“Nessie e l’Albero” – di Flavia Giunta

Non somiglia esattamente alle cartoline patinate e agli sfondi di internet cui ero abituata. A fine gennaio, Loch Ness sembra più un fotogramma preso da un film d’essai in bianco e nero, ambientato in una regione sperduta del Nord Europa. Il fiume che vi sfocia è nero, quasi non avesse un fondo; il cielo è completamente bianco e lo specchio argenteo del lago schiarisce in lontananza e si confonde con la linea dell’orizzonte. Persino gli alberi sono grigi. Gli unici elementi colorati sono le case del villaggio, Fort Augustus, ordinatamente disposte in fila, come adesivi appiccicati su una fotografia dalla mano di un bambino. Un cartello, a caratteri aggraziati, elenca gli orari di partenza e le tariffe del battello che scandaglia il lago alla ricerca del mostro. Mentre le mie amiche si dirigono all’unico caffè locale, io passeggio vicino alla riva di un lago che, pur essendo molto famoso, sembra deserto. Poche comitive di turisti in giacca a vento si scattano foto sul molo, qualcuno di loro guarda divertito i germani reali che zampettano sulla riva aspettando qualche briciola; dopodiché tornano ai pullman o a rinfrancarsi dalla temperatura rigida con una bevanda bollente. Eppure, il freddo non mi dà da pensare, in questo momento. Forse perché un po’ te lo aspetti, quando organizzi un viaggio in Scozia; ma a dire il vero, il lago sta sortendo su di me un effetto calamita che non lascia spazio ad altre sensazioni fisiche. Questa vastità piatta e al contempo increspata, silenziosa, solenne, è piacevole da guardare. Uno spettacolo malinconico che, dopo diversi minuti, per un viaggiatore qualunque che ha una tabella di marcia da rispettare e pensa già alla prossima meta, risulta “troppo” da sopportare. Troppo bianco, troppo grande, troppo silenzioso, andiamo a vedere cosa c’è da quella parte, com’è venuta la foto? Hai ancora quei biscotti dell’autogrill? Ma non per me. Il cervello ancora non lo sa, ma i piedi stanno seguendo una strada che già conoscono. Non mi è dato sapere come. Semplicemente, devo andare da quella parte: oltrepasso una solitaria villetta scalcinata e continuo a percorrere un sentiero che si allontana dai – già ben pochi – segni della civiltà per costeggiare un bosco di conifere sulla sinistra, e l’onnipresente lago sulla destra. Capisco che qualcosa non va quando mi rendo conto dell’assenza di una sensazione che normalmente accompagna le mie giornate: l’ansia. Quella che, in una situazione del genere, mi avrebbe fatto pensare: Non è meglio tornare indietro al villaggio? Le mie amiche avranno finito il cappuccino ormai. A che ora era l’appuntamento al pullman del ritorno? In che tasca è il cellulare?” e invece no, non mi tasto la giacca cercando lo smartphone, ma come annebbiata da un sogno proseguo per il sentiero solitario. Adesso non c’è più anima viva. Solo io, gli alberi e quella lastra d’acciaio chiamata Loch Ness, circondata da colline boscose che sembrano non tanto arginarla, quanto semplicemente accompagnarla mentre si distende verso l’infinito. Non so perché sono qui, cosa sto cercando, cosa mi trattiene; so solo che adesso devo tagliare per il bosco. Non si sente alcun suono, se non il vento fra i rami neri. Neanche il fruscio di un animale. Il terreno è duro e compatto, ma non oppone resistenza mentre lo calpesto per raggiungere quella che ha l’aria di essere la fonte del magnetismo che mi attrae da quando mi trovo qui. Vicino alla riva c’è un albero dalla forma strana, tozzo, contorto, nodoso. Non si sviluppa come gli altri verso l’alto: pare dimenarsi per raggiungere lo specchio d’acqua, pur essendo immobile. Cos’è, un salice? Perché all’università non ci hanno mai fatto studiare gli alberi? Mi avvicino, osservando le pieghe della sua corteccia… è qui che avviene qualcosa di ancora più strano. La sensazione di isolamento dalla realtà raggiunge un picco: attorno a me il paesaggio grigio si annebbia totalmente; non si sente più nemmeno il vento. Sono in una dimensione ovattata in cui c’è solo l’albero, visione tremolante da cui non posso distogliere l’attenzione. Poi, una voce. Era da tanto che non passava qualcuno da queste parti”. Se fossi ancora nella realtà che conosco, sussulterei di paura chiedendomi chi abbia parlato… ma ormai sono in una condizione in cui non posso sorprendermi più di nulla, mentre la nebbia intorno assume tonalità blu scure. Rispondo al salice che tremola e luccica. “Com’è possibile? Non è un posto così nascosto”. e la voce, No di certo, ma non tutti possono vedermi”. “Perché? Cosa sei?” e poi, mentre un’idea mi balza in mente:“Non sarai mica… Nessie?”. La voce prosegue Mi avete dato tanti nomi, mi avete visto sotto tante forme. Animale, pianta, mostro, nuvola in cielo… per me non fa molta differenza. Prima ero un essere come voi”.. di getto chiedo, “Un… umano?” Mentre dialoghiamo, la strana nebbia si è gradualmente riempita di puntini luminosi. Adesso è come stare sospesi in una galassia blu-violetta, non c’è più nemmeno il terreno sotto i miei piedi. Solo un albero (o quel che è) il quale, chissà come, continua a parlarmi di sé. Qualcosa del genere. E’ stato tanto, tanto tempo fa. Poi, vidi la piega che avevate preso e mi allontanai… e sono diventato qualcos’altro”. Una parte di me, che sta diventando quella preponderante, trova perfettamente sensato il discorso che ho appena sentito. Ma voglio saperne di più. “A cosa ti riferisci, con ‘la piega che avevamo preso’?” la voce non si fa pregare, Vi eravate allontanati dalla natura. Le nostre origini, il mondo in cui vivevamo… non contava più nulla per voi umani. Contava solo distruggere, tagliare, uccidere, e poi spostarsi altrove per fare lo stesso”. Sento il bisogno di giustificare la mia razza. “Sai com’è… siamo molto prolifici e ingegnosi, dovevamo pur sostentarci in qualche modo”. Non risulto molto convincente e la voce m’incalza, Senza dubbio. Molti altri animali sono così. Ma nessuno di loro ha iniziato a cospargere il pianeta di veleno e cemento, e a farsi guerre sanguinarie e terribili, e a far sparire altre specie in così breve tempo. Stavate plasmando la Terra a vostro piacimento; io assistevo impotente. Me ne andai, cercando di vivere a modo mio, lontano da tutto questo”Lo incalzo… “e…?” . La creatura esita, come avesse dei ripensamenti. “Io… volevo solo sdraiarmi sull’erba, saltare nella pioggia, guardare i tramonti. Volevo che nulla di tutto questo venisse rovinato… ma nessuno mi ascoltava, tutti parlavano del “progresso” e non pensavano ad altro… e un giorno, un chiaro mattino in cui mi risvegliai sotto un albero, capii che ero… diverso. Ero diventato parte di quello che non volevo perdere. Per i miei simili ero morto, ma in realtà aleggiavo ovunque”. Ascolto tutto e un’intuizione improvvisa si fa strada dentro di me. Inizio a capire come finirà tutto questo… ma non ci penso, almeno non subito. Devo dire qualcosa. “Non hai tutti i torti su noi umani… ma, del resto, non è la prima volta che un evento fa cambiare la piega delle cose sulla Terra. E’ grazie ad eventi simili che io e te abbiamo potuto respirare, camminare, vivere. E’ una trasformazione continua… e ora cambierà tutto di nuovo, e non potremo farci nulla”. Non sono triste, solo consapevole di qualcosa che va al di là di me e di quella creatura che comunica con me nello spazio. So che anche lei prova le stesse sensazioni. Condividiamo un silenzio carico di millenni di consapevolezza. Poi, parla di nuovo. Hai capito perché sei qui, vero?”. Ho capito, sì. Intorno a me il paesaggio cambia improvvisamente: la nebbia si dirada, le luci spariscono, tutto riprende la forma di prima, il terreno, il lago, il cielo bianco. Solo una cosa non è più dov’era. L’area vicina alla riva che prima era occupata dal salice nodoso è adesso vuota, come se non ci fosse mai stato nulla. Con la coda dell’occhio, in direzione del lago mi sembra di vedere un’ombra nera che solca le onde grigie e si immerge con un ultimo, giocoso guizzo… ma non posso esserne sicura, perché adesso sto guardando le mie mani che si riempiono di nodi e i miei piedi che si allungano e contorcono in sinuose radici. Sospiro e, pensando che forse un giorno qualcuno capirà, mi preparo a prendere il mio posto.

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