“Non fate prigionieri” – di Bartolo Federico

Il traffico scorreva lento lungo l’arteria principale e Coney Island Baby una canzone di Lou Reed, risuonava da qualche parte nella mia testa. “Là nel buio accadono cose terribili che ti cambiano per sempre” disse il ragazzo… e prese a raccontargli di quando a quel concerto quegli assassini entrarono sparando all’impazzata sugli spettatori. Ai primi colpi restai immobile, pietrificato dalla paura. Poi non sapendo cosa fare mi gettai a terra, e caddi sopra il corpo di una ragazza che invece era stata centrata dalle pallottole. Mentre con gli occhi chiusi mi fingevo morto, il suo sangue caldo prese a bagnarmi il viso, per poi lentamente colarmi lungo il collo, come una lacrima. Quando gli spari cessarono mi alzai e vidi intorno a me centinaia di cadaveri, e macchie di sangue dappertutto. “No, non si può morire in quel modo osservò la ragazza… e con un gesto materno gli cinse un braccio. “Siccome non ho mai creduto alla versione ufficiale dei fatti” continuò il ragazzo, “da quella sera ho sempre alimentato un dubbio. Poiché uno ne trascina altri, non faccio che tormentarmi. Restano troppi lati oscuri… e non sapremo mai la verità. Parigi quella notte sembrava davvero un cumulo di brillanti spenti” e l’affermò mantenendo un tono calmo. Al bar assistetti per caso a quel dialogo. Ero seduto accanto a quella coppia e, quando capii di cosa stavano parlando, origliai volutamente. Poi a tarda notte, rientrato a casa, colpa di quella smania che mi aveva reso nervoso e pensieroso, continuai a bere. Nel tempo ero diventato uno di quelli che avrebbe voluto vivere senza fastidi, senza preoccupazioni ma, finché si è vivi, bisogna mettere in conto che ti succedono cose che non vorresti. Cose che ti colgono di sorpresa, e ti lasciano ammutolito e lacerato. Nessuno sa cosa ne sarà di noi. Mi alzai alle prime luci dell’alba e spensi la radio che era rimasta accesa, poi andai in bagno a vomitare. Invecchiando anche l’alcool mi dava problemi. Faceva cumulo con quelle crepe che continuavano ad aprirsi dentro di me. Così quell’onda gelida che spesso mi assale, fece la sua comparsa nel primo sole del mattino. Continuavo a non capire come avevo fatto a bruciare quel poco di talento, che in fondo pensavo di avere. Ero andato alla deriva naufragando lentamente, senza metterci nemmeno troppa fatica… ma non era il momento di fare inventari, e riposi sul giradischi “Take No Prisoners”, un doppio live di Lou Reed registrato al Bottom Line di New York, nel 1978. Un disco pieno di rabbia e caos. Musica splendida e travolgente, libera di andare dove gli pare. Un Lou Reed austero, acido, iconoclasta, che canta canzoni ombrose, acconciate con nuovi mascheramenti. Canzoni che sanno di cera e plastica bruciata, che portano dentro di sé quel dolore che non va mai via. Questo disco traccia un nuovo ritratto della sua complessa personalità. Alle volte sembra di essere precipitati dentro un night club, altre in mezzo a gente che sotto palpebre cadenti ha occhi maligni. Ma è la sua voce che echeggia nel cupo della miseria metropolitana, negli sguardi dei tossici che la notte insegue con occhi inceneriti, e di quella bambina preda del buio che in pantaloncini corti e maglietta scollata sulla schiena, cerca quello che è rimasto di lei. Solo guardando in basso si scopre la verità, il reale significato della vita. Il male per Lou Reed resta sempre fuori dalla luce del sole. Per farla breve ho il morale a terra, ma mi comporto come una persona normale. Vado a lavoro, parlo, ascolto. Voglio continuare a dare agli altri, l’impressione di essere perfettamente integrato… ma è vero il contrario. Mi sento sommerso sotto tonnellate di pioggia, annaspo e vaneggio, mentre mi dirigo verso non so cosa. Avendo in qualche modo imparato a riconoscere le bugie, non mi fa più neanche tanto male… e poi ho sempre i miei dischi e alcuni libri, come ancore di salvataggio.
Ricorda che la città è un posto divertente. Qualcosa come un circo o una fogna. E adesso, la città è una fogna per me, tesoro.
(Coney Island Baby)
I segni delle sconfitte alle volte non vanno via. Facciamo finta di non saperlo, ma andiamo tutti quanti verso gli stessi posti, facciamo le stesse cose, che qualcuno prima di noi ha già fatto… e allora perché spargiamo tutto questo dolore? Perché non ci meravigliamo più di nulla? Invece ce ne restiamo da soli avvinghiati a quelle cose che ci hanno ferito profondamente, lasciandoci attoniti con la testa sul cuscino. Sembra strano ma quando eravamo deboli, eravamo forti… e in quei giorni che abbiamo cercato di tenere tutto il piacere del mondo stretto nella morsa delle nostre dita, di approfittarne quando ancora il presente, il futuro, il passato, non erano niente e, a quelle parole che rotolavano dentro di noi, gli siamo andati contro e le abbiamo sfilacciate, ammucchiate, e nella notte dato fuoco, mentre c’incendiavamo di musica. Fin quando stremati lo abbiamo confessato all’alba di un giorno qualunque a questo stupido mondo, che era proprio quello stupore che stavamo cercando. La vita è piena di delusioni, di sogni rancidi, di profili sbiaditi, di amori fasulli, di merda e morte ma, tutto sommato, la speranza non costa nulla. Non riesco a farmela passare però quest’angoscia, che mi fa sentire un relitto. Non posso pensarci a come sarà stato. A come si saranno sentiti quei ragazzi al Bataclan, mentre gli sparavano addosso. Mi ha cambiato per sempre quella notte, quel rantolo d’umanità che serbavo me l’ha portato via. Penso a tutte le occasioni che si sono persi alle cose che non riusciranno a fare, perché qualcuno in nome di non si sa che cosa, si è preso il loro tempo. Una volta la terra è stata un paradiso terrestre. La mia cucina è in miniatura e dà su un piccolo cortiletto sporco e pieno di vecchie cose arrugginite, accatastate l’una sull’altra.
Un motore diesel, dei copertoni, un manubrio. Fusti di latta, scatole di polistirolo, sopramobili, un portacenere di marmo, un quadretto con foto in bianco e nero. Ferri da stiro, un campanello elettrico, caraffe di legno, quel che resta di una macchina per cucire, un paraurti, delle scatolette di cibo per gatti”. Un cane arrotolato su se stesso, dorme sempre a ridosso di quella catasta. Nella tromba delle scale del palazzo da ragazzo giocavo a carte, bevendo succo di pera mischiato a gin. Presi una birra e accesi lo stereo. Con mio fratello da bambini giocavamo ad ammazzare gli scarafaggi che passavano sul davanzale del balcone della cucina. Un pomeriggio né contai più di cinquanta. Ero cresciuto in quel quartiere dove conoscevo tutti, e in qualche modo in quel luogo mi sentivo al sicuro ma, adesso, molte cose sono cambiate. C’è stato un tempo in cui la terra promessa per il rock era la Francia. Parigi ha accolto tutti quei bastardi e ribelli che il sistema discografico cacciava a pedate: troppo liberi, tosti e anarchici, per il “music business”. Gente che ricordava a tutti quanti, che il rock’n’roll è roba da usare con cura. Accadeva a ridosso del 1980 quando il punk, la più grande rivoluzione culturale di massa, si stava spegnendo sotto le grandi luci del mondo, che due amici, Patrick Mathé e Louis Thevenon, gestori del negozio di dischi Music Box e della piccola etichetta Flamingo Records, decisero di trasformarsi in New Rose Records, etichetta che prese il nome da una canzone dei Damned. Tra nuove band e gruppi musicali francesi la New Rose ha dato un’opportunità a questi fuggitivi del rock: Willie Alexander, Alex Chilton, Sky Saxon, Roky Erickson, The Real Kids, Charlie Feathers, Tav Falco, True West, Calvin Russell, Gun Club, Dead Kennedys, Cramps, Green On Red, Giant Sand, The Primevals, Alejandro Escovedo, Bo Diddley, Alvin Lee, Robert Gordon, Elliott Murphy The Slickee Boys, Paul Roland, Dr Feelgood, That Petrol Emotion, The Chesterfield Kings, Maureen Tucker, The Inmates, Percy Sledge, Johnny Thunders l’anima maledetta delle New York Dolls, e altri ancora. Il rock della New Rose ha i denti macchiati di sangue, e la faccia spigolosa. Il più delle volte soffre di nausea, e sente il corpo fluttuare. Vaneggia e barcolla, ed è costretto a mentire per restare vivo. Perché questo rock non fa tendenza, ma suona essenziale e vero. Le chitarre ringhiano e prendono fuoco in mano a quei selvaggi, con Lou Reed e Jim Morrison, attaccati nel cuore. Dietro le sbarre di una prigione qualcuno strizza gli occhi e con la mano si tocca quel rozzo tatuaggio rammendato sul braccio. “Rock’n’roll Heart” c’è scritto. Nient’altro. Stamattina quando mi sono alzato, fuori pioveva. La pioggia picchiettava sulla veranda noiosamente. Me li ricordo bene quei giorni, quando anch’io volevo tutto e subito. Con gli anni però ho dovuto imparare ad avere pazienza, a tessere la tela, ad aspettare il momento propizio… ma non vado orgoglioso di questo. Perché le cose più belle sono quelle che hai lasciato scritto da qualche parte, sul muro dei ricordi. Un caldo e umido pomeriggio di settembre, io e lei in una piccola stanza d’albergo. La radio accesa che suonava Coney Island Baby. Abbiamo fatto l’amore con voracità e trasporto standocene aggrappati l’uno all’altro, come ad uno scoglio. Poi abbiamo dormito a lungo. Lei aveva diciannove anni, io venti… è sempre quello che non hai previsto che ti mette al tappeto.

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