Nico Note: “Deja V.” (2018) – di Francesco Picca

Ho ascoltato per la prima volta Nicoletta Magalotti in una notte d’estate del 1988. Quando partirono le prime note del concerto, la terra battuta del campo di calcio mi aveva già intasato i polmoni. Il palco era quello dei Litfiba: i Violet Eves e i Moda avevano il compito di riscaldare l’atmosfera più di quanto già non lo fosse. La presenza scenica di Nicoletta mi apparve incontenibile, tanto quanto la sua voce. Esattamente trent’anni dopo ho ritrovato Nicoletta seduta al mio fianco, nella platea del Teatro Novelli di Rimini, spettatrice come me di una bellissima festa della musica e del cuore organizzata da Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP, CSI, Marlene Kuntz, Deproducers) e dal produttore Marco Olivotto, con il prezioso contributo del “Marchese” Antonio Aiazzi (Litfiba), di Andrea Chimenti (Moda), di Simone Filippi (Ustmamò, Fennec, CSI) e di Beppe Brotto, raffinato e versatile polistrumentista esperto di musica orientale. Un salto magico di tre decenni, impreziosito dalla formula “Nulla è andato perso”. La conferma che l’arte e lo spirito erano ancora integri e pulsanti l’ho avuta qualche mese dopo, quando insieme a Nicoletta abbiamo chiacchierato sulle rispettive vite nel tratto della statale Adriatica tra Rimini e Cervia, nel guscio metallico della mia Clio del 1999, diretti ad un concerto dei Marlene Kuntz. Nicoletta Magalotti, in arte Nico Note, è un’anima accogliente e la sua voce un mantra rassicurante. È italo/austriaca, vive nella Rimini felliniana  ed è una artista trasversale, impermeabile alle connotazioni, in perenne movimento su molteplici territori, con una cifra canora unica nella sonorità e nei formati. Performer e compositrice è stata la voce dei Violet Eves, attrice nell’Orestea del regista Romeo Castellucci, artefice dello spazio Morphine insieme al dj David Love Calò. Nel 1996 ha creato la sigla NicoNote, proponendo un linguaggio nuovo, articolato tra voce, suono e spazio, in cui teatro e musica si rincorrono trovando una forma di dialogo sotterraneo; i tour musicali e teatrali l’hanno portata in Europa, in Canada, in Argentina e in Brasile.
Gli anni 80, la New Wave italiana, i tuoi esordi… 
Leonardo Militi mi portò nella sala prove dei Violet Eves. Ricordo che quell’anno nevicò tantissimo. Si andava a vedere i concerti allo Slego di Rimini, all’Aleph di Gabicce, spesso si partiva alla volta di Firenze. Una sera il dj Franco Fattori, dopo il concerto dei Litfiba allo Slego, diede il nostro demo a Piero Pelù che lo ascoltò insieme ad Alberto Pirelli e ad Anne Marie Parrocell dell’I.R.A. Records. Ci chiamarono quasi subito: in pochi mesi ottenemmo un contratto discografico e in aprile uscì il singolo Listen over the ocean. Dopo i Violet Eves ho proseguito con un primo album e vari progett e ho creato il collettivo A.N.D. insieme ad Andrea Felli e al dj David Love Calò. Nel 2003 abbiamo inciso l’album “Fashion Victims” (Kom-Fut Manifesto Records). In maniera più estemporanea ho creato anche i Dippy Site insieme ai Mas Collective, un duo di producers elettronici molto bravi; abbiamo composto Panorama astratto (Warner Chappell 2003), una ballald house progressive”.

Il tour europeo insieme ai Litfiba… correva l’anno?
“Correva l’anno 1989. Fu una bella sfida, vorticosa e ispirazionale. I Violet Eves si erano già sciolti e decisi di inaugurare il mio nuovo corso proponendo il loro repertorio rielaborato in acustico, piano e voce, con il maestro Mauro Sabbione alle tastiere. Toccammo più di quaranta città in due mesi. Suonare prima dei Litfiba è stato un onore e un privilegio. A fine concerto si cantava la cover Padam Padam, io e Piero: un momento molto emozionante, per me il più bello, quando la tensione accumulata per sfondare la diffidenza del pubblico era finalmente passata e potevo essere semplicemente me stessa”.

Di cosa aveva bisogno la tua arte in quel momento? E come è cambiata?
“Non è stato esattamente un cambiamento: si è trattato di un processo in divenire. Non sapevo esattamente cosa stavo cercando, ma sapevo che non ero più nel mood giusto, nel progetto che volevo. Intuivo che c’era dell’altro e volevo esplorare nuovi territori. Ho lavorato con Roberto Terzani, con Enrico “Drigo” Salvi dei Negrita, con Ghigo Renzulli e Antonio Aiazzi dei Litfiba, con Teresa De Sio. Solo ora sto unendo i punti e capisco come tutto abbia un senso e una necessità, che siano le collaborazioni jazz, o quelle con i musicisti del rock italiano, o quelle elettroniche arrivate con il clubbing notturno che tanto hanno segnato la mia ricerca estetica. Ho percorso a lungo la scena clubbing italiana dagli anni 80 ad oggi, attraversandola e fornendo il mio contributo di agitatrice: ho spesso pensato al “club” come a un set in divenire, ricercando forme e formati non omologati, di interazione e di sconfinamento con universi paralleli. La mia anima “camp” mi ha sempre spinto a creare suoni, spazi, depistamenti, relazioni e occasioni d’incontro attorno alle quali hanno ruotato tante figure. Il mio modo di interpretare e di comporre è un processo che si è evoluto nel corso del tempo e che ancora adesso non si arresta, anche perché ritengo che il canto e la musica crescano di pari passo con la nostra persona. L’esperienza e la pratica del suono, del palco e dell’ascolto, ci attraversa nel profondo e ci modifica, anche fisicamente. Nella mia vita ho sempre assecondato questo processo di creazione e, dal punto di vista musicale, ho lavorato molto sull’improvvisazione come pratica di composizione acquisendo nuove consapevolezze; ma non si tratta di un “di più”, è qualcosa di nuovo, qualcosa in divenire, come in divenire è tutta la mia vita”.

Attrice, cantante, autrice, performer. Qual è la tua dimensione reale?
“Sono un po’ tutte queste cose insieme. Lavoro con il corpo, con la voce, con la presenza, con la creatività. Scrivo, canto, recito, compongo. Le classificazioni servono agli altri per identificarti, ma l’artista in sé non ne ha bisogno. Come attrice ho recitato con alcuni grandi registi come Romeo Castellucci e Francesco Micheli, ma non ho una formazione accademica. Nella categoria di cantante forse mi sento più a mio agio in quanto la mia ricerca in tal senso è più chiara. Quello che mi interessa è assecondare la mia unicità, la mia cifra stilistica, my way”.

Che differenza c’è tra i dischi e le tue perfomance live?
“I dischi e i concerti sono “formati” e linguaggi differenti che hanno impianti, forme e corpi diversi. Lo spettacolo è un rito condiviso in uno spazio permeato dal suono e riempito dai nostri corpi sulla scena e da quelli del pubblico. Il disco è un’opera a sé: l’ascolto è individuale e riguarda uno spazio intimo, personale”.

L’ultimo tuo lavoro, “Deja V.”, è un omaggio al passato, ma presenta molte novità tecniche e artistiche… 
“Tempo fa ho deciso di restare fuori dalle regole di mercato. “Deja V.” (Mat Factory 2018) nasce da una proposta di Renzo Serafini, il chitarrista dei Violet Eves che desiderava riaffrontare i brani del gruppo regalando loro una nuova veste e una nuova vita, pertanto abbiamo scelto canzoni da tutti i dischi, come ad esempio Listen over the Ocean, Promenade, Galaxy Bar, oltre ad alcuni inediti che abbiamo pensato potessero esprimere molto bene il presente. Renzo ha proposto l’arrangiatore Tony Canto, che peraltro non ci conosceva come band. Il suo approccio è stato pacato, così come il mio modo di affrontare quei brani in modo distaccato, senza retaggi nostalgici. Il risultato è stato un “qui e adesso” completamente nuovo, personalissimo, un disco “segreto” che non è distribuito sulle piattaforme digitali, bensì unicamente sul sito di Mat Factory (http://www.mat4.it/)”.
Come ti sembra sia cambiata la questione femminile dai tuoi esordi ad oggi?
“La presenza delle donne artiste è decisamente cresciuta rispetto agli anni 80. Siamo di più, ma purtroppo permangono certi meccanismi di potere e certe forme di maschilismo sotterraneo che immancabilmente emergono nei vari ambiti e livelli lavorativi, coinvolgendoci tutte, in maggior misura chi non rispecchia determinati canoni imperanti. È un problema che viene da lontano, ma è importante che in campo artistico crescano sia la presenza femminile, sia le scelte consapevoli, anche oppositive”.

Progetti futuri?
“Sto ultimando “Chaos Variations” (Rough Trade London) che sarà in uscita a giugno. Si tratta di un progetto editoriale e discografico innovativo, tra pop e concetto, tra musica e filosofia; attorno alla linea astratta del pensiero di Deleuze-Guattari si consolidano gli interventi artistici di Adi Newton (Clock DVA, TAG, TAGC, The Anti-Group), Mark Stewart (Pop Group, Maffia), Howie B (Björk, U2, Elisa, Marlene Kuntz), Dj Rocca, Achim Szepanski/Mille Plateaux, Stefano Ricci e altri audio-cospiratori ben assortiti. Ogni artista compone due tracce, due variazioni. Io ho contribuito con due brani, Axtral requiem e Paysage melodique avec Artaud. Le uscite sono in vinile e sono corredate da un booklet con testi critici sull’artista, sia in italiano che in inglese. Il lavoro comprende anche i “Chaos Film”, un intrigante progetto video a cura del regista libanese Alì Bedoun: sono dei film/clip che riprendono sia i processi creativi di ogni singolo musicista, sia un filo ideale di immagini che Alì Bediun, successivamente, monterà e processerà anche in forma autonoma. Un altro progetto a cui tengo particolarmente riguarda un lavoro pedagogico e di riflessione sulla vocalità ideato insieme a Monica Benvenuti: abbiamo dato vita a “Voci possibili”, un workshop tenuto a Firenze in collaborazione con il centro di ricerca Tempo Reale, dedicato alla vocalità contemporanea e strutturato in momenti di approfondimento e masterclass; il secondo appuntamento è a settembre. Sempre per il mese di settembre, insieme a Luca Scarlini, saggista e voce storica di Rai Radio 3, stiamo preparando un dj set poetico su Ingeborg Bachmann (1926-1973), una delle voci più radicali del secondo Novecento, sospesa tra la rivisitazione del Romanticismo germanico e la visione clinica dell’esistenza contemporanea. Sarà un singolare appuntamento di ascolto e di evocazione, un prezioso connubio tra un reading, un Dj-set e un concerto di poesia sonora.

Cosa mi dici sul tuo pubblico?
“Mi interessa evocare, parlare nel profondo, toccare, anche disturbare a volte. Se vieni a vedere un mio lavoro e senti che ti ho mosso una riflessione, o una emozione, o ti ho suggerito qualcosa, allora il mio scopo l’ho raggiunto perché vuol dire che qualcosa, nel bene o nel male, è cambiato”.

Quindi, per finire?
“Conosci te stesso e muoviti!”

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