Noir Désir: “Des visages des figures” (2001) – di Bruno Santini

“Des visages des figures” è il sesto e ultimo album in studio della band francese Noir Désir. Pubblicato nel 2001 e legato tradizionalmente alla data di uscita (11 settembre), l’album può ritenersi un gran capolavoro sia dal punto di vista musicale – con la presenza, tra gli altri, di Manu Chao nel pezzo Le vent nous portera – che contenutistico, con l’utilizzo di tematiche che vanno dalla poetica Son style 2 all’apocalittica L’Europe. I 68 minuti totali trovano il loro avvio con l’imperversante e piacevole chitarra de L’Enfant Roi, accompagnata dalla pacatezza di un ritmo sempre scandito. Cambia brano e con esso il registro… Le grand incendie è un gran ritorno al grezzo “Tostaky” (1992): non più la chitarra ma il pianoforte e l’armonica la fanno da protagonisti; il tono è più crudo e lo scenario descritto non è più simbolico ed etereo, ma concreto, di una concretezza che si materializza nella distruzione e nel dolore. Dopo i 10 minuti, però, un nuovo cambiamento: è il momento di Le vent nous portera (il brano più conosciuto della Band estratto anche come cd single) che mescola i caratteri sopraccitati in una messa in scena del concreto che passa, però, attraverso una pacatezza strumentale che quasi, all’aumentare dei secondi, mette angoscia.
La chitarra ritorna protagonista per rimanervi soltanto nelle due Son style: pesanti invettive che si presentano, l’una, come aspra condanna al mondo occidentale e tecnologico, l’altra ancora come mero simbolismo che dilaga nel lirico “Lupanar à Sisyphe”. Come se l’album si dividesse idealmente in più sezioni, ecco Des armes, poesia dell’anarchico Leo Ferrè, quasi un’anticipazione tematica dei 23 minuti de L’Europe. In questa, così come in L’appartement e in Des visages des figures, insieme al resto cambia anche l’approccio di Bertrand Cantat: una voce più cupa, quasi punk, che si alterna ad urla e acuti. Baluardo dell’album è, però, Lost. Nel pezzo troviamo una sintesi estrema di quanto meglio caratterizza l’intero album; l’alternarsi tra francese e inglese, l’incessante e continuo “I’m lost” e un ritmo che si spezza, improvvisamente, per trascendere.
Nel momento stesso in cui si parla di paranoia e di schizzofrenia, non più la voce lenta e il ritmo scandito ma di nuovo la cupezza, l’eccedere della batteria e della chitarra, che portano l’ascoltatore quasi in uno stato di agitazione che necessita della calma (ed è, difatti, il momento di Bouquet de nerfs, che nella miriade di brani sembra quasi perdere di valore). Si giunge a L’Europe, ultimo brano dell’album. Quasi fosse un inno alla distruzione, l’aspra condanna all’occidente viene accompagnata dal persistente “Je repete”, da frasi sempre più pungenti e da affermazioni che acquisiscono il carattere di sentenza. 23 minuti di totale apprensione, di ritmo sempre più incalzante e di atmosfera che tende a diventare angosciante. In definitiva, l’album, vede al suo interno tutti gli elementi che meglio possono caratterizzare un lavoro discografico. Un atto ultimo che meglio non poteva segnare una trentennale carriera musicale.

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