Nick Drake: “Five Leaves Left” (1969) – di Fabrizio Medori

Peccato che, nella realtà, il tempo non abbia la capacità di parlare, altrimenti avrebbe potuto informare Nick Drake della possibilità di essere apprezzato, cosa che nella sua brevissima carriera è successo troppo di rado e in termini altamente insufficienti rispetto a quanto la sua musica avrebbe meritato. Probabilmente non sarebbe servito a niente, probabilmente la sua intempestiva morte è stata causata veramente da un errore nel dosaggio dei farmaci che assumeva, ma il primo brano di “Five Leaves Left” (suo primo disco) si intitola Time Has Told Me, e viene spontaneo pensare che se veramente il tempo avesse potuto parlare, forse, chissà, ma non è successo. Nick Drake ha prodotto, nella sua breve vita, solo tre dischi, più una manciata di canzoni di qualità inferiore alla sua produzione ufficiale, utilizzate e sfruttate commercialmente in tutti i modi possibili perché, pur non raggiungendo mai lo status di top-seller, negli anni Nick Drakeprototipo dell’artista di culto (per di più postumo) ha unito nel suo ricordo un più che discreto esercito di appassionati. Nick proveniva da una famiglia piuttosto benestante e aveva preso dalla madre l’amore per la musica. All’università di Cambridge, dove studiava letteratura inglese, aveva iniziato ad appassionarsi seriamente alla musica folk, iniziando a frequentare il “giro” dei musicisti legati a quelle sonorità, come i Fairport Convention, John Martyn e Cat Stevens. Fu Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention, ad intuire per primo le potenzialità del giovanissimo artista; lo presentò a Joe Boyd, produttore americano che aveva già lavorato con il suo gruppo, la Incredible String Band e con i Pink Floyd di Syd Barrett al loro esordio. Boyd fissò velocemente una session alla Island per Nick. Così nacque il disco, che prende il titolo da un cartoncino che avvisava l’imminente fine del pacchetto di cartine da sigaretta. La cosa che colpisce di più nello stile musicale di Nick Drake è l’abilità nell’appoggiare le sue soavi melodie, cantate con una voce incredibilmente espressiva, su un tappeto ritmico fatto di arpeggi “impossibili” alla chitarra, costruiti su accordature assurde nonostante siano suonati con diteggiature piuttosto semplici, ottenendo alla fine un risultato totalmente personale, unico e, probabilmente, irripetibile. L’effetto più frequente nei suoi estimatori è la disperata ricerca di qualcosa che gli somigli, qualcosa che lo ricordi… una musica che possa, in qualche modo, alleviare la sofferenza per la perdita di un artista di questo livello. Il secondo brano del disco è River Man, nel quale la chitarra è sostenuta da un’orchestra d’archi, mentre nel primo brano c’erano il pianoforte di Paul Harris, la chitarra di Richard Thompson e il basso di Danny Thompson. Il bassista torna nel terzo brano, Three Hours insieme alle congas, ad accompagnare un testo particolarmente poetico e significativo. Way To Blue è quasi sommersa dall’arrangiamento orchestrale, pur mantenendo tutte le caratteristiche essenziali dello stile di Drake… come nella seguente, magica, Day Is Done, nella quale la partitura orchestrale è più movimentata e briosa. Il formato originale, il disco in vinile, prevedeva a questo punto il passaggio al lato B, con uno dei massimi capolavori di Nick Drake, Cello Song, nella quale spicca proprio l’alternanza tra la voce calda del cantante ed il suono drammatico di un violoncello, oltre al ritorno di basso e congas. Si prosegue con un’altra pietra miliare, The Thoughts Of Mary Jane, nella quale lo splendido arpeggio acustico e la meravigliosa linea vocale sono accompagnati da un arrangiamento orchestrale degno di nota, con un flauto a svettare sugli altri strumenti. L’arpeggio di Man In A Shed è l’esempio perfetto della capacità dell’autore di utilizzare con estrema semplicità un giro di accordi geniale ed estremamente complesso. Fruit Tree è accompagnata ancora una volta, dopo l’arpeggio iniziale e l’ingresso del contrabbasso, dall’orchestra, in una costruzione armonica coraggiosa ed evocativa. Nella conclusiva Saturday Sun l’Artista si siede al pianoforte e, accompagnato da basso, batteria e vibrafono, ci sottopone l’ultima gemma di questa eccezionale raccolta, nella quale esprime tutta la sua capacità di stupire l’ascoltatore cambiando registro senza, però, allontanarsi dal suo stile, lasciandoci con la voglia, dopo così tanti anni e dopo così tanti ascolti, di ricominciare da capo, sicuri che al millesimo ascolto troveremo ancora qualcosa di nuovo… una sfumatura che ci era precedentemente sfuggita e che contribuirà a rendere questo disco una pietra miliare della musica, tutta e di tutti i tempi.

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