Nick Cave And the Bad Seeds: “Tender Prey” (1988) – di Lorenzo Scala

A volte mi chiedo quale sia il senso di tutto questo scrivere, descrivere, analizzare, recensire. Leggere recensioni da parte mia è sempre stato un passatempo gradevole. Certo le recensioni  vanno prese alla leggera, con le pinze, vanno assimilate con spirito critico, bisognerebbe riuscire ad essere in qualche modo recensori della recensione, in un gioco di specchi, senza farsi influenzare ma piuttosto mantenendo il controllo della regia, sospettosi ma anche pronti ad assimilare qualche nuovo dato, qualche punto di vista diverso e qualche aneddoto di questo o quell’artista. Volevo scrivere un omaggio al disco “Tender Prey” (Mute a BMG Company 1988) di Nick Cave and the Bad Seeds (il quinto album della sua discografia).
Niente di didascalico, per carità, Cave è un argomento abbastanza abusato me ne rendo conto, le miei intenzioni sono piuttosto sentimentali e allora ho capito che l’unica carta da giocare è quella della suggestione… ed è in questo frangente che ritrovo il senso dello scrivere di musica. Personalmente gli ultimi dischi di Cave piacciono, coinvolgono, ammaliano il me presente e il bambino assonnato che russa nell’inconscio. Quando però metto “play”  e a partire è The Mercy Seat con quel vociare iniziale e quella frenesia furente e sospesa, le miei emozioni si fanno più viscerali. In questa canzone c’è un senso di fatalismo e impotenza, nervi tesi tra la poesia e le convulsioni di una consapevolezza torbida che monta, monta in una cantilena sacra come una bestemmia al sapore rugginoso del sangue, la preghiera di un condannato a morte che ormai chiede solo di farla finita, niente grazia da invocare ma un corridoio da percorrere, verso la sedia elettrica della legalità. Quando la canzone continua a salire sul’onda di questa  preghiera atea e struggente, ermetica quanto cristallina, l’insensatezza della violenza dell’uomo sull’uomo emerge in tutta la sua oscura potenza. La prima traccia quindi è una bassa marea che rotola e si tramuta in tsunami, difficile, obbiettivamente difficile rimanere indifferenti ascoltandola. Con Up jumped Devil tutto si ferma, l’atmosfera si cristallizza nell’andamento ossessivo di un basso e un pianoforte a giocare seguiti da una batteria e una chitarra di contorno. La voce narrante acida e immemore dell’enfasi della canzone precedente, stavolta si veste di un recitato cinico e beffardo. Una fottuta discesa all’inferno che vi lascio scoprire o riscoprire, posandovi sotto agli occhi solo l’introduzione della storia, un’introduzione  già di per se completa, chiara e devastante: “Ahimè che vita disgraziata, sono nato il giorno in cui la mia povera madre è morta, mi hanno tagliato fuori dalla sua pancia con un bisturi affilato e mio padre fece un balletto con la levatrice ubriaca”.
Deanna, il terzo brano, rimescola le carte e si ricomincia da capo con un gospel traballante e quasi allegro, il testo mi fa pensare a un’invocazione demoniaca al contrario, sembra essere un demone a invocare Deanna, un demone che non vuole i suoi soldi, non vuole il suo amore ma la sua anima, più qualche omicidio ovviamente. Watching Alice è un brano impietoso, Alice è in trappola, non ha nulla di speciale e in qualche modo ci somiglia, la poesia è prosciugata nella luce patetica di una stanza simile a una cella: “Alice si sveglia, è mattina, sbadiglia e mentre cammina per la stanza i capelli le scivolano sul seno, è nuda ed è giugno. Guardare Alice che si veste nella sua stanza è così deprimente, così vero”. In sole quattro tracce si è dispiegata una dimensione in cui un condannato rivendica il suo oblio con dignità, una tragedia viene spogliata  da tutto il suo romanticismo mentre certe pulsioni omicide vengono invocate da entità ambigue ma terribilmente umane su musiche liberatorie… e, infine, una donna triste si veste patetica nella sua stanza dalla pareti color rassegnazione… ma questo è solo l’inizio, seguono città di rifugiati e schiavi della domenica, soprattutto emergono  padri padroni  (Sugar Sugar Sugar) che per salvare l’innocenza delle figlie dai pericoli incarnati da città immorali, depredano loro stessi verginità e brandelli d’anima delle medesime figlie predilette, prima che sia la città a ingoiarle. Questo è un disco vivo e vitale,  morboso e, a tratti, addirittura divertito. Il manifesto di un male scuro e atavico, l’Autore non lo vuole analizzare, questo male, lo prende a braccetto e ce lo porta, ce lo fa conoscere. Puro distillato del Cave che fu. Ora è altro, come è giusto e ovvio che sia. Qualcosa di altrettanto intenso, ma diverso.

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