Niccolò Ammaniti: “Che la festa cominci” (2009) – di Dario Lopez

Niccolò Ammaniti è stato più volte cantore di un genere che si potrebbe definire “apocalittico” pur non essendogli mai capitato di narrare l’apocalisse definitiva vera e propria. Nelle corde dello scrittore c’è quella meravigliosa tendenza, che di tanto in tanto affiora nei suoi racconti, a far peggiorare e precipitare le situazioni in maniera surreale, grottesca e progressiva, tanto da riuscire a creare una sorta di effetto apocalisse; lo scrittore ha la capacità di portare le vicende dei vari protagonisti delle sue storie verso un’orizzonte degli eventi destinato a una grandissima esplosione (o implosione se preferite) per mezzo di successive piccole catastrofi incombenti. Nonostante possa affermare senza dubbi di aver apprezzato ogni cosa che mi sia capitato di leggere dello scrittore laziale, ovviamente con diversi gradi di soddisfazione, questo è senza dubbio il lato di Ammaniti che preferisco, il lato che fortunatamente emerge con maggior prepotenza tra le pagine di “Che la festa cominci”. Questa attitudine di Ammaniti non è però la sola fonte di interesse di un libro arguto e divertente, la capacità dello scrittore di mettere alla berlina i vuoti vizi ma, soprattutto, una scala di valori completamente sballata di un’umanità ormai senza direzione alcuna, facendolo tra l’altro affondando la critica in una sana ironia e in una buona dose di risate, rende “Che la festa cominci” allo stesso tempo stimolante e rigenerante. La bella società, quella con i soldi che vive sulle spalle dei piccoli sogni delle persone “normali” viene ritratta in maniera impietosa in tutta la sua idiozia, ipocrisia e vacuità, in un crescendo quasi musicale. Fabrizio Ciba è lo scrittore italiano più in voga del momento, il tipo d’uomo che tenta di tenere viva quell’aria da scrittore di sinistra impegnato… ma che alla fine è interessato a poco altro se non alla sua fama, alla sua carriera e alle donne, per dirla in maniera elegante. All’attivo ha un paio di libri, almeno uno di enorme successo e un contratto con una casa editrice che sta già pensando di scaricarlo a favore del nuovo fenomeno in ascesa nel panorama della narrativa italiana. Sasà Chiatti è un cafone che si è arricchito con l’industria del cemento, un palazzinaro che, obnubilato dalle sue manie di grandezza e prestigio, si è comprato tutta Villa Ada, uno dei parchi romani più antichi e noti della Città eterna. Larita è l’ex leader di una band death metal in odore di satanismo che, folgorata sulla “via di Damasco”, si è convertita al cattolicesimo, ripulendo la sua immagine e diventando l’idolo del grande pubblico. Mantos, all’anagrafe Saverio Moneta, è un frustrato dalla vita a capo di una setta satanica, le Belve di Abaddon, composta da altri tre sfigati come lui in cerca di riscatto, sposato con Serena, una bella donna dominante e castratrice a cui piace fare un po’ la zoccola con gli estranei ma che al marito a malapena la fa annusare. Questi e altri personaggi incroceranno le loro esistenze in occasione della festa del secolo, quella che Sasà Chiatti ha organizzato per la crema di Roma a Villa Ada, un festone esagerato dove sono previste grandi abbuffate, droga e donne, la presenza di tutte le personalità che contano, una caccia alla tigre, una alla volpe, battute in groppa agli elefanti… in uno scenario trasformato in uno zoo selvaggio all’aria aperta. Inutile dire come l’incontro tra una pletora immane di menti bacate e disturbate provocherà una serie di eventi destinati a trasformare il party del secolo in un vero e proprio inferno sulla Terra. Ammaniti padroneggia i tempi e la scansione del racconto con la semplicità del grande Maestro, calibra la narrazione in modo da non concedere momenti di stanca riuscendo a stimolare il lettore a procedere spedito nella lettura capitolo dopo capitolo. Il divertimento, anche amarognolo a volte, è assicurato. Lo scrittore sbava in alcune trovate che forse eccedono il limite consentito dall’inconcepibile, ma anche questo resta un difetto davvero da poco nell’economia di un romanzo che coglie nel centro, un ottimo esempio di racconto apocalittico, secondo solo al sempre suo “L’ultimo capodanno dell’umanità”, che compare nella raccolta “Fango” del 1996.

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