I Nirvana e la Gioconda – di Massimiliano Manocchia

I Nirvana sono stati l’ultima “cosa” davvero importante accaduta nel rock? Siamo onesti: è uno dei tanti luoghi comuni che appestano la popular music… ma un fondo di verità forse c’è.
Ora, saltando a piè pari il penoso florilegio mitologico di Kurt Cobain come ultimo maledetto e dando per scontato che tutti si sia in grado di riconoscere in Life Goes On dei Damned (anno 1985) il riff di Come As You Are di Kurt e soci del 1992 (plagio o tributo, lascio decidere al lettore) devo candidamente confessare che io questa grande importanza dei Nirvana non l’ho mai ben capita.

Nel mondo del rock c’è questa credenza: se “la maggioranza degli esperti” concorda su un fatto (accertato o no poco importa) questo diventa in automatico ineluttabilmente vero. almeno per il cosiddetto “ascoltatore passivo”.
C’è però un’altra credenza che riguarda, per contro, una parte degli ascoltatori più attivi: è d’obbligo mettere in discussione ogni pietra miliare, capolavoro o disco “seminale” incensato dai critici e/o dal popolo; anche perché, inutile negarlo, oggigiorno denigrare i mostri sacri fa fico, è una delle mode del momento e, grazie al web, è possibile far conoscere il proprio originalissimo pensiero a tutto il mondo.
Quotidianamente, volano insulti sui social network quando viene toccato un idolo, al punto che si potrebbe addirittura dedurne che anche in Italia la musica sia una cosa maledettamente seria. Tutti sappiamo che non è così, ovviamente. L’italiano prende sul serio solo pochissime cose… eccezioni a parte.

Quando uscì “Nevermind” (1991) ero un ventunenne in perenne conflitto con se stesso e col mondo.
I Nirvana avrebbero dovuto rappresentare la ribellione, il vaffanculo tout court, la poetica della vita maledetta, l’ennesima patetica conferma del too fast to live, too young to die”. Avrebbero, insomma, dovuto rappresentare tipi del mio genere… eppure, per me, non hanno mai rappresentato nulla. Nemmeno quando il povero Kurt si è fatto saltare le cervella.
Li ho sempre considerati l’anello mancante del teen-pop-punk da festa di compleanno, quello che va dai Ramones a gruppi come Green Day, Blink 182, Good Charlotte, ecc. Certo, erano un po’ più ruvidi, forse avevano anche un po’ più di spessore, e senza dubbio più di una buona canzone; eppure, malgrado il tragico epilogo, non sono mai riuscito a vederli come “il simbolo di una generazione”, checché ne dicano i critici e quelli che se ne intendono.
Artatamente autentici al punto da sembrare finti, i Nirvana – e tutta la sciatta combriccola del grunge con l’eccezione dei Mudhoney e Alice In Chains – non mi hanno mai toccato nel “profondo”, né vi ho mai visto alcunché di originale o nuovo. Forse perché di profondo, nuovo e originale non avevano davvero nulla da offrire: malessere esistenzialista post-adolescenziale espresso attraverso la rivisitazione sonora di punk (poco) e metal (tanto) messi insieme alla bell’e meglio. Tutto già visto, sentito e vissuto.
Tuttavia, riconosco che all’epoca (dopo un decennio di edonismo reaganiano imperante) c’era assai pochino in giro e quindi non mi stupisce certo lo stellare successo di “Nevermind”, né il fatto che Kurt Cobain (buon autore, ma non molto altro) fosse accolto come il nuovo messia del rock: le alternative a stelle e strisce erano Michael Stipe e Anthony Kiedis, mentre il meglio che riusciva a esprimere la Union Jack in quegli anni non andava oltre Oasis e Blur.
L’apoteosi dell’innocuità, insomma, e le origini del devastante perbenismo culturale finto-rivoluzionario (o radical chic, se preferite) che ancora oggi appesta gran parte della nostra società… così come l’edonismo reaganiano di cui sopra, tornato fatalmente ad imperare o meglio, in assenza di un pensiero di massa antagonista, mai scomparso.
Lo scarto qualitativo tra “Bleach” e “Nevermind” è troppo ampio per essere anche autentico.
D’altro canto, il tentativo di suonare meno pop messo in atto con “In Utero” dimostra che lo stesso Cobain si era reso conto di aver raggiunto il successo e lo status di superstar per i motivi “sbagliati”. Alcuni di noi, all’epoca, avevano ancora nelle orecchie i Black Flag, e il vero e unico messia era rimasto Henry Rollins.
Saranno passati forse vent’anni dall’ultima volta che ho ascoltato qualcosa dei Nirvana (mi pare fosse il soporifero “MTV unplugged in New York” del 1993); e venti minuti dall’ultima volta che ho ascoltato qualcosa dei Black Flag (“In My Head” del 1985). Rimango fermamente convinto che la Verità (posto che esista qualcosa che possa definirsi come Verità, qualunque essa sia) vada cercata ben al di là della cultura dominante di cui Cobain e i suoi Nirvana erano parte fondamentale… in questo articolo lo si accenna appena con un parallelismo tra società e musica che sarà interessante approfondire. La Verità non può che essere apocrifa. Come il sorriso di Monna Lisa.

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2 pensieri riguardo “I Nirvana e la Gioconda – di Massimiliano Manocchia

  • Giugno 3, 2016 in 6:49 pm
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    Io vorrei solo aggiungere un particolare, senza nulla togliere al tuo bellissimo articolo. Il grunge non ha voluto essere un movimento con pretese rivoluzionarie, come invece è stato il punk. Il grunge e’ rinuncia totale a qualunque presa di posizione, a causa della ineluttabilità degli eventi della vita. Questo mi pare il loro messaggio. Musicalmente parlando posso aggiungere che il grunge deriva dal garage rock americano anni ’70, il cui esponente principale è Iggy Pop. Tra l’altro Kurt Cobain portava orgoglioso una sua T-shirt comprata a un suo concerto. Dalle garage bands viene introdotts sistematicamente la tecnica dell’urlo nel grunge. Io avevo appena passato i 30 anni quando seppi del grunge e parte del loro pensiero lo condividevo, causa certe mie esperienze di vita dirette. Dopo culi pazzeschi che mi ero fatta, mi ritrovavo col cilo a terra. Nessuno dei miei sforzi era servito a qualcosa. Poi c’è tutta una parte del pensiero grunge che non condivido (suicidio, eroina …..). Mi abbatto, ma in ultimo sono una vecchia combattente.

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  • Giugno 6, 2016 in 9:19 am
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    Cara Rosanna, innanzi tutto grazie per il commento. Che, peraltro, condivido. La mia critica, infatti, non è rivolta tanto al “grunge” in sè, quanto alla sua mitizzazione. Sotto il profilo musicale, non ha portato alcuna innovazione, anzi, ha semplicemente riportato di moda certo rock “classico”; sotto il profilo “sociale”, o di costume, non è che il frutto di un’epoca che ha fatto di rassegnazione e disillusione un (comodo?) modo di esistere. Usando un linguaggio “ideologico” si potrebbe quasi affermare che il “grunge” è stato il movimento più “reazionario” della musica pop.
    Ciò detto – e tengo a sottolinearlo nuovamente – la tua disamina è condivisibile e pertinente.
    Massimiliano

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