“New Acoustic Music” 2017: malìe acustiche a Palazzo d’Avalos – di Pietro Previti

C’è un festival musicale a Vasto che quest’anno ha spento le venticinque candeline. Si tratta del NAM -New Acoustic Music, organizzato praticamente da sempre dalla locale ARCI o, meglio, da quando ne rilevò l’iniziativa sorta quasi per scommessa da un’associazione di appassionati di “altre” musiche che prendeva il nome di “Amici di Kurtz”. Il tutto con il patrocinio del Comune di Vasto. Leggo la brochure offerta all’ingresso dei magici giardini dello storico Palazzo d’Avalos e resto impressionato dall’elenco degli artisti che nel corso di queste 25 edizioni si sono succeduti sul palco della manifestazione abruzzese. Ne cito solo alcuni: Joe Henry (1993), John Renbourn e John Martyn (1994), Butch Hancock, Tom Russell e Dave Alvin (1995), David Thomas & The Two Pale Boys (1997), Peter Hammill (2000), Bert Jansch (2002), Fairport Convention (2007), Robyn Hitchcock (2010), Evan Lurie (2013), Hugo Race e Mick Harvey (2015). Per l’edizione del venticinquennale gli organizzatori Lino Salvatorelli e Panfilo D’Ercole hanno puntato su nomi di indubbio valore musicale ed indiscutibile fascino artistico ed umano. La prima serata, svoltasi martedì 22 agosto, ha offerto le esibizioni di Fausto Rossi e John GreavesFausto Rossi, o Faust’O se preferite ricordare lo pseudonimo che utilizzava all’inizio di carriera fino a metà degli Ottanta, ha avuto l’onere di aprire la rassegna e l’ha fatto alla sua maniera, riuscendo a mantenere intatta l’attenzione del pubblico per oltre un’ora abbondante. Generoso ed in solitario, accompagnandosi con la sola chitarra acustica, il musicista friulano ha proposto una fitta scaletta dei suoi brani più famosi che, ironicamente, ha presentato come “preistorici”. Non è facile ascoltare Fausto in concerto, le sue esibizioni sono inoltre un evento raro. Nel corso della sua carriera quarantennale ha alternato periodi estremamente fitti e prolifici ad altri di assenza in cui l’uomo preferiva restare “sommerso”, lontano dai palchi, magari perché attivo in altri progetti. Fausto è un musicista (ma anche produttore, ricordate i Massimo Volume di “Lungo i Bordi”?) che non si sovraespone, appare soltanto quando ha qualcosa di realmente importante da dire come nei lavori “L’Erba” (1995) ed “Exit” (1997). L’impatto, quindi, è quello di un’artista di culto, forse non sufficientemente valutato o compreso, malgrado la sua iniziale trilogia di fine anni Settanta, a cavallo tra la New Wave ed il post-Punk, lo calasse indiscutibilmente nei panni di epigono nostrano di personaggi-mito come Bowie e Ferry. Ancora oggi la sua figura non passa inosservata con i lunghi capelli argentati ed il volto emaciato, che ne fanno una sorta di guru della musica d’autore. E’ stata poi la volta del bassista, pianista e compositore John Greaves. Con il musicista gallese gli spettatori hanno fatto un ulteriore salto all’indietro, visto che i suoi inizi di carriera risalgono alla fine degli anni Sessanta, quando si unì agli Henry Cow, gruppo d’eccellenza ed assoluto portabandiera del genere Avant-Rock che sfociò, sul finire del decennio successivo, in quel tanto celebrato Rock in Opposition, la cui ideologia ed appartenenza politica (di sinistra) arrivò ad unire in via transnazionale diversi complessi europei tra cui i nostri Stormy Six. Coautore di indiscutibili capolavori come “Kew. Rhone.”, edito su Virgin ed attribuito anche all’ex Slapp Happy Peter Blegvad e Lisa HermanGreaves arrivò a fare parte di un altro gruppo cardine del rock di sponda canterburiana, gli altrettanto fondamentali National Health. Ricco di incontri e collaborazioni il successivo percorso artistico di John Greaves, tra composizioni per il teatro ed omaggi alla poesia di Paul Verlaine, mentre va individuata in “Songs” (Resurgence 1995) la sua opera più ambiziosa e celebrata, grazie alla presenza di amici di una vita come Robert Wyatt. John Greaves da alcuni anni sta vivendo una seconda giovinezza, come dimostra la recente pubblicazione di “Live in Piacenza” (Dark Companion 2015). Sostanzialmente il progetto che sta portando in giro è proprio quest’ultimo lavoro, per pianoforte e voce, arricchito per il NAM dal talento e dalla freschezza di una vocalist e polistrumentista sicuramente di razza come la giovane Annie Barbazza. Il set è durato purtroppo solo una cinquantina di minuti, sebbene molto intensi. Sarà stata l’inaspettata frescura serale di una calda giornata d’agosto o la durata del set d’apertura, resta la sensazione di un concerto in parte incompiuto o, piuttosto, compresso rispetto alla scaletta iniziale. Tra i brani da ricordare, su tutti, il Kew. Rhone. offerto in solitario da Greaves e poi le cover eseguite con Annie Barbazza di Working Class Hero (Lennon) e Sea Song (Wyatt), quest’ultima proposta come secondo ed ultimo bis del live. Questi ultimi pezzi sono anche incisi in “Annie’s Playlist” (Dark Companion 2015), bel lavoro di matrice strettamente acustica che Annie Barbazza ha dedicato al Prog a riprova che, non per nulla, Greg Lake la volle tra gli artisti della rinata Manticore. Agli Shadoworld è toccato il compiuto di aprire la seconda ed ultima serata del festival. Si tratta di un trio di esperti ma ancora giovani musicisti vastesi composto da Roberto Del Vecchio (voce), Old Boy (chitarra e voce) e Riccardo Carluccio (chitarra e synth). Hanno proposto brani tratti dal loro recente ed omonimo album “Shadoworld”, pubblicato dall’etichetta italiana The White Room. Sonorità in tema con quelle acustiche professate dalla rassegna, orientate a metà strada tra un neo-folk ed una colonna sonora da film western quasi come se i Death in June incontrassero Ennio Morricone. A chiudere il festival Paul Roland, musicista dalla personalità complessa e intensa, allo stesso tempo cantautore, poeta, giornalista e critico musicale, artista nel senso più pieno del termine che ha sempre pervaso la sua opera di influenze gotiche, horror o tematiche legate all’occulto. Accanto alle due biografie dedicate a Marc Bolan, la carriera discografica di Paul Roland è da sempre copiosa ed articolata, oltre che difficilmente etichettabile. Certamente debitore sia dei T. Rex che di certo folk medievale, Roland ha ottenuto i maggiori riscontri a metà degli Ottanta avendo fatto parte del filone di revival psichedelico con album indimenticabili come “Danse Macabre” (Bam Caruso 1987) o “Duel” (New Rose 1989). Nella sua discografia si ritrovano decine di album tra pubblicazioni ufficiali, live ed antologie e, ancora oggi, le sue nuove uscite vengono accolte con attenzione dalla critica di settore e dai suoi fans più fedeli come il recentissimo “White Zombie” (Dark Companion 2016) che qualcuno ha definito “un imperdibile capolavoro”… e proprio questo il disco che Paul Roland ha portato sul palco del NAM Festival 2017, accompagnato ancora da Annie Barbazza  (basso, chitarra e voce) e da Lorenzo Trecordi (flauto e chitarre). Come bis non poteva mancare l’oramai classica Gabrielle, probabilmente il suo singolo più noto. In conclusione è giusto ritenere più che degna e particolarmente riuscita l’edizione del venticinquennale di questo bel Festival, avendo mantenuto fede alle aspettative degli organizzatori e del pubblico intervenuto. A rendere unico il festival della cittadina abruzzese è, oggi come ieri, la vicinanza ed il contatto che si crea tra artisti e spettatori nel rispetto di una “dimensione umana” sempre più difficile da rinvenire nelle altre rassegne estive. Caro NAM, non resta che augurarti lunga vita…

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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