Nina Hagen: “NunSexMonkRock” (1982) – di Gianluca Chiovelli

Chi guida ha l’indubbio vantaggio di scegliersi la propria musica; chi non guida, per cause di forza maggiore, ha il dubbio piacere di subire le playlist altrui. Non dico che sia sempre un male: si impara da tutti; col tempo ho accettato questa verità, principio della tolleranza. Qualche tempo fa esercitai il dovere di codesta tolleranza per circa centoquindici minuti; tanti ne occorsero per scavallare dal Lazio verso l’Umbria e, abbastanza incredibilmente, per consumare sino all’ultimo micolo tre CD di una raccolta di successi di Madonna. Le circostanze che mi costrinsero a tale spiacevolezza sono irrilevanti. Fu, invece, rilevante la sorpresa nel constatare che una tizia che domina figurativamente e musicalmente la musica leggera internazionale da un trentennio abbia lasciato ai posteri davvero poca roba degna d’essere canticchiata sotto la doccia. Non sto qui a sindacare sull’allure charmante della Nostra; indubbiamente irresistibile per il gonzo medio-basso che ormai è legione (recentemente la Ciccone ha aperto una palestra, a Roma, nei pressi del Colosseo: al suo arrivo parecchi fessi erano in lacrime). No, parlo proprio delle cosiddette hit: a parte Material girl e Lucky star, e frattaglie, il resto è una teoria di ammicchi alle mode del momento (la svolta ispanica, ad esempio) con furbesche uscite pour epater les crétins (il bric-à-brac cattolico, le provocazioni finto punk-dance degli inizi, gli accenni all’incesto, all’aborto e a quasi tutte le parafilie sessuali. La pregnanza concettuale situa questi scandali alla saggistica edita su Top Girl o Ragazza Moderna). Negli stessi anni in cui Madonna cominciava la sua carriera irresistibile, muoveva i primi passi Nina Hagen, anch’essa promanante da un mondo in disfacimento, quello punk; con il punk rovinava l’ultimo tentativo di ribellione comune a livello europeo: all’orizzonte si profilava il vincente edonismo, tuttora vigente. La Hagen agiva al confine fra le due sensibilità: quella morente, in lei più ribellista che ribelle, in realtà, e quella gaudente, disimpegnata e discotecara; una miscela che la berlinese aveva il pregio di filtrare con un’interpretazione polimorfa (memore della tradizione immarcescibile del cabaret politico tedesco) in grado di trascolorare follemente da profondi toni androgini, a vocalità infantili, sino all’aria d’opera, alle sguaiatezze beffarde, ai classici toni rock. Antiworld, Smack Jack (che gustai su Videomusic trent’anni fa), The future is now, Born xixax sono i capitoli di un’opera che regge solidamente la pressione del tempo trascorso. A differenza di quelli dell’Abruzzese più nota del globo. Peccato che la Hagen infranse quasi subito quel godibile equilibrio fra residuati estetici dei Settanta e nuove istanze consumiste, consegnandosi, con poca intelligenza, alla dance più grossolana.

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