Nomadi: “Milleanni” (2019) – di Valeria La Rocca

Certo che ci vuole coraggio a fare un disco così! Ci vuole coraggio a riproporre nove canzoni “vecchie” e solo due inediti (Milleanni e La strada di Damasco). Ci vuole coraggio a presentare ben undici testi tutti in italiano, tutti rigorosamente coerenti dalla prima all’ultima parola. Dove sta la coerenza? Dove sta il coraggio? Il coraggio sta proprio nell’essere I Nomadi che sono nomadi da 56 anni, 320 canzoni, oltre 6.000 concerti, 82 album con questo “Milleanni” (2019). Sta nel fatto che non hanno mai rinnegato di essere italiani, cantare in italiano e raccontare dell’Italia. È probabile che in ogni piazza di ogni comune del lungo “Stivale” sia stato montato un palco su cui si sono esibiti. Tre generazioni di italiani cantano le loro canzoni e tutti prima o poi ci siamo sentiti Io Vagabondo. In questa Italia arrabbiata e fragile come un adolescente, in cui ogni ragazzo ha una playlist di rapper e popstar inglesi nelle orecchie a volume altissimo, che sciorinano fiumi di parole raccontando di altre latitudini, di altre sofferenze, che cosa avranno ancora da raccontare i Nomadi mi chiedo. Come si può competere con le nuove frontiere della contaminazione di generi e lingue? Ammesso che abbiano ancora qualcosa da dire, dovrebbero entrare in quelle orecchie e piacere, per parlare con loro che non vogliono ascoltare ma, se solo per un attimo riuscissimo a trascinare un adolescente su una spiaggia d’estate, attorno ad un falò con una chitarra in mano, potremmo far sentire a loro quello che sentivamo noi. Anche noi a quindici anni avevamo “sogni in tasca e una sfida infinita, mille anni dentro e altrettanti alle spalle” (Milleanni). Anche noi ci inventavamo un profilo per paura di perdere la sfida con la vita. Ma non eravamo soli davanti ad uno schermo. Noi avevamo la spiaggia e i falò, la parrocchia e gli scout, cantavamo sui sedili in fondo al pullman alla gita della scuola, tenendoci per mano di nascosto. Ci toccavamo e facevamo a botte quando non riuscivamo più a parlare, ma poi facevamo sempre pace, con una birra in mano e una moto da smontare. Avevamo le spalle coperte e la certezza che gli errori si pagano. Il conflitto era funzionale alla crescita e un 4 in matematica era perché non avevi studiato. Non c’era nessuno a giustificarci e nessuno si sognava neppure di pensarlo che la colpa fosse del professore. “Chi vuole nemici nemico sarà e resta il coraggio di dire basta. Miliardi di voci ma una sola realtà (Con me o contro di me). Questo è quello che i Nomadi hanno il coraggio di dire nel loro rock pulito e semplice che entra dentro senza insinuazioni o ambiguità, Chiamano le cose con il loro nome e lo fanno in italiano, con una voce limpida e potente, nuova eppure conosciuta e rassicurante, quella di Yuri Cilloni che, dal 2017, prende con coraggio il testimone da Danilo Sacco, che nel 1993 aveva avuto l’arduo compito di sostituire il grande Augusto Daolio. Ecco, ci vorrebbe una voce così in ogni aula di scuola, ad ogni falò, su ogni pulpito o campagna elettorale. Ci vorrebbe una voce fuori dal coro degli urlanti che non le mandi a dire e che non voglia convincerti. Una voce che confessi che questa Italia fragile e arrabbiata ha perso La strada di Damasco e che invochi una madre e le sue preghiere (L’orizzonte). Una voce potente dal pugno alzato che chieda giustizia e che ti convinca che “Mamma Giustizia” c’è e se tu ti rivolgi a lei e non al solito compromesso, non ti abbandona mai. Ci vuole coraggio a dire certe cose al giorno d’oggi e a dirle in italiano, in un tempo in cui abbiamo paura di perdere la nostra identità nazionale e costruiamo muri alti, di mare e di parole. Ci vuole coraggio ad intitolare Noi una canzone nell’era del narcisismo mediatico, delle solitudini soffocanti e dell’arrivismo esasperato in cui vince il migliore offerente di sogni preconfezionati. “Ma noi no… occhi chiusi mai, lusinghe e vanità non sono la realtà, buoni come il pane, ma cattivi come un cane, se gli fregano il suo pane… bocca chiusa mai, miserie e ambiguità non sono una realtà. Così risuona nostalgica la voce ripescata mettendo in ordine gli archivi, di Augusto Daolio nella traccia 10. Come una voce che viene da lontano, un motivetto cantato sotto la doccia dall’italiano medio che si canta in testa la ragione per superare anche l’ultima sfida. Reclutiamo eserciti di chitarristi tra le file degli insegnanti. Batteristi a ogni angolo di parrocchia o nei locali con check list per entrare. Spieghiamo la storia contemporanea, insegniamo a coniugare i verbi cantando le canzoni e a leggere fra i versi o negli accordi in maggiore di una chitarra. Riportiamo la musica per strada, in ogni piazza di ogni sperduto comune della provincia italiana. Facciamo penetrare la musica su per le stradine strette dei paesini dove a dorso di mulo qualcuno ha fatto arrivare la civiltà e l’italica accoglienza ai nomadi del mare. Ritorniamo a chiamare le cose col loro nome, a chiamarci per nome ancora per Milleanni. Perché se dai un nome alle tue paure e alle tue diffidenze, alla lunga impari a riconoscerle. Ci puoi fare a botte se hai finito le parole, ma se le chiami per nome, prima o poi ci fai pace e finisce che cominci a pensare che non occorre cambiare per piacere e che essere sé stessi può fare la differenza. Parola di Nomadi.

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