“Nell’Anno del Signore”: il cinema carbonaro di Luigi Magni – di Riccardo Panzone

“La bella che guarda il mare… aspetta il suo cavaliere… la bella che è prigioniera ha un nome che fa paura: libertà, libertà, libertà”. Strimpellando le note postume e anarchiche di Armando Trovajoli, Leonida Montanari, nel film di Luigi Magni “Nell’anno del Signore”, attende l’esecuzione decretata dal governo di Papa Leone XII per il reato di lesa maestà. Montanari, insieme ad Angelo Targhini, fu ucciso a Roma nel 1825 per decapitazione dal boia di Roma Mastro Titta e, ancora oggi, a Piazza del Popolo una lapide ricorda i due carbonari i quali, in punto di morte, si dichiararono “innocenti, rivoluzionari e non credenti”. Luigi Magni, attorniato da un cast stellare, racconta nel suo film la storia dei due condannati a morte inserendo le loro vicende in un’ambientazione da Roma Papalina che ammalia ed affascina forse anche più della Roma imperialeUna Roma, greve e sonnacchiosa, quasi rinunciataria e contagiata dalla mollezza della sua gerarchia ecclesiastica che trova nell’ingenua vérve rivoluzionaria di carbonari “fai da te” un moto di orgoglio e, nei divertenti epigrammi di Pasquino, un riflusso di coscienza. Pasquino, interpretato magistralmente da Nino Manfredi, diventa la figura chiave dell’intero film, rubando a tratti la scena ai due protagonisti. Nella sua disillusione di fondo Pasquino combatte una guerra solitaria fatta di messaggi allegorici e pungenti abbandonati presso l’omonima statua che, da sempre, rappresenta la voce del malcontento popolare. Un popolo che non si sveglierà mai o che, per dirla come Pasquino “andrebbe svegliato a selciate sulle finestre”, un popolo che rappresenta l’ultima pia illusione dei due condannati a morte Targhini e Montanari ma che viene, invece, ammonito dal frate confessore (Alberto Sordi) e invitato a tornare a casa ad attendere in silenzio alle mansioni quotidiane. La figura di Giuditta, interpretata dalla bellissima Claudia Cardinale, apre uno spaccato anche sulla condizione dei giudei nella Roma Papalina: ebrei ghettizzati e costretti ad ascoltare in silenzio le invettive di chierici barbuti che ricordano ai discendenti di Davide la loro condizione di tollerati. Luigi Magni interpreta la Roma Papalina con ironia e tragica rassegnazione, la stessa rassegnazione dei carbonari mazziniani che chiedevano libertà e a cui, alla fine viene tagliata la testa nella pubblica piazza. Come dire: ricordiamo anche quando i “tagliagole” erano i cattolici. La bella che è addormentata… ha un nome che fa paura: libertà, libertà, libertà.”

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