Nikki Lane: “Highway Queen” (2017) – di Nicola Chinellato

The First Lady Of Outlaw Country. E’ questo l’appellativo che la stampa americana ha dato a Nikki Lane, trentatreenne songwriter originaria di Greenville, South Carolina, e ora trasferitasi a Nashville, città dalla quale è partita la sua rapidissima ascesa. Prima di “Highway Queen”, Nikki Lane aveva già pubblicato un paio di dischi che avevano avuto largo apprezzamento di critica e pubblico. L’ultimo, “All Or Nothin'” (2014) oltre ad aver fruttato all’artista una nomination dell’Americana Music Association come artista emergente, ha visto in cabina di regia niente meno che Dan Auerbach (Black Keys) a testimonianza che il nome di questa ragazza ha iniziato fin da subito a girare negli ambienti che contano. Il nuovo full lenght, uscito a tre anni di distanza dal precedente, a dispetto della copertina clamorosamente roots, è un disco che segna un deciso cambiamento nel suono che ha caratterizzato le prove precedenti. La parabola è, più o meno, quella intrapresa lo scorso anno da Lydia Loveless: le sonorità outlaw country persistono ma come sfumature, mentre l’impianto di “Highway Queen” vira decisamente verso il rock e il pop. Il cambiamento, su questo non ci sono dubbi, farà storcere il naso a una buona fetta del pubblico che aveva seguito con interesse Nikki fin dai suoi esordi. Eppure, nonostante il cambio di rotta, il risultato finale è decisamente brillante. Il disco, prodotto dalla stessa Lane e dal di lei fidanzato, Jonathan Tyler (già frontman dei Norther Lights, gruppo dalle sonorità decisamente blues rock, qui anche ai cori e alle chitarre) spazia fra i generi, evidenziando un songwriting duttile e capace di muoversi con convinzione anche fuori dallo steccato country. Apre 700.00 Rednecks, rock blues declinato con modernità, con la chitarra in bella evidenza e un mood da notturno metropolitano. Nella title track (sorta di confessionale emotivo in cui la songwriter canta sè stessa come una ragazza che si presenta indossando “tight blue jeans and long black hair” e che “come to play but she won’t stay”) il suono di una pedal steel suggerisce all’ascoltatore quale sia il retroterra di Nikki Lane, anche se poi il brano continua con un pulsante andamento rock. Rock e pedal steel sono anche gli ingredienti del mid tempo Lay You Down, mentre Big Mouth, si muove in territori più usuali per Nikki, qui nei panni di un’esuberante Loretta Lynn. Decisamente pop è, invece, Foolish Heart che nonostante la melodia accattivante e radiofonica, risulta una delle migliori composizioni del lotto, con la bella voce di Nikki Lane che racconta i propri sentimenti e le proprie aspirazioni di donna e musicista (“there ain’t no one gonna make me stop”). Il countrypolitan grezzo e vagamente retrò e gli elementi roots che formavano il precedente lavoro prodotto da Auerbach, in “Highway Queen” vengono decisamente levigati e hanno un evidente ruolo di contorno. Eppure, quando parte l’irresistibile Jackpot (primo singolo tratto dall’album) e Nikki grida a squarciagola Viva Las Vegas!, raccontando una notte passata giocando alle slot machine e seducendo ragazzi, torna a divampare quella fiamma che aveva reso leggendaria Emmylou Harris e la sua Hot Band. “Highway Queen”, dunque, ci restituisce un’artista in gran forma ma evidentemente alla ricerca di una nuova identità. Se i precedenti lavori erano valsi a Nikki Lane un successo a dir poco inaspettato e una notevole visibilità in ambito country, oggi, la cantautrice del South Carolina si rivolge a un pubblico più ampio, portando in dote il suo retroterra ma imboccando anche strade diverse. Possa piacere o meno questo cambio di rotta, il risultato finale è un disco vario, divertente e ricco di suggestioni.

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