Nirvana: “Nevermind” (1991) – di Bruno Santini

Nevermind è il secondo album in studio dei Nirvana, pubblicato nel 1991 dalla Geffen Records. Emblema del rock e degli anni 90, è ritenuto uno dei migliori lavori discografici mai prodotti, tanto che figura tra le prime posizioni nelle classifiche planetarie dei migliori album. Il disco rappresenta una svolta per la band statunitense, dopo il già acclamato successo di “Bleach”, primo album del 1989. Difatti, economicamente parlando, è quello che ha avuto più successo della band di Seattle, avendo totalizzato più di 24 milioni di copie vendute (a fronte di 250.000 previste) e numerosi dischi d’oro, di platino e di diamante (in Canada e Francia, con oltre 1 milione di copie vendute), ed avendo spodestato “Dangerous”, uno degli album più venduti di Michael Jackson… ma è tralasciando la parte economica che si trova l’intrigo, la curiosità e la particolarità caratterizzante “Nevermind”: a partire dalla scelta di utilizzare melodie prettamente pop, dal carattere quasi banale (strofa ritornello-strofa ritornello) per vivacizzare sonorità e musicalità ben più aggressive – ritenute punk dallo stesso Cobain – che richiamavano la scelta artistica, fatta anni prima dai Pixies, band molto apprezzata dal frontman dei Nirvana. Inoltre, tale scelta musicale è accompagnata da una scelta propagandistica ben più marcata: l’utilizzo di videoclip, talvolta geniali, che promuovessero i singoli e l’intero album. E’ proprio nella musicalità il grande lavoro – erroneamente sottovalutato – della band: si passa da melodie orecchiabili pop, e da cantato dunque passivo, a ritmi martellanti, caratterizzati dall’uso della chitarra in modo quasi dissonante. L’esperimento è la combinazione: alternative rock, grunge e melodie che sfociano nel punk inserite egregiamente in un unico brano; la successione di più ritmi talvolta contraddittori e dissonanti; il repentino alternarsi di strofe e passaggi molto quieti seguiti da ritornelli urlati; la chitarra, imperversante, che per molti stabilisce il tono della musica rock negli anni 90. La musica dei Nirvana non è mai banale, neanche in quei riff che invece sembrano tali (caratterizzanti, in particolar modo, il brano più famoso della storia della band, Smells like teen spirit) ma che, in realtà, sono il frutto di una fase di studio soprattutto testuale. Kurt Cobain, infatti, va in controtendenza: famoso per il suo impegno musicale, in “Nevermind” concentra la sua attenzione nei testi, in cui c’è una spaziatura di più generi e tematiche, a partire dal tema dell’amore (inserito in Come as you are) fino ad arrivare a quello della distruzione e della fine (in Endless Nameless), passando per la ventata di rivoluzione, il sentimento religioso e l’attacco verso la musica senza significato. Dal momento in cui l’incisione viene pubblicata, si assiste ad un paradosso e un contrasto di accoglienza: da un lato il pubblico, entusiasta, che si moltiplica nell’ascolto e nell’acquisto. Dall’altro la critica, che dissacra i particolari e le scelte fatte. Tra tutte, la copertina: in essa è presente, nudo, Spencer Elden nell’intento di raggiungere un dollaro, proveniente dall’esterno e appeso a un amo, in una piscina Californiana. E’ un’immagine emblematica e simbolica: la scelta derivava da alcuni documentari in cui era mostrato il parto in acqua, ed avendo scartato l’ipotesi di realizzarne uno sulla copertina del disco, la scelta ricadde sull’allora neonato Elden… ma, essendo la critica statunitense già pronta a bocciare la scelta di mostrare i genitali del bimbo, il contrattacco era già stato preparato: scartata l’idea di utilizzare un aerografo per mascherare le parti intime, Cobain optò per un adesivo, provocatorio, in cui si accusava il potenziale infastidito di repressa pedofilia. A fronte di questa possibilità, tutto rimase com’era. Allo stesso tempo, il dollaro: emblema di una società consumista e di una musica votata soltanto al commercio. Non è soltanto la copertina, però, ad essere oggetto di questione: la critica, nell’intento di banalizzare il lavoro totale, affibbiò ai brani dei significati ermetici, quasi freudiani, cambiando le parole e dunque facendo passare il lavoro per incomprensibile. Anche qui, come tendenza, la dura replica di Cobain. Intrigante, inoltre, anche la storia di alcuni brani. Innanzitutto, quella di Endless Nameless, traccia fantasma: inspiegabilmente questa non era stata inserita nelle prime copie, e la band se ne accorse quando ormai ne erano state distribuite già 2000. Per rimediare al problema, dunque, una pausa: una decina di minuti di silenzio prima di stravolgere completamente ciò che si era raggiunto con la musica nell’intero album. Infatti, l’ultimo brano è un passo indietro, un’esplosione rock che soltanto da lontano è paragonabile agli altri brani dell’album. Menzione speciale va fatta anche per Smells like teen spirit, la cui storia partì da una nottata di alcolismo trascorsa da Kurt Cobain con una sua amica. Quest’ultima, Kathleen Hanna, con una bomboletta spray, spruzzò la frase che titolerà il brano, fraintesa da Cobain. Difatti, il cantautore statunitense pensava che il “teen spirit” fosse lo spirito giovanile, accostabile dunque a una ventata rivoluzionaria. Di tutt’altro avviso e significato era invece la scritta di Hanna, che si riferiva a un deodorante per adolescenti molto in voga all’epoca. Inoltre, accompagnato dalla particolarità del titolo c’è il riff del brano, che Novoselic (bassista del gruppo) bocciò ritenendolo ridicolo ma che, dopo qualche mese, sancì il successo internazionale dei Nirvana. Infine, Come as you are, il secondo singolo estratto dal disco, che sembra essere scritto per invitare l’ascoltatore a soffermarsi su ogni parola, evitando di canticchiare dopo aver imparato a memoria il tutto e tralasciando dunque l’ascolto passivo. Parti del brano sono infatti difficili da comprendere, prevedono un ascolto ripetuto e mirato alle singola parola. Allo stesso tempo, la scelta di un riff che subì le accuse di plagio dai Killing Joke. Difatti, il plagio deriverebbe da Eighties, del 1985, riproposto in versione rallentata. Al di là di tutta la storia dell’album, mettendo da parte dunque tutto ciò che la critica costruì, si può far ricorso alle abilità dell’ascoltatore per sottolineare un processo storico/musicale che non ha avuto più pari: i Nirvana sono stati, specie in quest’album, un gruppo inarrivabile per successo popolare. La loro popolarità, però, non derivava da una commercializzazione spinta dalle case discografiche, ma da una vicinanza agli ascoltatori che garantì loro il successo. Se è vero, infatti, che la musica si scrive con una certa consapevolezza artistica, è vero anche che viene scritta per essere, in un futuro, ascoltata. Con “Nevermind” i Nirvana ci riuscirono egregiamente, riuscendo a condensare in 43 minuti totali tutta l’esperienza sociale, artistica e musicale della band. L’album è dunque il modello di una band che non è riuscita mai ad estinguersi, che anche nei più banali ritornelli risuona nelle menti di tutti e che ha segnato un passaggio musicale e storico che, dopo più di venti anni, nessuno riesce a replicare e, anche se la statistica è relativa, il fatto che vendesse 300.000 copie a settimana, è un dato più che rilevante. 

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Un pensiero riguardo “Nirvana: “Nevermind” (1991) – di Bruno Santini

  • Agosto 29, 2019 in 1:59 pm
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    Credo che il successo dell’album, non fosse solo dovuto alla vicinanza agli ascoltatori ossia ad un pubblico che evidentemente accolse con stupore e diciamo con simpatia la musica quasi dissacrante dei Nirvana, ma soprattutto alla qualità della produzione dell’album che rendeva potente ed espressivo il grunge dei tre “tipi”, oltre che nuovo, mai sentito prima.

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