Non un nome da ricordare – di Marina Marino

Avrei potuto fermarla, lo so. Avrei dovuto. Avrei saputo fermarla. Credo. La guardavo, quegli occhi gonfi di dolori antichi, quelle lacrime che le rotolavano sulle guance senza soluzione di continuità, il tremito delle labbra che cercava di fermare con piccoli morsetti deliziosi. La mia mente era un coacervo di domande e una le sovrastava e cancellava tutte, una che mi portavo dentro da settimane: con questo caldo, come fa? L’energia per un iperrealistico soffrire, dove la trova? Io riuscivo a formulare pensieri lenti, elementari, mi sentivo torpida anche la lingua che avrebbe dovuto dire qualcosa. Lei sudava, quando gettava alla rinfusa le sue cose, vestiti, puliti e sporchi, che vagamente mi ricordavano momenti belli e freschi. Libri, letti e discussi insieme. Sapevo che mi sarebbe mancata, però, che sollievo non vedere e vivere in quel disordine che l’accompagnava. Sempre.  Quegli occhi dagli sguardi passivo-aggressivi, ogni tanto mi puntavano, pieni di accuse inespresse. In quella stanza il caldo era una presenza, una coperta invisibile, un respiro sul collo, la nuca. No, Vostro Onore, non ce l’ho fatta. Eppure non avevamo caldo nelle lunghe serate a letto con i “nostri” libri, la “nostra” musica e la finestra spalancata sui rumori della città: tra tutti il pianto incessante di un neonato con le coliche che in decibel superava anche i clacson. Avevamo immaginato molteplici modi di sopprimerlo e cavarcela. Sì, era simpatica, dotata di un certo humour nero che me la rendeva cara. Ecco, la borsetta argentata dei trucchi con lo specchietto che le avevo regalato, perché si vedesse come io la vedevo. Lei la guarda, chiude la zip con forza, poi delicatamente, le guardo le dita, mi scopro eccitato. No, troppo caldo. Mi cade e mi avvolge come melassa. La camicia per il sudore si incolla alla schiena, i suoi occhi si incollano ai miei, nei miei. Non piange neanche più. Forse ci sta ripensando? Me lo chiedo con una sorta di accidia, da qualche recesso mentale mi viene il significato della parola secondo il Catechismo: la non volontà di fare il Bene. Ora so che toccherebbe a me, ma il caldo non solo allenta i freni inibitori, spinge all’inazione. E che ne so io del suo bene? Anche se, lo ammetto, negli ultimi tempi ho diretto e controllato la sua vita. Per il suo bene? Per il mio? Non mi sono distinto, è quello che lei si è lasciata fare da tutti. O quasi. Perché non da me? Sudo, un quasi di riserva, in tasca, è sempre opportuno. Un attimo, lei si ferma ad accarezzare i bordi della borsa che ci ha seguito in tanti viaggi, so che sta accarezzando me, la borsa quasi piena, semiaperta, ha qualcosa di osceno, come un cadavere sventrato. Lei sorride, mi sorride e non ho mai visto nulla di più dolce in tutta la mia vita, so che non lo vedrò in futuro, ma ho bisogno e voglia di tanta dolcezza? Un attimo, il caldo sembra fermarsi,  lei guarda la finestra, velocissima, due passi, si lancia. “È il suicidio con le palle” mi aveva detto, parlando di Monicelli. “Non immaginavo che fosse tanto agile” è il mio primo pensiero da stronzo. Mi affaccio, siamo al quarto piano, si vede che è morta da qui, ora somiglia a quella borsa squarciata per un viaggio che non farà mai. In questo afoso pomeriggio di caldo umido, sento lo scalpiccio, i passi, un urlo non umano, lo riconosco: il neonato che ora va in prima elementare. I suicidi lasciano sempre delle vittime. Avrei voluto fare qualcosa? Sudo, domani faccio installare climatizzatori ovunque. Domani, però. Oggi  fa caldo da morire.

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