Nico: “Chelsea Girl” (1967) – di Francesco Chiari

È sempre rischioso affibbiare l’appellativo di “genio” a chicchessia – per dirla col sempre arguto George Bernard Shaw, nulla è più frequente del genio – ma ci sono senza dubbio personalità singolari a tal punto da meritarsi in pieno il titolo di “geniali”, se non altro per l’unicità del loro percorso artistico che sembra appartenere insieme a tutti gli ambiti artistici e a nessuno in particolare. Questa definizione si adatta particolarmente bene alla tedesca Christa Päffgen, in arte Nico, nata a Colonia il 16 ottobre 1938 e morta a Ibiza – nelle circostanze che diremo – il 18 luglio 1988, la quale iniziò come modella, anzi “supermodella” per usare il gergo attuale, visto che fu la prima ad aggiungere un tocco di fascino misterioso al suo lavoro; ebbe poi un’esperienza di attrice nel capolavoro felliniano “La Dolce Vita”, cui sono legate due avventure col mondo dell’arte: prima lei si prese una cotta per Peppino Di Capri – non ricambiata, come mi ha confermato Patrizia Cenci, figlia di Mario, chitarrista dei Rockers – e poi si mise con Alain Delon insieme al quale fece un figlio, mai riconosciuto da quel bel personaggio del padre.
La sua avventura nel mondo della musica iniziò a Londra nel 1965, con un singolo per la Immediate che prevedeva sul lato A la cover di I’m Not Sayin’ del cantautore Gordon Lightfoot e sul lato B The Last Mile, co-firmata dal fondatore dell’etichetta Andrew Loog Oldham e da un chitarrista e arrangiatore attivissimo all’epoca, Jimmy Page; dei due brani citati Nico in un’intervista anni dopo ricordava che “avevano un buon arrangiamento”, e possiamo considerarli una tappa intermedia per la futura avventura musicale. Come ben noto Nico entrò nei Velvet Underground inizialmente solo per aggiungere glamour all’immagine del gruppo, stante anche il suo passato di modella, ma si caratterizzò subito come artista molto tangenziale, al punto che sulla copertina del primo storico album non è definita “cantante” bensì “chanteuse”, quasi una sorta di Marlene Dietrich contemporanea ma con una molto maggiore adattabilità (Nico non avrebbe mai registrato un pastrocchio come Near You, nel quale Marlene si inserisce su una base R’n’B con la stessa proprietà del parmigiano sugli spaghetti allo scoglio!).
È qui necessaria una breve digressione per comprendere la situazione all’etichetta Verve e all’influsso che essa ebbe su artisti come i citati Velvet Underground e i Mothers Of Invention di Frank Zappa: l’etichetta fondata da Norman Granz e dedita soprattutto al jazz era stata venduta nel 1960 alla MGM, la quale si trovava a dover affrontare un mercato in grande espansione che aveva reagito molto positivamente al samba dei dischi di Stan Getz e Joao Gilberto – in seguito Getz incise per Verve anche un album di canzoni di Bacharach – e nel mondo giovanile galvanizzato dall’esplosione americana dei Beatles cercava di azzeccare il successo immediato, con esiti molto alterni: tanto per restare a Nico, la Verve decise di pubblicare su due singoli i quattro brani – tre da solista e uno come membro prominente del coro – in cui la sua voce illumina il tutto, ossia “Sunday Morning/Femme Fatale” e “All Tomorrow’s Parties/I’ll Be Your Mirror”, ma la ricaduta commerciale fu nulla.
Il gruppo non accettò mai Nico come membro effettivo: secondo la batterista Maureen Tucker, “Era sempre che noi quattro eravamo i Velvets, e Nico cantava alcune canzoni con noi. E penso che era così che lei voleva. Non aspirava ad essere una regina del R’n’R’“. Ma Nico aveva ambizioni da solista, tanto da cantare durante una pausa nell’attività del gruppo in un locale minuscolo accompagnata da tre dei Velvets, ossia Lou Reed, John Cale e Sterling Morrison, insieme ad uno sconosciuto cantautore adolescente di nome Jackson Browne, le stesse persone che ritroveremo in “Chelsea Girl” (1967); purtroppo lo scontento di Nico per essere considerata solo come elemento aggiunto e le manovre in suo favore di Andy Warhol – che aveva lanciato il gruppo e l’aveva inserita nel senso già detto – condussero ad una separazione spiacevole: quando Nico si presentò in ritardo ad un concerto al Boston Tea Party, appena in tempo per l’ultima canzone dell’ultimo set, il gruppo si rifiutò di farla salire sul palco.
La carriera solistica di Nico si apre appunto con l’album “Chelsea Girl”, il cui titolo rimanda a quello del film warholiano “Chelsea Girls” in cui lei aveva una parte, album di cui però non fu mai completamente soddisfatta, al punto di cambiare argomento anche anni dopo quando esso veniva citato nelle interviste; va detto però che il mercato remava, per così dire, contro di lei: il disco fu registrato il 4 aprile 1967 e pubblicato nell’ottobre dello stesso anno, quando l’immagine della “cantante femminile” fuori dagli ambiti pop o jazz era legata al folk, con figure come Joan Baez (maestra indiscussa per tutte), Judy Collins, Judy Henske, Karen Dalton e Melanie, e quindi Nico fu inserita, volente o nolente, in questa compagnia, trovandosi in un certo senso a catalizzare intorno a sé tante diverse correnti artistiche di metà anni Sessanta le quali fanno capolino un po’ dovunque.
Elemento unificatore di “Chelsea Girl” è la voce della cantante, con quel colore personalissimo il quale stende una patina oscura e meditativa, voce capace di sorvolare melodie e armonie lasciandosene coinvolgere solo in parte e affettando in più punti un distacco ultramondano: si ha sempre la sensazione che Nico adatti a se stessa i vari generi e non viceversa, trovando la consonanza con essi a livelli alterni. Ad esempio, It Was A Pleasure Then, non a caso cofirmato dalla cantante, e Chelsea Girls provengono dritti dritti dall’esperienza velvetiana, soprattutto il primo con la voce di Nico che assume tonalità spettrali, da film dell’orrore intellettuale, e il secondo vede una presenza efficace del flauto di Larry Fallon, in altri brani invece un po’ irritante; Nico si era risentita degli inserimenti strumentali, e credo possiamo vederci la mano di Tom Wilson, produttore afroamericano brillante ma spesso invadente e dedito ad intervenire sulle registrazioni dei suoi protetti: pensiamo soltanto a The Sound Of Silence di Simon&Garfunkel, dove Wilson aggiunse una ritmica quasi rock ad un brano folk, facendone un successo mondiale, ma senza avvisare i diretti interessati. Le tre canzoni firmate da Jackson Browne – all’epoca romanticamente coinvolto con Nico – risentono ovviamente dell’atmosfera country con ampio uso di fingerpicking, ma il contrasto fra la base e la voce si rivela insolito e coinvolgente, e la I’ll Keep It With Mine di Dylan è riscritta a tal punto da essere al contempo remotissima dall’universo del suo autore ed efficace nel mettere a nudo le virtualità del pezzo.
Fra i brani firmati dagli altri velvetiani spicca Wrap Your Troubles In Dreams di Lou Reed, ovviamente solo omonima della canzone lanciata da Bing Crosby nel 1931, e finora nota unicamente tramite uno scheletrito demo risalente al 1965 e reso pubblico solo trent’anni dopo, nel quale Reed si incaponisce su una frase musicale molto scarna e bisognosa ovviamente di una rielaborazione più ampia. Il brano fu accantonato e non entrò mai nel repertorio dei Velvets, e qui Nico pare voler tirare le fila di tutte le varie situazioni musicali finora affrontate nel corso della sua carriera, come in un gioco di specchi in grado di rimandare sia al passato che al futuro; l’ultimo brano, Eulogy For Lenny Bruce, è firmato da un altro cantautore tangenziale come Tim Hardin ed è appunto dedicato al comico dalla lingua pronta e dalla parola sboccata, morto appena un anno prima il 3 agosto 1966 per un’overdose di droga, il quale sebbene grande amante del jazz aveva flirtato con le frange più peculiari del rock, visto che ad aprire una delle sue ultime esibizioni furono proprio i Mothers Of Invention di Frank Zappa, ed il capogruppo non mancò di andare al funerale.
Nell’intervista riprodotta sulla copertina dell’LP originale Nico afferma che il comico “si autodistrusse davvero alla fine”, e qui rende omaggio alla sua memoria con un’interpretazione cupa e funerea, distesa come un velluto nero da lutto sulla base di valzer sghembo e quintessenziato che avremmo conosciuto da altri brani di Hardin come Hang On To A Dream. Alla resa dei conti, “Chelsea Girl” si rivela un caleidoscopio che abbraccia il passato e il presente anticipando anche un ben lontano futuro, visto che si possono trovare esempi di questa procedura ad esempio nel lavoro di un’artista poliedrica come Laurie Anderson, fra l’altro in seguito moglie di Reed, ed ancora oggi conserva un’aria di capolavoro fuori dagli schemi proprio grazie alla rigorosa personalità di Nico, sempre fuori dagli schemi sia in vita che in morte: dopo un’esistenza segnata dal consumo di droga, la cantante trovò la morte per un banale incidente di bicicletta nell’assolata Ibiza, incidente che causò un’emorragia cerebrale purtroppo all’inizio scambiata per insolazione, il che ritardò la diagnosi corretta ed affrettò la fine. Insomma, Christa Päffgen ha concluso la sua vita così come l’ha condotta, spiazzandoci ad ogni passo e lasciandoci con un palmo di naso.

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