“Nighthawks At The Dinner” a Porta Messina – di Bartolo Federico

“Accendi il mio fuoco baby, accendi il mio fuoco” continuava a cantare Jim Morrison lo sciamano mentre me ne stavo riverso sul divano. L’orologio a muro camminava imperturbabile, e mi sentivo infelice. Mi versai nella tazza da latte della pessima vodka comprata in offerta al supermercato, e mi accesi una sigaretta. Non avevo voglia di fare nulla. Sapete come vanno le cose alle volte. Uno si annoia si rompe i coglioni a tirare sempre la carretta, e allora si rintana nel suo buco, come gli animali. Anche la mia nuova ragazza si era scocciata del mio pessimo carattere, ed era scappata con il primo che aveva trovato… ma non le serbo rancore. Le donne vanno e vengono, come i soldi, e i mal di testa. Who Do You Love però, che cazzo  avevo fatto per essere così riprovevole, non riuscivo a spiegarmelo; e me lo chiesi nel momento in cui Morrison lanciava il suo brutale e disperato urlo alla folla in When The Music’s Over.
Nel 1991 andai al cinema per vedere il film “The Doors” del regista Oliver Stone. Per come lo aveva osannato la critica, pensavo di andare a vedere un capolavoro ma me ne tornai a casa con un senso d’angoscia profondo. Stone si era limitato a mostrarmi un gruppo di alcolisti e drogati. Sovraccaricando all’eccesso le gesta da ribelle di Jim Morrison, aveva lasciato che la musica fosse solo un semplice sottofondo. Eppure quel suono scarno, ipnotico, spesso improvvisato, sorretto dalle tastiere di Ray Manzarek, dalla batteria pulsante di John Densmore, dalla chitarra blues di Roby Krieger, e dalla voce evocativa di Jim il visionario, aveva lasciato un segno profondo nel rock’n’roll, e anche dentro di me. Quel film non era quello che avrei sperato di vedere. La sua visione non si associava alla mia esperienza con la band. Anche perché il rock non l’ho mai considerato solo un divertimento; è stato da sempre lo sbarramento invisibile, la mia corazza, a quello che non avrei mai voluto essere nella vita; mi ha dato forza, energia, coraggio, speranza. Stone aveva scelto la via più facile, la più scontata, per raffigurare quel sogno, e far girare i soldi al botteghino, ma c’è sempre stato dell’altro nelle canzoni dei Doors da andare a scoprire, oltre le gesta da ribelle di Jim. Una magia profonda che resta immutata. Una poesia che lascia attoniti ancora adesso. Il film comincerà fra cinque minuti annunciò una voce sbadata. Tutti quelli in piedi, aspettino il prossimo spettacolo. Sfilammo lentamente, languidamente nella sala. L’auditorium era vasto, e silenzioso. Appena fummo seduti e al buio, la voce continuò:
“Il programma di questa sera non è nuovo. Avete visto questo spettacolo ancora e ancora. Avete visto la vostra nascita, la vostra vita e la morte, potreste ricordarvi di tutto il resto. Avete avuto un buon mondo quando siete morti? Abbastanza da basarci un film? Me ne vado da qui!” (The Movie – Jim Morrison).
Ero davvero in alto mare, in pieno delirio mentale, mentre in mutande e senza maglietta mi aggiravo per casa. Una sfilza di bollette arretrate giaceva inerme sul tavolo del soggiorno. Ma mi sentivo stranito, senza forze, e mi comportavo come un bambino incosciente. Ero stufo di lottare contro un mondo d’idioti, di sciupare i miei giorni in cerca di un profitto per vivere. Volevo il controllo del mio tempo, della mia vita. Non solo rogne e casini vari. Me ne sono stato accovacciato per un bel pezzo sul divano, ma quando il silenzio si è fatto troppo angoscioso, mi sono alzato e ho messo nel lettore una raccolta dei Them di Van Morrison un gruppo di Belfast, con forti radici nel blues. Gloria mi ha dato una bella scossa, e mi ha rimesso a mio agio. Sono andato lesto in cucina a riempirmi nuovamente il bicchiere.
Il bar “Porta Messina” era vicino alla stazione ferroviaria, e di fronte al porto. Una fauna variopinta di disperati affollava il locale ogni notte. Da ragazzo ci andavo spesso in quel luogo pieno di operai, borsaioli, vecchie puttane dall’aspetto materno, magnaccia, scommettitori, saltimbanchi, marinai, ferrovieri, camionisti, e qualche malavitoso di mezza tacca. Tra risate, colpi di tosse, fiumi di birra, e pestoni sui piedi, mi sembrava di vivere dentro le canzoni che ascoltavo.
Ci andavo anche perché quel locale era la copia esatta della copertina dell’album “Nighthawks At The Dinner” di Tom Waits, che a sua volta era una copia di un dipinto di Edward Hopper. Vagabondi notturni al posto di ristoro, è un doppio album dal suono jazzato e molto beat generation, uscito nel 1975. Fu il manager Herb Cohen a convincere Tom Waits a realizzare quel disco dal vivo e con pezzi inediti. Per l’occasione lo studio di registrazione della Record Plant fu trasformato in un club. Furono organizzate quattro serate ad alto tasso alcoolico, con la presenza di un pubblico di amici e conoscenti di Tom Waits. Lo spettacolo ogni sera fu aperto da un amica di Waits, la spogliarellista Dwana che Tom aveva conosciuto nelle sue scorribande nei bassifondi di Hollywood. Tutto il mondo in bianco e nero di falliti, zingari e nottambuli, fa la sua comparsa in queste cartoline di un vagabondo che ha messo le labbra sul bordo di una bottiglia e i piedi su qualcos’altro. L’atmosfera del disco è fumosa, confidenziale, e Waits è in gran forma, dialoga e racconta aneddoti in stile hipster, sincero e credibile come lo è sempre stato. Canzoni per chi vede il sole strisciare fuori dai tombini con le palpebre semichiuse, e non riesce a darsi pace in mezzo alla tristezza più cupa.
C’è una perla in questo disco che è la cover di Big Joe and Phantom 309 un pezzo country di Red Sovine che Waits riscrive in maniera magistrale; e mentre il mattino annuncia il suo arrivo, l’uomo con la barba caprina piegato sul pianoforte, canta finalmente una ninnananna a tutti quelli che come lui hanno bevuto troppo, fumato in modo esagerato e, sognando sotto le stelle del west, si sono messi ad ululare alla luna. 
Sono le passioni che ci tengono in vita. Sono loro che ci proteggono dalla nostra stessa pazzia. Avevo sedici anni quando qualcuno, senza saperlo, mi ha messo un blues nel cuore. Abitavo in periferia, in un piccolo villaggio avaro d’emozioni. Ma qualcosa ad un certo punto mi brillò negli occhi. Era il rock’n’roll di Elvis, Jerry Lee Lewis, Gene Vincent. Me li ricordo quei brividi speciali sulla pelle. Perché lo intuì subito che quei tipi avevano qualcosa di straordinario da dirmi. Gente fragile e forte allo stesso tempo.  E’ una storia d’amore questa, che dura ancora adesso. Ognuno di noi in un modo o nell’altro fa le proprie scelte, e alla fine non siamo altro che le cose che ci accadono, le persone che abbiamo conosciuto. Quando ero ragazzo ogni disco che compravo era una vera fonte di miracolo. Leggevi gli autori delle canzoni e iniziavi un viaggio a ritroso nel tempo. “Fresh Cream” un disco del 1966 suona un rock blues che ti scaraventa nelle terre del Mississippi. Rollin’ and Tumblin’ era una canzone di Muddy Waters, Spoonful di Willie Dixon, I’m So Glad di Skip James e Four Until Late di Robert Johnson. Avrei voluto andarmene laggiù, magari guidando una Buick del 1950. Mi sono acceso una sigaretta e nella tazza da latte ho versato la pessima vodka. Ho tirato fuori dallo scaffale il seguito di quell’avventura dei Cream.  “Drisaeli Gears” anno 1967, e “Wheels Of Fire”, un doppio album dal vivo del 1968. Ho accarezzato le copertine di quei dischi, e li ho coccolati per un po’. Poi li ho rimessi al proprio posto. Musica umana, piena d’affetto, incapace di raccontarti balle. Sarebbe bello se si potesse tornare indietro. Ho messo due uova nel pentolino con l’acqua, ed ho acceso la luce del soggiorno. Tre musicisti – Ginger Baker, Jack Bruce, Eric Clapton  pieni di talento, preparati e ambiziosi, che facevano l’amore con la musica del diavolo perché questo li faceva sentire vivi come nessun altra cosa al mondo. Oggi piove a dirotto, e forse la mia malinconia deriva da questo fattore meteorologico.
Nel 1975 sono usciti un sacco di dischi che oggi sono dei capolavori acclamati da tutti.
Mi ricordo: “Horses” di Patti Smith, “Born to Run” di Springsteen, e “Blood On The Tracks” di Bob Dylan. Continuano a piacermi anche gli Hüsker Dü, i Social Distorsion, l’immenso Doc Watson, e i Fletwood Mac di “Rumors”. Ho sempre avuto un debole anche per Stevie Nicks, ci sarei uscito volentieri con una come lei, anche solo per parlarci un po’. Nel buio della mia stanza mi sono sempre lasciato coccolare dalle sue melodie… e non ho nulla di cui vergognarmi. Non si può sempre avere a che fare con i propri tormenti, i propri incubi. Alle volte quando l’aria è tiepida e ti senti leggero come il vento, queste canzoni sono un toccasana come un bacio lieve sulle labbra.
Ci ho guidato chilometri e fatto l’amore, ho pianto, ho riso, e mi hanno sempre colto di sorpresa queste canzoni.
Mi sono alzato dal divano e ho tolto l’orologio dal muro. Non c’è niente da vincere in questa vita, quando lo capiremo vivremo tutti più rilassati. Anche quel cazzone che se ne va in giro a sparare un mucchio di stronzate. Ho acceso lo stereo e ho messo “Invisible Hour” di Joe Henry un disco uscito nel 2014 che scuote nel profondo con le sue melodie morbide… anche la luna si è messa in prima fila ad ascoltarlo. Col senno di poi niente è grave. Allora ho pensato a quanti casini ho combinato, quante porte ho sbattuto sul naso, e quanti dispiaceri ho causato. Non mi perdono nulla. Ma il tempo mi ha insegnato a non illudermi. E allora mi rimangono solo gli occhi da cane bastardo, che sono un segno di dignità, in un mondo che ha smesso di vergognarsi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

scarabocchi-e-tatuaggi-sullasfalto-blu-bartolo-federico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.