Nick Cave: l’epica scarna del vivere – di Lorenzo Scala

Il prossimo otto novembre Nick Cave insieme ai the Bad Seeds si esibirà in concerto al Palalottomatica di Roma e ci viene da ripercorrere il suo profilo. Su di lui è stato scritto di tutto: del trauma subito da adolescente in seguito alla morte del padre in un incidente stradale mentre si trovava in prigione per  furto… dell’ eroina che assumeva come fosse del the e del suo amore artistico per Iggy Pop, dei suoi primi concerti con i Birthday party pieni di risse e scene grottesche, dei suoi primi amori autodistruttivi e del fatto che ormai sembra incarnare l’alter ego di Edgar Allan Poe, subendo uno stereotipo che lui stesso  ammette andargli stretto. Si è detto molto anche del concetto di peccato e della ricerca di un’assoluzione morale, più che altro di un’autoassoluzione, di cui è permeata gran parte della sua discografia. Qui le cose si fanno più dure… fino ad arrivare ai giorni nostri, all’evento centrale che l’ha costretto all’ennesima resa dei conti. La morte del figlio, Arthur Cave, quindicenne volato via nel luglio 2015 da una scogliera di Brighton. Nel suo elaborare il lutto in musica, ancora una volta, Cave conferma quello che è sempre stato il suo approccio: comporre parole, musiche e  atmosfere  a lui necessarie, senza preoccuparsi eccessivamente di chi quelle parole o quelle atmosfere le andrà a vivere.  D’altronde nel suo ultimo album, “Skeleton Tree” (2016), si parla di distacco, senso di vuoto e lo si fa in una manciata di canzoni cadenzate e laconiche con poche varianti stilistiche e nessuna strizzata d’occhio a certi cliché sonici. Ci viene in mente il libro di Beppe Fenoglio: “Una questione privata”, in quel caso non è un singolo lutto, ma un’intera guerra a recidere i fili emotivi che legano le persone. Mentre nell’ultimo lavoro di Cave si elabora il dopo, nel libro di Beppe Fenoglio si racconta il prima, la volontà di lottare e rischiare la vita per cercare di mantenere unito quel filo. Questo è il punto. Le guerre, i lutti, il tempo, ineluttabilmente spezzano quei fili che legano le persone. Ognuno reagisce in modo diverso a questi legami interrotti; le canzoni di Cave narrano spesso di uomini che compiono delitti in preda a pulsioni represse o soggiogati da un senso di follia, ma lui non li condanna, sembra anzi voler spiegare che anche nelle azioni malvagie si cela una reazione, la voglia di un cambiamento che può essere disperato e irragionevole, che include però un atto di volontà. Lui, a discapito dei suoi personaggi però, sembra avere i piedi ben piantati al suolo; da ogni intervista o disco traspare una personalità riflessiva, nel momento più drammatico della sua vita lui si siede, elabora e comunica, sputa fuori anche solo una piccola parte della tempesta che lo sta attraversando. Nessuna vittoria, nessuna sconfitta, nessuna completa guarigione, ma lucida necessità di non lasciarsi andare e provare ad andare oltre. In due parole, l’epica scarna del vivere, cosi magistralmente rappresenta da Fenoglio nella fulminea vittoria dei partigiani che in duemila presero Alba e in duecento la persero dopo un mese. Non per questo si fermarono. Tutta la  discografia di Cave è attraversata da questo senso di lutto “creativo”, ovvero non lutto fine a se stesso ma teso alla catarsi, alla volontà di ognuno di “lasciarsi alle spalle il suo carro parcheggiato sulla collina a sud-est”.

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