Nicola Pugliese: “Malacqua” (1977) – di Marina Marino

Alcuni libri mi fanno tornare prima a casa, perdere la nozione del tempo, mi immergo nelle pagine, nuoto. Non questo “Malacqua”, questo è da decantare per incantarsi, da gustare, assaporare parola dopo parola, non puoi immergerti: ti chiede e richiede tempo e attenzione. Li merita, dateglieli, quello che vi darà leggendo è incalcolabile. Credo esistano gli scrittori e coloro che scrivono. Nicola Pugliese è uno scrittore. La storia del suo unico libro è già una “storia”. Edito da Einaudi nel 1977, ebbe un notevole riscontro, l’ammirazione di Italo Calvino e Francesco Durante, ma egli  rifiutò una ristampa, per pudore, timidezza: secondo Saviano forse perché, da scrittore, aveva detto quanto gli urgeva dentro e non voleva sopravvivere a se stesso. Negli anni, da allora, lettori avidi e clandestini se lo fotocopiavano e lo distribuivano, in una complicità segreta da carbonari del Bello. Bello pensare che esistano persone così, alla possibilità che esistano. “Malacqua” ha un lungo sottotitolo, quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario e un nuovo editore, la piccola, storica, coraggiosa casa Tullio Pironti, un prezzo onesto (undici euro) e racchiude una sorta di magia. Mescola armoniosamente il sacro e il profano, il colto e l’inclita, sovverte ogni definizione di romanzo. Napoli come Macondo, certo, per la pioggia incessante senza arcobaleni in cui sperare, pioggia che in quattro giorni si incunea nelle case, porta con sé auto, materassi, porcellane di famiglia, ricordi, aspettative, vite. Sette morti, una famiglia a via Aniello Falcone, genitori e tre “creature”, due donne rovinate in una buca a via Tasso, un’anziana e una diciassettenne, De Filippis Rosaria. Sì, qui i personaggi sono sempre presentati con cognome e nome, come in carcere, in ospedale, luoghi da cui si ha sempre voglia di fuggire. Al funerale di Rosaria che il padre vuole sia vestita di bianco e delicatamente truccata, padre straziato come può esserlo solo un padre orbato di una figlia, imbozzolato in un dolore senza urla e senza nome; a quel saluto finge di partecipare una sua compagna di classe per incontrare l’amante a Cuma, un letto singolo, un piacere che esplode lento, “perché la vita alza sempre la testa davanti alla morte”, mentre Andreoli Carlo, guardia municipale, fa da fil rouge apparendo, unico, dal primo all’ultimo giorno. Straniante, strana e splendida l’invenzione di una bambola nascosta nei sotteranei del Castel Nuovo, qui chiamato ancora Maschio Angioino, che ride forte, convulsamente, ed è una semplice bambola di plastica “con le treccine scure, i fiocchetti, un vestito giallo e verde”. Inoffensiva e terrificante come alcuni giorni che ci è dato vivere, che dobbiamo vivere. L’inettitudine del Sindaco e della Giunta, sotto la pioggia chi si dispera e chi trova punti di fuga, come Sara, dodicenne di Posillipo “Una simpatica triste ragazzina sempre allegra”, che  nella piccola radio, nella musica, nelle canzoni che ha il dono di imparare a memoria al primo ascolto, si difende dal matrimonio disarticolato dei genitori, dalla solitudine e dalla frustrazione della madre che, in uno scatto di rabbia contro il marito, le getta la radio dalla finestra. Nuovo inspiegabile prodigio: Una moneta da cinque lire inizia a trasmettere musica per Sara, “Lilli” di Venditti, e poi tutte le monetine da cinque lire diventano radio, conchiglie da appoggiare all’orecchio per volar via, per tutte le dodicenni di Napoli. Realismo magico? Ma a chi importa? Non è altrettanto magico l’amore del proprietario del bar Susan alla Riviera di Chiaia per la sua “mesta e casta” moglie inglese, alla cassa mentre lui prepara caffè con il sorriso segreto dei peli fulvi che incorniciano e riscaldano la  vulva della sua sposa e quasi ha paura di tanta felicità. Al contrario, due righe per incidere a fuoco il dolore solitario (ma non lo è sempre un dolore vero?) di una donna anziana in una casa vuota che pulisce e spolvera con gesti meccanici, concentrici, senza luce. Una prosa singolare e altissima che non voglio scarnificare. Pugliese trasforma il rito della barba di Andreoli Carlo: acqua, sapone,  i gesti precisi e nitidi di un mistico officiante, i pensieri epifanici di un momento di introspezione in una scena ardua da dimenticare. Andreoli, intingendo il pennello nell’acqua, sgocciolandolo, sente la pioggia e valuta l’ipotesi di scappare, come molti. Non lo fa, napoletano puro che oscilla tra Voltaire e fatalismo. Il quarto giorno si annuncia con un cielo giallastro e innaturale, la pioggia ha fine, ha fine anche il libro, io ho le dita gelide, sento, come il personaggio nascermi dentro “una tenerezza nuova” e, come lui, vorrei  specchiarmi e dire “Che stupida, mio dio, che stupida”. Questa, però, è una mia voce lontana.

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