Neil Young:”Rust Never Sleep 1979″ (Thrasher: quel che resta delle illusioni – pt. two) – di Giovanni Capponcelli

E’ raro che una sola canzone riesca a riassumere lo spirito di un’epoca, cogliendone in sintesi le immagini e le idee portanti, i fallimenti o le false profezie; rivolgendo allo stesso tempo uno sguardo disincantato ma sorridente e non retorico a chi si era smarrito cercando qualcosa che gli era stato promesso. Uno zeitgeist rievocato senza rancori, dopo avere smaltito la rabbia e assimilata la sbornia di eccessi, come succede l’autunno dopo l’esame di maturità, o quando si firma il primo contratto di lavoro, dopo una festa di laurea con i compagni di un tempo. Come la fine degli amori e delle passioni di una sola estate, prima del monsone che porta la pioggia. Neil Young esplora questi territori in Thrashers, epitaffio a un decennio che si conclude. Una canzone di nostalgie e rimpianti metabolizzati, che lasciano un sorriso triste sul volto di chi è rimasto, anzi di chi non si è fermato e ha deciso di continuare il viaggio. Si era partiti tutti assieme, alla fine dei 60, “nascosti dietro ai covoni di fieno”, seminando alla luna e dando tutto per “qualcosa di nuovo” (They were hiding behind hay bales, They were planting in the full moon / They had given all they had for something new), in uno sfondo pastorale da percorrere a piedi scalzi, cercando di trovare la propria “ora di sole”. Eppure, a posteriori, appare facile scorgere che il “mostro” non è al di fuori (come cantavano gli Steppenwolf nel bellissimo “Monster”, nel 1969) ma era già dentro al “campo”: l’immagine delle trebbiatrici, che falciano gli uomini e i loro ideali è forte e concreta. La strada della droga, del sesso libero, della rivoluzione culturale si era arenata e inaridita, non era sopravvissuta alla fatua estate californiana. Dopo il 1967 sarà piuttosto il momento della lotta, anche violenta, per provare con la forza a cambiare un mondo statico ma estremamente solido. I primi anni 70, visti adesso, rappresentano la più scottante sconfitta di chi avrebbe voluto rimanere per sempre giovane, costruendo una società migliore. Fu indubbiamente un fantastico fallimento. In tanti rimasero sul campo, tanti i dispersi (I searched out my companions, Who were lost in crystal canyons /When the aimless blade of science Slashed the pearly gates). Difficile azzardare un elenco dei personaggi in questione: sicuramente i vecchi amici Crosby, Nash, Stills, ma inevitabilmente anche  Danny Whitten, primo carismatico chitarrista dei Crazy Horse, morto nel novembre 1972 per overdose; e Bruce Berry, roadie di Young e deceduto anch’esso qualche mese più tardi a causa dell’eroina. A questi “lost” il cantautore aveva già dedicato il funereo “Tonight’s the Night”, registrato nel 1973 e pubblicato due anni dopo; ma in “Rust never sleep” il tempo ha agito sedimentando la serena rassegnazione e la matura consapevolezza che sostengono Thrashers. Ognuno ha una sua lista di dispersi nel canyon di cristallo, la musica rock ha allineato una lunga fila di bare dietro di sé: They were lost in rock formations / Or became park bench mutations /On the sidewalks and in the stations /They were waiting, waiting. Non tutti compresero che forse addirittura ad Altamont, nel lontano 1969, le cose cominciarono a precipitare: quando Meredith Hunter fu ucciso tra il pubblico del concerto. Woodstoock, il grande raduno che quattro mesi prima aveva promesso la redenzione per una nuova società, sembrava appartenere ad un’epoca antidiluviana. C’è del vero quando Lester Bangs nel film di Cameron Crowe “Almost Famous” sostiene che nel 1973 il rock è ormai morto e sepolto. L’età dell’innocenza, l’adolescenza di una generazione sono scomparse, lasciando il posto al marketing nascente e alla divinità del profitto. Il tempo non fa sconti, a tutti noi, come ai presunti miti della musica e dello spettacolo. Perfino i vecchi hippy di San Francisco sono nascosti nelle comuni di campagna, lontani dalla città e dalle sue luci; i Greatful Dead e i Byrds sono addirittura patrioti del Country stile Nashville. Ma allora cosa fare? Non resta che continuare a camminare, “spendendo tutto in benzina” e lasciandosi dietro quello che ormai è un peso inutile. Dove c’era “l’ansa del fiume” ora c’è “una curva d’autostrada”, forse quella stessa che Jim Morrison percorreva come “cavalcando un serpente” (Ride the snake, ride the snake): proprio lui, uno dei pochi che aveva ben capito dove terminava la strada… ma è vietato fermarsi al “motel dei compagni perduti”. Questa è forse l’immagine più vivida che il testo di Young ci propone, vissuta con nostalgia, forse anche con un po’ d’invidia di chi ha avuto follia o coerenza di vivere il sogno fino alla fine, di chi ha fissato le trebbiatrici in faccia fino all’ultimo momento. Possiamo visitarlo noi però, è ospitato nel bellissimo sito di Drive Magazine, all’indirizzo http://www.drivemagazine.net/hbho.html dove in modo assai elegante sono ricordati tutti i martiri sull’altare del rock e della sua religione infantile. Un altro “solco” è tirato nel campo del tempo; un altro anno passa. Un altro ancora. Chi non muore, cresce, chi cresce, matura, e prima o poi trova una ragione per darsi pace. Tutti noi abbiamo amici persi senza sapere perché; abbiamo un età, un giorno, un solo momento che volevamo infinito, che invece non tornerà più. Thrashers, e per esteso tutto “Rust Never sleep”, sono un compendio ragionato su una civiltà e il suo prematuro tramonto e, nello stesso tempo, la cronaca di una nuova nascita. Ancora una chitarra, ancora il suono di un’armonica; presto, bisogna ripartire! Scrive Hunter S. Thompson in “Fear and Loathing in Las Vegas”: “C’era follia in ogni direzione, a ogni ora. Potevi sprizzare scintille dovunque. C’era una fantastica universale impressione che qualunque cosa si facesse fosse giusta, che si stesse vincendo… E quella credo era la nostra ragione d’essere, quel senso di inevitabile vittoria contro le forze del Vecchio e del Male. Vittoria non in senso militare o violento: non ne avevamo bisogno. La nostra energia avrebbe semplicemente prevalso. Non c’era lotta tra la nostra parte e la loro. Avevamo tutto l’abbrivo noi; stavamo cavalcando un’onda altissima e meravigliosa… Ora meno di cinque anni dopo, potevi andare su una qualsiasi collina di Las Vegas e guardare verso ovest, e con gli occhi adatti potevi quasi vedere il segno dell’alta marea, quel punto in cui l’onda, alla fine, si è spezzata per tornare indietro”.

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Neil Young: “Rust Never Sleep 1979” (Il tramonto di un’epoca – pt. one)

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