“Notti d’Arabia” (prima parte) – di Benito Mascitti

Ero appena arrivato a Riad. Correva l’anno 1982. La missione si profilava tosta: chiudere in quattro mesi un cantiere che sul timing portava sessanta giorni di ritardo. Re Khaled aveva fretta di inaugurare l’ultimo “regalo” per il suo popolo: il King Faisal Hospital, a quel tempo ed ancor oggi l’ospedale più moderno del mondo, dedicato al fratello, re Faisal, a cui era succeduto al trono. In quegli anni gli Abdul Aziz Al Saud sfornavano a go go opere all’avanguardia nel panorama mondiale, senza risparmio. In realtà l’ospedale serviva per curare le terribili malattie di quella stirpe schifosa e maledetta da Dio. Io dovevo occuparmi del villaggio dei medici. Meno di 200.000 membri della famiglia reale hanno in mano il potere e controllano tutto quello che si muove nel paese e nell’intera area. Quando hanno bisogno di te, ti vezzeggiano fino alla noia pur di ottenere ciò che vogliono. Nelle loro performances scelgono i suppliers migliori e pretendono che i tecnici in campo siano all’altezza della situazione. Tu fornitore, però, sei sottoposto al meccanismo dello sponsor; tu e i tuoi uomini sul posto. Lo sponsor deve essere uno dei membri della famiglia reale, che garantisce per te, lucra su di te, cura la tua permanenza, si prende i meriti del tuo lavoro, ti coccola se tutto va bene, ti fa sequestrare il passaporto se ci sono problemi, ti fa sparire se fai cazzate grosse. Il mio “custode” era il principe Abdullah, fratello maggiore di re Kaled, ma concepito da madre diversa: un vero “signore del male”. La buick mi prelevò all’aeroporto, “King Faisal” pure quello, e mi condusse al mio alloggio: una villa incassata e sigillata nel verde surreale, in quella scatola di sabbia, del quartiere americano. Di solito avevo condiviso gli alloggi, sempre ville, con altri tre o quattro colleghi: questa volta sarei stato solo. Una premura del mio sponsor, che però non decifravo fino in fondo. Entrai in casa con un rapido giro, per controllare se tutto quello che per i più era proibito, io lo avessi a disposizione per le mie esigenze. Giornali italiani, cibo italiano, alcol (le puttane, di solito, ce le facevano trovare alle feste che davano “in nostro onore”). Notai subito che tutto era perfetto e curato fin nei minimi dettagli, ma non c’era traccia della presenza del personale – usualmente, servi e schiavi dell’entourage realefilippini, pakistani, thailandesi, coreani, somali – che avrebbe dovuto attendere alle mie quotidiane necessità durante la permanenza. Scesi giù nelle cucine e m’avvolse un profumo di tè ambrato alla araba: una delizia. Non trovai nessuno vicino a quel fornello ancora caldo e abbandonai le ricerche, davanti a quel nettare. Dopo un solitario tè nelle cucine, tornai su e decisi di stendermi sul letto per aspettare che qualcuno mi cercasse. Stanco del viaggio, mi assopii. Dopo non molto, sentii nel dormiveglia una presenza frusciante nella seta, il classico rumore che fa su di un corpo la seta indossata a tunica. Aprii gli occhi e mi si parò davanti una donna di razza somala che mi disse: “Benvenuto Signore”. Un suono dolcissimo, in un italiano molto curato, insolito per un somalo, che comunque, di solito, parla italiano correntemente. Si mise a lavorare sul mio bagaglio, e prese a chiedermi, rompendo il silenzio, dove preferivo le mie cose, come volevo essere svegliato, cosa volevo mangiare per il mattino. Lo fece muovendosi e parlando con un’eleganza rarissima, non costruita. S’annunciò così, dietro la figura del servo. Un’anima pulsante avvolta nel silenzio. Le chiesi di getto: “Tu da dove vieni?” E lei: “Mi chiamo Kadigia e sono stata assegnata a te dal mio padrone. Sono stata favorita di Faisal e adesso che ho quarant’anni, continuo ad occuparmi della sua numerosa famiglia. Era buono Faisal… ma è morto. Non preoccuparti, sarò all’altezza delle tue esigenze”. Porgendosi, non smise mai per un momento il suo ruolo…era lì per me, per fare tutto ciò che volevo. Notai la sua straordinaria bellezza al di là della carne. Pelle di giada, fattezze imponenti e delicate insieme; occhi color caffè e miele, striati come quelli di una gatta… profondi. Si muoveva,  fiera e ammansita, affermando naturalmente lo stridio tra la sua natura e la sua condizione. Ma più di tutto era la sua voce a rivelare un’anima indomita, calda e palpitante d’umano fulgore. Avevo assorbito, nei miei viaggi, la capacità di riconoscere etnia e condizione dei miei interlocutori: era certamente figlia di nobili somali, gente importante, di fiero aspetto, incarnazione dinastica del potere tribale. La ringraziai e chiesi di mangiare una fiorentina ben cotta per la sera, con insalata verde. Dopo cena continuò a girarmi intorno, curando discretamente la mia persona. Decisi a un tratto di andare a letto e le lasciai la buonanotte. Lei mi guardò silenziosa e fece un inchino a mani giunte… un segnale d’obbedienza. Dopo aver letto un poco, m’addormentai su di una pagina, per risvegliarmi dopo breve tempo quando colsi, dalla porta socchiusa, la sua ombra. Mi alzai e raggiunsi il vestibolo. Era seduta, dritta sul busto e con la testa di splendidi capelli, ondulati e neri come la pece, immobile. Spezzai il silenzio e le chiesi: “Cosa fai qui?” Lei rispose senza guardarmi in viso: “Aspetto una tua chiamata, dalla mia stanza impiegherei troppo per raggiungerti.” Mi ricordò quel che sapevo bene… la consuetudine per una donna a servizio del suo padrone. Le risposi che non avevo bisogno di niente e la invitai ad andare a dormire. Lei si allontanò con l’inchino solito e mi guardò nascostamente. Quegli occhi mi scavarono dentro e pensai alla disgrazia di quella mia sorella sfortunata, ridotta in schiavitù. Immaginai, con l’ausilio delle mie nozioni di geopolitica, il suo dramma e decisi di capire meglio al mattino seguente. Ormai mi era entrata dentro. Decisi di rimanere in casa per almeno due giorni, con l’aria condizionata e la voglia di calarmi nella sfortunata vita di Kadigia. Mi staccai dai pensieri veloci che s’intrecciavano per impostare le prime fasi del cantiere e accettai senza esitare di dedicarmi al mio istinto, aiutato dalle buone regole del viaggiatore che varca i fusi orari e che non avevo mai rispettato. La “decompressione”, dopo un viaggio del genere, deve durare almeno due giorni. Non si lavora per due giorni, ci si rilassa. È dura passare dai 25 gradi dell’Italia ai 48/50 all’ombra (per fortuna quasi in assenza di umidità che ti fa sudare) di quel posto infame. È come uscire dall’aeroporto ed entrare in un gigantesco microonde. All’alba mi svegliai, feci per scendere dal mio letto da nababbo e la trovai già lì con un carrello pieno d’ogni squisitezza. “Buongiorno signore. Ben svegliato.”  Le comunicai che per il futuro avrei fatto colazione in cucina, possibilmente con lei. Mi guardò stupita e non disse nulla. Mangiai a letto e lei rimase immobile, in attesa di un mio cenno. Le chiesi di sedersi su una poltroncina e raccontarmi come era arrivata in Arabia. La mia richiesta venne accolta, ma il suo stupore aumentò. Mi fissò in silenzio e ribadì il suo ruolo. Un uomo che si sveglia al mattino, di solito pretende, dopo la colazione, qualche servizietto, tanto per cominciare in bellezza la giornata. Nel suo sguardo rintracciai solo dignità, mentre mi si offriva come una schiava. (segue)

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