sa che i nostri cari non muoiono, ma vivono negli uomini giusti sparsi da Dio in questa terra. Io credo che in te ci sia l’anima del mio uomo e voglio sentirti dentro di me almeno questa notte.” La presi per mano e facemmo all’amore. Il giorno dopo, salutandoci, ci abbracciammo piangendo e lei mi disse, stringendomi le mani come in una morsa: “Quando torni pretendimi, ti prego. Chiedi di avermi ancora a servizio”. La rassicurai e presi la strada che conduce all’aeroporto con un grande peso nel cuore. Sapevo che quello che avevamo fatto era stato intercettato e spiato. Sapevo che i sauditi tolleravano ma non gradivano. Ma quel che era successo tra di noi rappresentava una voluta sfida a quei viscidi vigliacchi. Ci mostravamo liberi, affermando il nostro diritto ad esserlo e la nostra dignità nel pretenderlo. Accanto a lei, io che allora mi credevo padrone del mondo, mi ero sentito piccolo e insignificante, perché mi aveva fatto capire che la vita è una cosa molto diversa da quella che un giovane possa pensare. Non l’ho mai considerata una “preda di caccia”,  quello che ho dentro per lei è il pensiero verso una persona splendida e non sarebbe diverso anche se avesse avuto un corpo informe. Fare all’amore è stato il gesto che ci ha consentito di unire senza riserve le nostre anime ed è solo questo che importa… l’essermi avvicinato a una donna così rara, ad un’icona del meglio che un essere umano può rappresentare. Al mio rientro in Italia, la cercai da subito, attraverso i miei canali. Le risposte erano evasive, fino a quando chiamai un mio amico del consolato italiano a Riad, che s’informò e mi scrisse una lettera riservata in protocollo diplomatico: l’unico modo per rendere in libertà lo stato delle cose. Mi disse che era tornata dal suo padrone e che lui aveva deciso di tenerla solo per sé.  Non la rividi mai più e il suo ricordo ancor oggi mi accompagna. Ogni 10 dicembre, giorno del suo compleanno, la penso e, nella mia mente, recito una preghiera per lei. (fine) 

http://www.magazzininesistenti.it/notti-darabia-prima-parte-di-benito-mascitti/

Questo racconto è la cronaca di una storia vera del 1982 ed è dedicato a tutte le donne che nel mondo sono ridotte in schiavitù. Anche a quelle che scelgono questa condizione volontariamente.

Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo.
Non dare all’acqua un’uscita né libertà di parlare a una donna malvagia.
Antico testamento – Siracide 25, 24

Se le vostre donne avranno commesso azioni infami…
confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte
Corano – Sura IV, 15

2007©RIPRODUZIONE RISERVATA 

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