Nina Simone: la sacerdotessa dell’anima – di Sonia Lippi

Nina Simone ha una voce che ti entra nell’anima. Lei ti ipnotizza, ti sconvolge, in un attimo può farti provare l’estasi più vera e un secondo dopo può gettarti in un baratro profondo e, quando credi di essere spacciato, ti riprende fra le sue braccia e ti trasporta in mondi sovrannaturali. Lei che non voleva cantare il Blues e il Jazz poiché ritenuta da tutta la sua famiglia musica demoniaca, si ritrova ad esserne una delle interpreti più sconvolgenti del Novecento. La straordinaria carriera di Nina Simone prende le mosse nel Luglio del 1954 in un bar umido di Atlantic City, con il pavimento ricoperto di segatura e l’aria satura di fumo di sigaretta. Era poi stata ingaggiata per tenere alcuni concerti al Midtown Bar&Grill, uno squallido night club a pochi metri dal lungomare di Atlanta. La prima sera, vestita come se dovesse tenere un concerto di musica classica, Eunice Waymon si mise seduta al piano e si abbandonò alla musica. Suonò Bach, alcune arie gospel e altre canzoni di moda in quel periodo… ma non cantò. Non era una cantante pensava, lei era una pianista. A fine serata il proprietario le riferì che alcuni clienti si erano lamentati… troppa musica. Se voleva continuare ad avere un posto di lavoro doveva cantare. Fu in quel momento che Eunice Waymont, la bambina prodigio che tutti pensavano destinata ad essere la prima concertista di colore d’America, si trasforma in Nina Simone. Eunice non voleva assolutamente che la sua famiglia sapesse che buttava via il suo dono e anni di studio del pianoforte per intrattenere ubriaconi in un luogo indegno suonando quella musica tanto lontana dai suoi studi classici e ottenuti col pregiudizio di un’istituzione dominata dai bianchi… così scelse un nome d’arte. Da quel momento in poi Nina piano piano prende il sopravvento su Eunice, la sua voce ammalia, la sua musica è perfetta e ad ogni concerto si sprigiona nell’aria un magnetismo particolare che ipnotizza. Nel 1956 a New York fu programmata la sua prima sessione in studio: qualcuno della Bethlehem records voleva imporle la scaletta per la registrazione. Ma Nina che se ne infischiava di registrazioni e classifiche, rispose che non incideva canzoni a comando… o sceglieva lei o non se ne faceva nulla. Incise così per la prima volta I loves You Porgy, Love Me or Leave Me, Little Girl blue, Good Bait e altre cover, ad eccezione dei due brani strumentali African Mailman e Central Park Blues, scritti durante la sessione di registrazione e, infine, la canzone che le fece scalare le classifiche del tempo: ovvero My Baby Just Cares for Me. Dopo tredici ore filate in studio di registrazione, Nina Simone prese il suo assegno, tornò a Philadelphia e dormì per dodici ore filate, al suo risveglio Eunice Waymont suonò per tre giorni consecutivi Beethoven, per purificarsi da quella giornata dove Nina Simone aveva inciso musica leggera. Questa alternanza di personalità, la porterà sempre di più all’isolamento. Poche persone riusciranno a comprendere che dentro di lei convivevano tante donne, ognuna con i propri sogni. Era nello stesso momento una timida bambina prodigio, un’artista sfavillante, un’innamorata pronta ad annullarsi per gli uomini, una pazza furiosa, una guerriera instancabile, una diva assoluta, una visionaria, una strega. Quando credi di aver imparato a conoscere Eunice Waymon, la ragazzina prodigio che voleva diventare la prima concertista classica nera, ti ritrovi d’un tratto a guardare negli occhi Nina, la guerriera che a colpi di musica combatte per i diritti dei neri cantando Flo Me La come grido di guerra rivendicando un’identità e una libertà fino ad allora negate. Eunice Waymont sogna una famiglia e il sostegno di un uomo profondamente innamorato, Nina Simone vive questo sogno come una limitazione alla sua voglia di scendere nel Sud a combattere per i diritti e la libertà al fianco di personaggi come Martin Luther King o Malcom X. Nina Simone vive un’esperienza di violenza cieca da parte del suo fidanzato Andrew Stroud dal quale fugge, Eunice Waymont lo sposa il 4 dicembre del 1961. In alcune sue composizioni si coglie la volontà di voler esprimere contemporaneamente tutte le sfaccettature della sua anima, come nella bellissima Four Women dove, oltre a riscontrare alcuni tratti biografici di Eunice, si coglie il pathos e la rabbia trattenuta di Nina… oppure come in I Put Spell on You , dove esce tutta l’africanità di Nina, come se fosse una stregona che non si arrende alla perdita del suo uomo e gli lancia un incantesimo. Il 21 febbraio del 1965 fu sconvolta dall’uccisione di Malcom X. Venne presa da una crisi di rabbia: voleva lasciare tutto, imbracciare le armi e diventare una vera rivoluzionaria… ma Andy Stroud, suo marito e manager, convinse Nina a restare; lei come una belva in gabbia usò la sua voce e la sua musica come arma contro l’oppressione dell’uomo bianco. Così, nella primavera del 1965, Nina registrò l’album “Pastel Blues”, inserendo in scaletta due capolavori rivoluzionari: Sinnerman, canzone della disperazione e del disincanto e la bellissima, commovente e tragica Strange Fruit, considerata una delle canzoni di denuncia che hanno cambiato il modo di pensare del tempo. La fragilità di Eunice però iniziò a farsi sentire, Nina era sottoposta a continui concerti e registrazioni in giro per l’America e non solo, pregava suo marito di farla riposare… ma annullare gli impegni sarebbe stato deleterio per la sua immagine: fino a quando, per lo stress, la fatica e le avversità della vita che lei interpretò come tradimenti, crollò. Da quel momento in poi non riuscirà più a trovare una vera stabilità emotiva e anche la sua carriera ne risentirà pesantemente. Viaggiò in Africa alla ricerca delle sue radici, per poi tornare negli Stati Uniti e in Europa a ricercare nuovamente quel successo e quella vita che aveva abbandonato. Nei suoi concerti ipnotizzava gli spettatori, sia con la sua musica che con la sua spettacolarità… come quando, a metà concerto, si alzò dal piano allargando le braccia e urlando “lo spirito è qui!”; oppure in altre occasioni inveiva contro di loro. Nonostante la sua instabilità mentale, la malattia e i forti dolori che la paralizzavano, continuò imperterrita a salire sul palco e a cantare. Nina Simone muore il 21 aprile del 2003 nella sua casa di Carry Le Rouet, nel sud della Francia, all’età di settanta anni, ma il suo mito, vive ancora. Entrare in contatto con la sua musica, la sua voce e la sua vita è un esperienza sovrannaturale che ti cambia dentro, Vederla nei video del tempo con gli occhi fissi in un mondo parallelo conferma la certezza che il suo spirito è sempre tra noi, beffardo, pronto a cambiare l’anima di chiunque lo ascolti. Grazie di tutto Nina.

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