Noisyra: “Inner Collapse” (2018) – di Lorenzo Scala

Nella mia memoria c’è l’immagine di questa ragazzina dai capelli neri, vestita di nero, seduta su un pavimento con le gambe incrociate,  aggrappata alla chitarra come fosse l’unico sostegno tra la sua mente e il vuoto. Cantava con impeto adolescenziale e le giuste dosi di impazienza frenetica, le canzoni di Janis Joplin. Intorno a lei le pareti coperte di scritte e disegni di qualche piccola stanza, in qualche piccola casa, nel centro storico di qualche piccolo paese. Quasi sempre lattine di birra e cicche ovunque. Erano tempi in cui scoprivamo il punk, ruttavamo nei vicoli e ci spostavamo in piccoli branchi sui Cotral. Nel tempo le nostre strade si sono divise, la ragazzina è cresciuta e non ha mai smesso di cantare, di comporre, di suonare con gli occhi chiusi, la fronte corrugata per il flusso emotivo in espansione, senza dare il minimo peso al mondo circostante, eppure riuscendo a esserne profondamente connessa. Lei è Pamela Salvati, in arte Noisyra, per gli amici semplicemente Pam, comunque decidiate di chiamarla una cosa dovete tenere a mente: questa ragazza non si è mai fermata. Oggi è una donna che ha saputo coltivare una crescita artistica esponenziale, ha portato avanti tenace una gavetta  costellata di concerti non sempre riusciti, questo perché il pubblico è spesso troppo bisognoso di un mero divertimento e poco attento nei confronti di un fascino abissale. Perché la sua musica non è solare, è sinuosa e cacofonica, morbida e sperimentale, una musica che necessita di un ambiente ristretto per creare la magia, non basterebbero mille aggettivi per descriverla. Le atmosfere da lei evocate sono nordiche ma anche provinciali, zone d’ombra sotto il sole, glaciali sentori tra le colline laziali.  Forse due sono gli aggettivi che si avvicinano a un senso di compiutezza quando si pensa ai suoni che sguinzaglia: conturbanti e viscerali. Echi di New Wave, pennellate di nero e viola, testi dal sapore apocalittico tremendamente introspettivi. Pamela, anzi Noisyra, è completamente sola sul palco: suona, registra, manda in loop, cambia strumento. Contrappone urla bagnate di puro noise a un cantato etereo e delicato, che alterna a sua volta ad un recitato che parte in sordina per crescere come un valanga e tornare infine alla rabbia di un urlo… e cosi via. Un paio di anni fa le nostre strade si sono incrociate di nuovo, così ho cominciato a seguirla dal vivo. Tutta la strada da lei percorsa, la polvere mangiata, le parole scritte sui taccuini e gli strumenti cullati, tutto ha portato alla presentazione del suo primo album “Inner Collapse” (collasso interiore) prodotto dall’etichetta indipendente MIM (meat is murder) avvenuta la sera del 28 aprile scorso nella suggestiva cornice de La Reggia Dei Volsci a Carpineto Romano. Sinceramente trovo difficile descrivere il gomitolo degli stati d’animo che ho provato, alcuni concerti scavano nell’intimo e descriverli vorrebbe dire ridimensionare il proprio vissuto. Preferisco non parlare neanche dell’album, posso solo dire che o piace o non piace… ovvero, se adorate esclusivamente le sonorità surf e rockabilly, troverete il genere ostico, se apprezzate le sonorità intimiste e nordiche, mescolate a un noise cantautoriale, allora forse ci siamo. Quello che mi interessa raccontarvi è il dopo concerto e le quattro chiacchiere che abbiamo scambiato: L’aria era tiepida, il locale si trova sulla cima del piccolo monte su cui poggia Carpineto Romano. Io sono estasiato dalla serata… e dire che era partita maluccio, non avevo voglia né di socializzare né di sentire musica, mi sono forzato perché non volevo assolutamente mancare: devo dire che ho fatto benissimo. Pam è su di giri, con l’adrenalina che pompa, il volto e le movenze elettriche, un sorriso infantile e consapevole, sa di aver fatto un buon concerto e sa che il pubblico ha capito… certe vibrazioni si espandono nell’aria in modo inequivocabile. A fine concerto prendiamo posto in disparte, intorno a noi ronza una ragazza sui venti, venticinque anni, solo in seguito vengo a sapere il suo nome, Cristina Marchetti: non smette di farci foto con la sua Reflex, facendoci sentire idioti e importanti. Io sono un disastro ambulante, ma un disastro ambulante sereno, vista la serata entusiasmante… e le molte grappe bevute. Quello che segue è un sunto di quel che doveva essere un’intervista… molte frasi sono state censurate e molti fatti omessi per un eccesso di spontaneità alcolica.
Quando eri una ragazzina da quali suoni, da quali melodie eri attratta? Insomma parlaci dei tuoi primi ascolti.
Quando andavo al liceo mi sono innamorata subito dei poeti maledetti, quindi Rimbaud, Verlaine, Baudelaire e gli altri, però li ho conosciuti fuori dalla scuola e ricordo che rompevo l’anima alla prof. di italiano perché le chiedevo in continuazione quando ne avrebbe parlato… lei sorrideva e rispondeva “è troppo presto”. Quelle poesie sono come musica. Poi la prima lucciola sonora: Kurt Cobain, subito dopo ho scoperto Janis Joplin e ora che ci penso, un disco che mi ha stravolto la vita l’ho visto e ascoltato per la prima volta a casa tua, “Dirty” dei Sonic Youth. Con il tempo mi sono buttata su un tipo di metal estremo, da anni, parallelamente al mio progetto solista, porto avanti insieme a Gianluca Fondi e Antonio Macera, un gruppo grindcore: i Mefitica.
Cosa mi dici del tuo progetto solista, come è iniziato e come sei arrivata al tuo primo disco:
Il mio progetto nasce nel 2011, mi divertivo a fare delle sperimentazioni noise con i pedali, con il tempo è venuto naturale assemblare questi suoni con i testi che scrivo da sempre, faccio tutto da sola: suono, mando in loop e ci canto sopra. Ad un certo punto sono stata spronata da un grande gruppo, I Tedio (Alessandro Casponi, Dusty Cri, Simone Gerbasi), infatti mi hanno contattato dopo avermi visto suonare, per aprire dei loro concerti, mi sono innamorata subito della loro musica malinconica tra il noise e il blues, appena ci siamo presentati mi hanno detto subito: “stiamo facendo questa etichetta che si chiama MIM, (Meat is murder, nome che omaggia un disco degli Smiths) e ti vogliamo con noi!” Capirai stavo per svenire .
Il tuo live è particolare, si alternano momenti di claustrofobia, sperimentazione pura, ad aperture melodiche catartiche e commoventi… come te la vivi?
Un’ansia assurda! E’ un concerto emotivo, sono io che metto la mia anima su un palco, a volte mi commuovo, a volte mi vengono delle risate isteriche tra un pezzo e l’atro, sono sempre tesa ma quando attacco mi sciolgo, il momento più bello è alla fine quando mi rendo conto che le persone si sono emozionate.
I tuoi testi sono originali, sembrano non fare riferimento a nulla, dico bene o ti sei ispirata a qualcuno?
Solo a me stessa, io butto giù righe su righe e le correggo pochissimo, non penso a chi leggerà o ascolterà, è qualcosa che somiglia al vomito, io vomito cose, non sono neanche una grande lettrice di romanzi, preferisco la poesia, infatti ho un’attrazione quasi morbosa per le metafore.
La serata è andata avanti ma l’intervista è finita, andate in pace e ascoltate Noisyra.

Foto Cristina Marchetti©tutti i diritti riservati 
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