Nick Cave & The Bad Seeds: “Ghosteen” (2019) – di Isabella Dilavello

Alla finestra, la fronte preme sul  vetro.  La sento la pioggia, più che vederla, in questa notte scura come scura  sa essere la notte. Sento una mano premere sulla spalla, un fianco accanto al fianco. Il calore, l’odore. Dicono che se senti improvviso un profumo di fiori, ti è vicino un angelo o un santo. Ma io so chi sei, chi sei per me e non per il mondo degli altri. So che questa stanza è abitata dalla tua presenza da quando sei andata via, da quando il tuo corpo, l’hai svuotato. Sento il profumo della tua pasta frolla venire dal forno, la pasta frolla che io non so fare. Sento il tramestio leggero delle dita nella terra delle piante sul balcone, come avrei sentito dei cavalli fuggire via. È un sentire che non ha niente a che fare con la paura dell’ignoto. È un sentire che, del dolore e della morte, si è fatto accettazione e superamento. È una dolcissima alba che ci trova nudi, scomposti, la pelle esposta  fresca e sensibile.
“Ghosteen” (Ghosteen Ltd. 2019) si annuncia così, come una presenza in essenza d’anima, una presenza amata che resta nel momento esatto in cui la si lascia andare.  Nick Cave sembra proprio lasciare andare ciò che deve essere lasciato poiché non appartiene più a questo lato di esistenza, e così lui stesso si libera, si fa leggero, etereo. 
Il 17° album di  Nick Cave, (album doppio, diviso in “canzoni dei bambini” e “canzoni dei genitori”) chiude la trilogia composta da “Push the sky away” (2013) e “Skeleton tree” (2016), trilogia che tocca le ombre come la luce, in un’opera di trasformazione metamorfica. “Ghosteen” Arriva in forma di appuntamento, un collegamento su youtube per poterlo ascoltare tutti insieme in anteprima la sera del 3 ottobre, mentre nel video scorrono i testi avvolti da nubi tra l’indaco e il ciclamino. Testi teatrali  e poetici, che non rendono facile la vita di chi vuole distrarsi e che inchiodano a una musica quasi del tutto liberata da ritmi scanditi, e procede in un continuum sospeso di armonium e sintetizzatori, terreno prediletto di Warren Ellis. La voce di Cave si fa spazio nella sospensione,  a dire di Elvis Presley e canzoni come piume che volano fino a quando arriverà la pace (Spinning song), di cavalli lucenti di meraviglia nei campi del Signore che ci ricordano di credere in qualcosa malgrado ci siano idioti e tiranni (“And everyone is hidden, everyone is cruel…This world is plain to see It don’t mean we can’t believe in something and anyway my baby’s coming back now on the next train” Brihgt Horses), di cosa facciamo morire perché altro nasca come una Madonna che dona il corpo di suo figlio (You were skinny and white las a wafer, YeahI know  sitting on the edge of the bed clicking your shoes I slid my little song out from under you” – Night Raid), di rinascite nell’amore su galeoni nel cielo (Galleon Ship), di Gesù, di papà orso, mamma orso e il loro piccolo, di foreste in cui ci si perde sotto cumuli di foglie, di spiriti migranti e di stelle meravigliose.
Ci sono liriche struggenti, penso a Leviathan e il suo ripetere ossessivo “amo il mio bambino e il mio bambino ama me” come una preghiera davanti al muro del pianto, o a Ghosteen Speaks e al suo sapore consolatorio (“I am beside you, you are beside me”), o a Holliwood, con il racconto buddista di Kisa che ci accarezza a ricordarci che tutti abbiamo perso qualcuno. “Ghosteen”, nel suo essere colmo di riferimenti letterari – da William Butler Yeats a Sylvia Plath – e nella necessità di più ascolti ripetuti nel tempo,  è Amore e Luce. È pianto di addio per il figlio perso, abbraccio di speranza. Chi ama i suoni gotici, spessi di chitarre e di struttura ritmica, che sono stati del “Re Inchiostro” tra la fine anni 80 e gli anni 90, dovrebbe averci già rinunciato. Chi non sa rinunciare alla forma canzone folk e rock, con il ritornello riconoscibile e le frasi da cantare all’unisono al concerto, qui sarà spiazzato. Si è trasformato, si è evoluto Nick Cave, che  è artista fedele alla sua ricerca interiore e non alle àncore di uno stile e di una etichetta… e questa ricerca lo ha portato in un processo di elevazione che non dimentica la profondità del proprio e dell’altrui dolore, che non si scrolla di dosso l’amore terreno mentre tocca l’Amore Universale, che si abbandona al suono dopo averlo indossato come un mantello termico leggero e potente. Se è vero che la morte terribile del figlio abbia accelerato questo viaggio, è altrettanto vero che sia cominciata molto prima la trasfigurazione. Se della “Donna con la Falce” ha sempre cantato, 
Nick Cave qui arriva la possibilità di resurrezione, che frastorna come una splendida alba dopo una lunghissima notte di pioggia.

Nick Cave: voce, piano, sintetizzatori, cori.
Warren Ellis: sintetizzatori, loops, flauto, violino, piano, cori.
Thomas Wydler: batteria.
Martyn Casey: basso.
Jim Sclavunos: vibrafono, percussioni.
George Vjestica: chitarra.

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