Nick Cave and the Bad Seeds: “There She Goes, My Beautiful World” (2004) – di Isabella Dilavello

Una serie di sensibili eventi. Violenti. Dolorosi. Offensivi. Assurdi. Apparentemente non collegati tra di loro.
Evento 1: il più violento, crudele, mostruoso, l’annientamento assurdo della vita di un ragazzo poco più che ventenne dai pugni, dai calci, dal furore, dal desiderio di mostrarsi più potenti e superiori di quattro altrettanto ragazzi. Un assassinio dunque. Senza giustificazione. Un assassinio ad opera di quattro ragazzi con il mito del corpo, della forza, della figa, del muscolo lucido, di una bellezza perfetta, etero, mascolina, dal profumo ariano. Quattro ragazzi ammirati dai loro coetanei, dai loro eguali, da ragazze che li desiderano per quei muscoli, per la forza che emanano e che potrebbero accompagnare i propri corpi dai seni gonfi, dai culi alti, dai visi disegnati al laser. Quattro ragazzi così che hanno straziato un ragazzo con un sorriso aperto. Bellissimo.
Evento 2: sorprendente, violento in altra misura, spiazzante, avvenuto su un altro corpo, quello di un giovane e talentuoso attore e performer durante le prove e poi nell’atto creativo. Un artista in uno spazio scenico non abituale, un campo da calcio, vuoto di calciatori, uno spazio abitato usualmente da urla di incitamento, condito di tutte le parole possibili che tirano giù santi e madonne. Un artista che al suo microfono, senza urlare, raccontava di una nudità umana è stato colpito dalla veemenza verbale di un uomo che ce l’aveva con lui e con tutti quelli che con l’arte disturbavano il suo mondo, veemenza verbale e poi sassi, quelli veri. E a quest’uomo si è aggiunto un coro dalle finestre intorno, a fomentarlo, a dargli ragione. Rabbia e violenza irragionevole contro una bellezza inaspettata e non desiderata. Quella di un racconto, di un corpo esposto con la sua umanità.
Evento 3: un festival, uno dei pochi o dei tanti a seconda di chi tiene il conto, che si svolge in una estate fermata da un’epidemia. Un festival fatto di conferenze spettacolo. Una roba più commerciale che culturale, ammettiamolo, che si è trovata al centro di un uragano, preso ad esempio della piega inversa alla quale la società si dirige o dovrebbe dirigere: a parlare, raccontare, stare in scena, ad affrontare il tema della bellezza e dell’eros ci sono uomini. Solo uomini. Sempre gli stessi da anni. Una donna minuta apre le danze, poi sul femminile cala il sipario. È l’evidenza di ciò che viviamo continuamente, quando a dire cosa è una donna ritroviamo sempre un uomo, come una donna si deve vestire, cosa pensa, cosa fa, come partorisce, come soffre per le mestruazioni, come vive, perché abortisce o perché non deve. E appena le donne lo sottolineano, chiedono pari opportunità, di là ci si lamenta, si dice che visto il deserto di proposte dovremmo pure ringraziare e essere felici, si tira fuori il merito, si denigra il femminismo e lo si confonde con la femminilità. Così su questo festival è caduto il macigno, da un lato proteste e dall’altro difese. Da un lato il desiderio di una visione oltre i generi, dall’altro il bisogno commerciale di vendere un prodotto incartato con la cultura (sappiamo che questo prodotto lo comprano di più le donne, non lo sentite lo splendido profumo di folle incoerenza?).
Evento 4: muore un poeta, si uccide, si cancella, pone fine a un dolore che lo stava mangiando, che gli consumava l’anima. Un poeta altissimo che della sua breve vita, sfrontata, alcolica, profonda, attenta alle voci del mondo dell’al di là, vicina all’essenza dell’al di qua, ha fatto suo l’urlo dello scioglimento dell’Antartide nera. La sua vita poetica è stata l’annuncio continuo della sua morte, no… della morte di ciascuno di noi, della morte del senso, della bellezza che sprofonda, della malinconia dell’estate che finisce. Ora lui, il poeta, tenta di consolarci ma il suo tentativo è incomprensibile, è i nostri inciampi, i nostri lapsus, le cose bellissime che non sappiamo e che non possiamo dire. Questa serie di eventi, apparentemente distanti, sono legati da nodi strettissimi. Sono legati dall’abuso della parola bellezza” laddove la bellezza non la guarda più nessuno, al massimo la fotografano per farla aderire a una visione patinata da rivista.
Sono legati da un dolore profondo che ci si rifiuta di riconoscere, del quale si parla ma nella forma degli effetti senza lasciarsi toccare dalle cause. Sono legati dalla perdizione e dalla perdita dell’umano splendore. Sono legati dalla bestia feroce che ci divora a nostra insaputa, salvo stupirci quando sputa le nostre ossa. E io mi chiedo domande ad alta voce, chiedo quale caduta ancora possa farci rialzare – se mai siamo stati in piedi – e quanto rumore debba fare, quanto indissolubile dalla risalita sia la caduta, quale altro poeta inascoltato debba morire per amor di bellezza, quanto orrore serva a distinguere il Paradiso. E penso a quanto necessario sia “cercare e saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’Inferno, non è Inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (Italo Calvino)
.

Karl Marx strizzava i suoi carbonchi mentre scriveva il Capitale
e Gauguin, sodomizzato, se ne andò ai tropici
mentre Philp Larkin scaraventò fuori i suoi scritti in una biblioteca in Hull
e Dylan Thomas morì alcolizzato all’ospedale St. Vincent
Io voglio inginocchiarmi ai tuoi piedi / e giacere davanti alla tua porta
cullarti finché non ti addormenti / farti rotolare sul pavimento
e non chiederò niente / niente, in questa vita
non chiederò niente / concedetemi una vita che duri per sempre
voglio solo muovere il mondo / voglio solo muoverlo
si dirige là, il mio bel mondo
Nick Cave (There she goes, my beautiful world)

(1) Willy Monteiro Duarte: ucciso a 21 anni a Colleferro.
(2) PierGiuseppe Di Tanno: minacce e sassi durante il Festival InEquilibrio di Armunia.
(3) Festival della Bellezza, Verona
(4) Gabriele Galloni, poeta

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