Nomadi: “I Nomadi interpretano Guccini” (1974) – di Alessandro Freschi

C’è bisogno di gente molto forte per fare assieme il viaggio che inizia non sai dove e passa cento porte”. Tra i sodalizi più influenti dello scenario folk-rock impegnato italiano di fine anni Sessanta quello tra i Nomadi e Francesco Guccini raggiunge la sua definitiva consacrazione nel novembre 1979 quando sul proscenio di due famosi locali emiliani – il Kiwi di Piumazzo e il Club 77 di Pavana – la band e il “trovatore modenese” si ritrovano per celebrare con un memorabile concerto (“Album Concerto” 1979 EMI) quindici anni di rimarchevole cooperazione artistica. Le scritture gucciniane infatti hanno sovente trovato la loro spontanea sublimazione nelle performance del complesso capitanato da Augusto Daolio e Beppe Carletti, – “I Nomadi cantano Guccini” (1973) – dimostratosi abile nel veicolare in vetta alle classifiche di vendita, sia rivisitazioni di significative hit internazionali (Sonny Bono, Moody Blues ed Elton John tra le “saccheggiate” muse ispiratrici) che le storie di tutt’altro spessore partorite dalla penna del poeta-cantastorie (Dio é Morto, Noi Non Ci Saremo e Canzone per Un’Amica). Se gli inizi degli anni Settanta dispensano una inalterata popolarità per i Nomadi, stigmatizzata da successi come Un Pugno di Sabbia, Voglio Ridere e il loro inno infinito per antonomasia Io Vagabondo, per Guccini giunge il momento, dopo gli iniziali lavori solistici Folkbeat N°1 (1967) e Due Anni Dopo (1970), di provare a raccogliere i primi meritati consensi da parte di critica e pubblico.
A cavallo tra il dicembre 1970 e il luglio 1972 Francesco pubblica L’Isola Non Trovata e in rapida successione Radici, lavori che con il trascorrere degli anni acquisiranno la dimensione di autentiche pietre d’angolo del cantautorato italiano. Ultimo 33 giri firmato con il solo nome di battesimo, concepito al ritorno da un deludente viaggio in quella landa a stelle e strisce che, con i suoi miti di celluloide, in giovane età lo aveva affascinato, “L’Isola Non Trovata”, deve la sua ispirazione alla lettura di alcune opera di Salinger e Gozzano e alle interminabili chiacchierate su Atlantide con un cugino anarchico di Carpi. Un disco d’autore dalle sonorità folk-blues che custodisce argute istantanee imperniate sul concetto di tempo nella accezione più trasversale del termine e che gode oltremodo della presenza in sala d’incisione di un parterre di musicisti d’eccezione composto da Vince Tempera, Ares Tavolazzi, Franco Mussida, Eliade Bandini, Victor Sogliani e dalla chitarrista newyorkese Deborah Kooperman, vero talento nel fingerpicking. Un ottimo salvacondotto per il barbuto cantastorie che riesce a rendersi protagonista di alcuni passaggi sulla rete televisiva nazionale. In particolar modo è significativa la sua presenza nel settembre 1971 nelle puntate trasmesse da Marostica, Sirolo e Sant’Agata di Puglia (paese natale del cantautore-cabarettistica Antonio Morese alias Toni Santagata) dello “Speciale Tre Milioni” di Giancarlo Nicotra.
Dopo essere convogliato a nozze con la compagna storica Roberta, Francesco nella primavera del 1972 torna alacremente in studio per registrare “Radici”. Contrassegnato dallo scatto color seppia di copertina nel quale sono immortalate varie “generazioni Guccini“, l’album è uno scrigno di storie dal fascino nostalgicamente anarchico che trasudano di memoria popolare e forte senso di appartenenza. Ideologie e reminiscenze che si mischiano nel mezzo di imprese di macchinisti in rivolta e mulini sulla statale porrettana, “Locomotive lanciate a bomba contro l’ingiustizia” e Case sul confine dei ricordi”. È a questo punto che i Nomadi colgono l’occasione per conferire all’amico paroliere un doveroso tributo registrando, nei celeberrimi Abbey Road Studios londinesi, una mini-raccolta che custodisce il riadattamento di sei estratti dalle sue ultime due fatiche discografiche. “I Nomadi Interpretano Guccini” compare sugli scaffali dei negozi di dischi nel maggio del 1974; realizzato nella insolita versione quadrifonica il 33 giri presenta sulla copertina alcuni disegni di Augusto Daolio, artista a tutto tondo, capace di trasporre attraverso il suo puntuale tratteggio a olio e china mondi magici e creature surreali. Sin dalle prime note della traccia d’apertura del disco appare evidente quanto l’impronta sinfonica erogata dagli arrangiamenti impartiti dal Maestro Vince Tempera risulti risolutiva nel “cambio d’abito” dei brani selezionati. A completamento della convincente metamorfosi sonora interviene l’avvolgente timbrica di Augusto, che con i suoi riconoscibili e inimitabili registri appare perfettamente a suo agio nella declamazione di racconti che profumano di terre d’Oriente, periferie nebbiose e visioni d’oltreoceano.
Sono nato a Novellara tempo fa, mi chiamo Augusto e questo nome mi piace. Sono un acquario, un acquario esageratamente acquario con un poco di tutti gli altri segni. Sono stato fortunato. Ho incontrato la musica, ho incontrato la poesia, ho incontrato l’arte, ho incontrato le parole. Voglio dire che non ho cercato niente”. Augusto è uno spirito ribelle dall’anima colta, uno che trascorre una vita da nomade ma che ogni sera bada bene nel rientrare a casa, uno che ama la sua terra e le sue origini, uno che è rimasto sé stesso nonostante il successo. La sua immagine, dietro la lunga barba e gli occhiali da miope, è quella di un profeta dall’animo buono, un affidabile leader, uno che merita rispetto e affetto. Uno che forse dimostra qualche anno in più di quelli stampigliati sulla carta d’identità e per questo sembra trasudare di saggezza ancestrale. Uno che ogni qualvolta si avvicina a un microfono è in grado di generare vibrazioni emotive come ben pochi altri sanno fare. Al suo fianco da sempre siede l’amico Beppe (Carletti), il tastierista. Insieme hanno iniziato a suonare per le piazze di paese nei primi anni Sessanta, quando ancora si facevano chiamare I Sei Nomadi. Con loro era presente un altro componente storico della band, il chitarrista Franco Midili, che però alla vigilia di questa esclusiva trasferta in terra albionica ha annunciato il suo definitivo allontanamento ed è stato rimpiazzato dal talentuoso polistrumentista di origini irlandesi Christopher Dennis, già componente dei Dave Anthony’s Mood. Umbi Maggi (basso) e Paolo Lancelotti (batteria) sono fedeli compagni di viaggio dal 1970 e completano la line-up impegnata negli Studios resi celebri da Beatles e Pink Floyd.
Oggettivamente appare particolarmente ostico eleggere quali siano i movimenti più rappresentativi in lavori come “L’Isola Non Trovata” e “Radici”, in virtù delle tematiche affrontate, mai banali, e del modo anticonvenzionale e colto con il quale Guccini tratteggi certe storie senza tempo mischiando nostalgie, rabbie e speranza. La scelta delle tracce da inserire in scaletta per “I Nomadi interpretano Guccini” ricade in apertura di disco su Il Vecchio e Il Bambino, coinvolgente faccia a faccia generazionale in bilico tra labili ricordi ed illusione, nei nebulosi bagliori di un desolante disastro ambientale (“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera”). I riferimenti alle opere del poeta Guido Gozzano (in particolar modo all’ode La Più Bella) e ai suoi mistici viaggi in India affiorano nei solenni arditi di Asia e nella successiva L’Isola Non Trovata, metafora sulla inarrestabile ed effimera ricerca di verità assolute (“Nessuno sa se c’è davvero od è un pensiero. Se, a volte, il vento ne ha il profumo. È come il fumo che non prendi mai”).
E se La Canzone della Bambina Portoghese dispensa attraverso l’innocente estasi di una attonita fanciulla al cospetto del grande mare il malessere e la labilità del vivere quotidiano (“E capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente. E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini”) nella ballata Piccola Città sono tratteggiate penombre e ricordi del dopoguerra in provincia (“Piccola città, vecchia bambina che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele, tre lunghi mesi. Angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni. Frustrazioni, amori a vuoto mai compresi”). In chiusura un ulteriore omaggio letterario, stavolta rivolto a “Catcher in the Rye” di Salinger, nel quale Guccini trasporta “Il solitario prenditore nella segale” originario del racconto nella natie lande dell’infanzia (“Ricordo che alla sommità c’è un uomo che sta sempre là per impedire che qualcuno cada giù. Da quella magica collina, dalla parte che declina e non ritorni più” – La Collina). I Nomadi interpretano Guccini” è un disco universale per ricordare il miglior Guccini e il mai abbastanza compianto Augusto Daolio. Compagni di un viaggio che inizia non si sa dove e, ancora oggi, passa cento porte.

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