In nome di Eva – di Ginevra Ianni

Certe donne sono bellissime e quando passano tra le persone lo fanno solcando la scia di un mare solo loro. Sono invisibili tra la gente e per notarle bisogna fare uno sforzo di concentrazione… lasciano scie di profumi intensi dietro di sé, a volte troppo dolci o forti, volgari.
Certe donne nascondono un donnino tenero in fondo agli occhi e lo si può scorgere solo se te lo permettono: raramente, mai o solo dopo aver fatto all’amore; non ridono più.. non sanno esattamente  quando è successo che hanno smesso ma non si ricordano l’ultima risata.
Certe donne sono troppo grasse, altre troppo magre, senza seno, pochi capelli o fianchi larghi.
Sono donne, troppo, sempre in bilico tra gli schemi e la follia, tra la santa e la sgualdrina, saltando da un tipo all’altro senza coerenza apparente. Ci sono donne che davanti a una sconfitta o un gran dolore sanno solo pensare di indossare la gonna più bella e di danzare scalze una danza folle per  strada.
Certe donne sanno solo amare, certe donne, tutte o quasi.
Innamorate di un Uomo, sempre e solo quello dall’inizio del tempo.
Bisogna fare una prova almeno una volta nella vita, occorre recarsi a passeggiare il sabato pomeriggio in un luogo affollato, chiudere gli occhi e provare a sentire le donne presenti. Dapprima vi sarà solo un rumore confuso ma a poco a poco tutti gli altri suoni si abbasseranno per lasciare spazio solo a loro, alle voci, ai profumi, ai tacchi delle donne di tutti i tipi che passeranno davanti, dietro, di fianco.
Sarà come scoprire, percepire per la prima volta un mondo nuovo fatto di contatti casuali con pelli morbide o grasse, di capelli lunghi o corti che profumano al vento leggero che li scompiglia e, finalmente, si udrà un nuovo brusio inatteso. Milioni di voci femminili che sussurrano, ridacchiano maliziose o gemono piano ma tutte si confondono un unico suono melodioso, profondo e musicale che trascina via lasciando frastornati e in preda ad un lieve capogiro…
come quando si beve un liquore forte.
Dopo tale esperienza non si riuscirà più a guardare una donna, seppure in mezzo a cento altre persone, senza vederla, percepirla da sola, unica, fuori contesto. Si avvertirà  soltanto il suo sguardo, il profumo, la piega dei capelli o la curva dei suoi fianchi. Non importa l’età, l’altezza o il suo peso, lei è Eva, la donna, la madre di tutte, la madre dell’uomo. Il 2016 verrà ricordato perché oltre a festeggiare i settanta anni della Repubblica italiana, si celebra al contempo (in tono minore per verità) il diritto riconosciuto alle donne di votare. Un bel principio per la neonata Italia del dopoguerra, finalmente uguali tutti, uomini e donne. Da quel mese di giugno di tanto tempo fa la strada delle donne è stata tracciata per sempre, in salita ma irreversibile. Le donne hanno votato, hanno ottenuto di non essere più licenziate per gravidanza, di non firmare anche la lettera delle dimissioni insieme al contratto di assunzione, hanno messo la minigonna e hanno ottenuto di portarla libere e sicure di non sentirsi più accusare in tribunale di “provocare” lo stupro a causa dei loro vestiti. E’ stato fatto molto e moltissimo resta da fare ma, di fatto…
la condizione maschile e femminile ormai è destinata ad equipararsi, magari non ora, ma le donne sono tenaci, accadrà. E gli uomini? Che è successo agli uomini durante tutto questo tempo?
Hanno seguito attenti la parabola ascendente delle loro compagne, sorelle, madri, figlie. Talora contenti talora perplessi o addirittura spaventati. Dalla creazione in poi accanto a loro vi è sempre stata una donna che li ha generati e che ha generato i loro figli. Da sempre gli uomini hanno dovuto risolvere l’enigma
dell’esistenza delle loro compagne, del loro essere capaci di amare e di doverne capire la natura senza riconoscersi in esse: profondamente diverse ma, dal 2 giugno 1946 uguali.
E’ come se da quella data le donne avessero cominciato a correre su un percorso ad ostacoli che le ha gradatamente portate lontano, sempre più lontano dai loro uomini, verso un’esistenza nuova che essi non sono sempre stati in grado di seguire o di capire e che non potendo condividere li irretisce, li spaventa, ingenerando reazioni che, dopo tutta questa ambita parità e condivisione, non si potevano certo prevedere.
Dopo settant’anni da quel due giugno ecco Sara, ventidue anni, studentessa universitaria e ballerina che viene strangolata ed arsa viva dal suo ex ragazzo, Valentina, 29 anni, ricercatrice, colpita a morte dal suo ex amore, Liliana, 51, dal marito, Fiorella, 66, dall’uomo cui è rimasta accanto sino all’ultimo respiro, il suo. E ancora altri nomi, altre facce, altre età ma sempre lo stesso uomo, sempre uno: quello di cui si sono fidate, con cui hanno condiviso l’esistenza, cui hanno dato magari dei figli,  che hanno amato tanto… Fino a morirne. Curioso pensare che dall’inizio del mondo le donne hanno fatto di tutto, da Medea a Maria di Nazareth sino a Maria Montessori e a madame Curie ma riconducendo ogni cosa ad una sola cosa, amare. Gli uomini invece no. Più liberi, con un cuore diverso, hanno sperimentato da subito qualunque cosa, hanno cumulato un’esperienza immensa che va dal costruire piramidi alle centrali nucleari mettendo l’amore nelle loro vite come un elemento, una variabile come tante altre.
Può esserci ma può anche mancare e va bene così. Ma allora perché uccidere le donne?
Perché eliminare una creatura che al centro di tutto pone l’amore?
La differenza sta tutta qui: una donna sopporta tanto solo per amore, perdona e perde la vita per amore…
un uomo no
. Quando commette un femminicidio egli non lo fa mai per amore, ma perché non capisce, non riesce più a controllare e non vede più parità tra sè e la sua vittima, né due giugno, ma solo cieca sudditanza.  Se non può più controllare una donna, se non capisce più dove sta volando il suo spirito libero, allora va distrutta. Uccisa. Solo così tornerà sotto controllo, da morta.

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