Nina Simone: Bozza di ritratto in chiaroscuro – di Gabriele Peritore

Per fare un ritratto di una personalità complessa come quella di Nina Simone, riuscire a cogliere tutti gli aspetti di un’essenza così mutevole, utilizzerò come luce la sua stessa accecante luce e per ombre le sue stesse ingombranti ombre. Nella numerosa famiglia Waymon, in cui la madre è un ministro metodista, il talento musicale è distribuito a dismisura. La piccola (Nina) Eunice Kathleen lo cavalca fin dalla più tenera età, suonando il pianoforte per accompagnare le sorelle più grandi in esibizioni dal vivo per la sua comunità. La gente del posto orgogliosa di un tale prodigio organizza una fondazione per garantirle il sostegno economico necessario a permetterle di suonare al conservatorio di New York. La passione di Eunice è la musica classica ed è nell’ambiente giusto per poterla coltivare ma, proprio nel momento di fare il salto di qualità, alla conclusione del corso di New York, subisce uno degli episodi di razzismo che segneranno profondamente la sua esistenza. La commissione di Filadelfia che deve esaminarla annulla l’audizione per non ammettere una musicista di colore nella loro prestigiosa scuola. Questo rifiuto segna il termine dei suoi studi e per mantenersi suona il pianoforte nei locali notturni di Atlantic City, ma non ama cantare. Il gestore del locale in questione minaccia di licenziarla se non tira fuori la voce e intrattiene i suoi clienti. Nel repertorio di Nina non c’è nessun brano di intrattenimento, quindi adatta alle sue esigenze un estratto dell’opera “Porgy And Bess” di Gershwin. Questa intuizione esalta la sua vocalità da contralto, profonda, scura, sensuale che conosce le tonalità forti del dolore e le aperture radiose della gioia. Il suo talento non passa inosservato; notte dopo notte conquista pubblico e managers discografici. Il suo modo di fare musica con un sound costituito da Blues, Gospel, Jazz, Pop, ma anche dal modo di suonare il pianoforte – è la prima ad utilizzare il contrappunto tipico della composizione classica in partiture leggere e il silenzio come tempo musicale – approderà nel primo disco “Little Girl Blue” (1959), che contiene I loves You Porgy e la celebre My Baby Just Cares With Me, due brani fondamentali per la sua carriera. Il salto nella notorietà la trasporta direttamente negli anni sessanta, anni di fermento assoluto sia in campo artistico che in quello socio-politico, anni in cui la protesta per i diritti civili dei neri afroamericani diventa più corposa, solida, grazie a attivisti come Malcolm X e Martin Luther King. Il movimento delle Black Panthers, istituisce aiuti culturali e lavorativi concreti, per i soggetti più bisognosi della propria gente. Nina aderisce agli ideali del Black Power e se ne fa portavoce attraverso la musica. Alcuni dei suoi brani di quegli anni come Four Women, Mississippi Goddam o To Be Young, Gifted And Black, saranno usati come inni dai Movimenti per i diritti. Mississippi Goddam la compone proprio per protesta contro una strage di matrice razzista in cui trovano la morte quattro giovani donne nere. Il brano troppo violento e aggressivo per le radio tradizionaliste viene bandito e il disco rimandato indietro spezzato in segno di disapprovazione. Pur lottando strenuamente per i diritti della sua razza, la piccola Eunice, Nina, all’inizio della sua carriera artistica, sceglie come nome d’arte Simone, in onore a Simone Signoret, attrice francese, impegnata, alternativa, bianca, e non disdegna di utilizzare i testi di autori bianchi che emergono in quegli anni, come Bob Dylan, Leonard Cohen, George Harrison, Randy Newmann. Anche se stima Martin Luther King aderisce empaticamente all’ideologia proposta da Malcolm X e si dichiara favorevole all’uso della violenza e pronta alla lotta. La violenza è un altro elemento che contribuisce a creare ferite incurabili nella sua anima. Per anni la subisce quotidianamente tra le pareti domestiche. Andrew Stroud, l’uomo che fa da marito e manager spesso ricorre alle percosse e agli abusi fisici e psicologici per mantenere il controllo su di lei e la sua personalità vulcanica. La violenza è dentro, è fuori e tutt’intorno… e sembra inarrestabile. La vita dei leaders dei movimenti per i diritti, suoi intimi amici, finisce nel sangue. Malcolm X muore in un cruento attentato, mentre il predicatore della non-violenza Martin Luther King viene colpito da un proiettile alla testa. Nina lascia l’America per protesta contro i governanti del periodo e i vertici dell’FBI, colpevoli di non impegnarsi al massimo per difendere i diritti degli afroamericani. Non prima di pubblicare un altro inno alla ribellione e alla vita, Ain’t Got No, I Got Life (1969) adattamento riarrangiato di spezzoni del musical Hair. Per tutti gli anni sessanta, con il suo modo di suonare, cantare e di esprimersi artisticamente, ha conquistato il pubblico e la critica, ha guadagnato la stima di artisti suoi contemporanei e scalato le classifiche, ha conosciuto il successo in senso assoluto… ma lontano dal suo paese, come in un esilio volontario, lontana dal marito e dalla figlia Lisa, trova difficoltà a pubblicare altri dischi. Il suo vagare, associato all’impegno politico, la porta alle Barbados, in Liberia, in Olanda e Svizzera. Cecil Dennis, importante politico della Liberia  l’uomo che probabilmente le fa vivere l’ultimo vero sentimento – muore in un attentato mentre Lei è impegnata in un concerto. Quando, dopo anni di lontananza, ha la possibilità di riavvicinarsi alla figlia, non riesce a gestire le emozioni e usa su Lisa la violenza che ha subito lei stessa nella vita. Pur suonando la musica del diavolo ha sempre manifestato, per retaggio familiare, una certa propensione alla spiritualità, testimoniata da tanti brani tra cui il più riuscito, Sinnerman, la vorrebbe tesa verso un’altra dimensione, ma è costretta a rimanere in quella reale ed accettare ingaggi in locali sconosciuti soltanto per soldi per i debiti accumulati, anche con il fisco, fino a quando uno dei suoi primi brani, venduto per fare da colonna sonora di un spot per una casa di moda parigina, le dona il successo mondiale. Per lei è il ritorno alla celebrità. Si trasferisce in Francia, dove finalmente può dedicarsi a se stessa nella maniera giusta. Le viene diagnostica la sindrome bipolare e prescritte le cure adeguate. Sulle due sponde della polarità si è sempre suddivisa la sua vita e la sua arte. Il suo modo di dipingere gli elementi agrodolci nelle vibrazioni che viaggiavano nell’aria in maniera elettrica tra lei e il suo pubblico ne fa una delle interpreti più geniali e innovative di tutti i tempi. Nonostante una vita estremamente burrascosa e i postumi di un tumore al seno, muore nel 2003, a settant’anni serenamente, nel sonno e le sue ceneri vengono finalmente restituite alla Madre Africa.

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