Neil Young:”Rust Never Sleep 1979″ ( Powderfinger: la perdita dell’innocenza – pt. three) – di Giovanni Capponcelli

Gioco a carte scoperte. Non pretendo di fornire un’analisi letteraria del testo di una canzone; si correrebbe il rischio di trattare come alta poesia i pensieri confusi di qualche ventenne fumato. Però il bello dell’arte è che quando è illuminata, acquista una vita propria, che va anche molto oltre i meriti e le intenzioni del suo autore, specialmente quando il pubblico la raccoglie, la condivide e non ne perde la memoria. Con questa premessa voglio mettermi al riparo, perché il significato di questa canzone lo conosce forse solo il suo autore… ma non vorrei limitarmi a considerazioni superficiali e quindi buttiamoci in una traccia d’analisi che sicuramente è apocrifa e non verificabile ma, mi ripeto: il bello di certa musica è che trascende le intenzioni e il valore dell’autore, vive una esistenza propria, e a lei solo bisogna rendere conto. Se poi sarà sorpassato qualche limite, i lettori più attenti, sono certo, me lo faranno notare. Per chi volesse approfondire ulteriormente la genesi e la contingenza del brano rimando al variegato mondo di internet, specialmente al sito http://www.thrasherswheat.org. In questa sede ammetto che interessa più l’opera che l’autore. Nel “canzoniere” di Neil Young c’è sempre stato uno spazio speciale per il mondo delle Americhe precolombiane, dagli Incas a Toro Seduto. L’album “Zuma” fu addirittura un concept sull’argomento. Qualcosa che storicamente va anche molto più indietro rispetto all’idea di frontiera o di ”epopea americana”, cara ad altri (cant)autori. Per Neil Young, come in un film di Terrence Malick, questa fase storica coincide con una sorta di età dell’innocenza dell’uomo, una fase di comunione con le divinità e con la natura che, individualmente e trasversalmente lungo la linea del tempo, corrisponde anche alla giovinezza di ognuno di noi. In “Rust Never Sleeps” tre canzoni del lato A ci descrivono questo mondo: Pocahontas, Ride my Lama, e Sail Away: bozzetti acustici e sfumati sospesi in un aura di meravigliato stupore per il Creato. Poi, girando il disco sul piatto, arriva Powderfinger. La musica diventa elettrica e tracima di una carica fisica ed emotiva straordinaria. Con un enorme bagaglio di drammaticità intrinseca, nel tono della voce, nel timbro degli strumenti a anche in certi espliciti passaggi del testo. Il titolo si riferisce ad un vecchio tipo di fucile da epopea western-coloniale; il resto della canzone parla di giovinezza e morte, della fine dell’amore disinteressato e dell’ingenuità di un’età che non conosce il peccato come atto premeditato. La scena si apre sulle sponde di un fiume, su cui arriva inaspettata eppure fatale “una barca bianca, con un grande faro rosso”; il racconto è vissuto in prima persona dal giovane protagonista, i cui timori, le cui paure diventano anche le nostre (“Cause it don’t look like they’re here to deliver the mail / And it’s less than a mile away / I hope they didn’t come to stay”). Padre e fratello sono lontani a caccia, questa volta bisogna cavarsela da soli, o almeno provarci, cercare una soluzione, fingersi adulti: uscire allo scoperto, fino a sporcarsi le mani col sangue, se necessario. Così è un fucile che ci rassicura, rispondiamo con la violenza anche se non ne siamo del tutto sicuri: ci chiediamo il perché, ci chiediamo se mai sarà giusto, se non ci siano altre soluzioni. Quest’intreccio di armi incerte, quasi una “Guerra di Piero” formato yankee, descrive lo stesso indugiare fatale di chi fa appello ad una coscienza che non può tacere. “Raised my rifle to my eye / Never stopped to wonder why. /Then I saw black, / And my face splashed in the sky”. Questa incertezza, questo chiedersi perché; si insinua come un elemento di colpa: se avessimo sparato prima? Se non ci fossimo fermati a riflettere? Invecchiare, o meglio, lasciarci alle spalle quella giovinezza e quell’innocenza che non tornano, può allora anche essere una colpa, oltre che una inevitabile legge del tempo? (“another line in the field of time”, per dirla con Thrasher). Smettere di lottare per i sogni, smettere addirittura di sognare: non è solo una fase della vita, ma una autonoma decisione. La canzone arriva a questo punto dispiegando tutta la sua (ottima) retorica da ballata elettrica, allineando due assoli coi nervi a fior di pelle di Young che sono tanto sgrammaticati e tecnicamente poveri quanto strabordanti di un’energia “morale” e di feeling pazzeschi, esibendo il timbro bollente della Gibson del solista e il sound, altrettanto bollente, dei Crazy Horse che lo accompagnano. “Shelter me from the powder and the finger / Cover me with the thought that pulled the trigger / Think of me as one you’d never figured / Would fade away so young / With so much left undone”: è il climax del brano, un’invocazione a cui si aggiungono anche “Poncho” Sampedro e Molina, per un finale realmente emozionante. Tutti ci siamo lasciati dietro una scia di cose non fatte, di idee mai sviluppate; pensiamo di avere tempo ma una mattina arriva una barca bianca, carica di uomini armanti, che stroncano ogni proposito di libertà individuale; allora abbiamo bisogno di protezione, abbiamo bisogno di aiuto; shelter me”, perché qualcosa è stato perso e non ritornerà. Tutti ci siamo lasciati dietro qualcosa: Neil Young è stato testimone, ma anche giudice e imputato, di una generazione sterminata sul far del giorno come gli Indiani all’arrivo dell’uomo bianco… e come tutti gli artisti conosce anche un’altra perdita: quella che ogni musicista, che ogni scrittore o pittore, sperimenta quando è costretto a inventarsi un giusto compromesso con il produttore, l’editore o il gallerista di turno: non si può fare altro che perdere un po’ di sé, un po’ della propria identità. Perché anche (soprattutto) la musica procede per mediazioni, trascritta e tradotta da tante mani, da cui a volte ne esce tradotta o tradita, se non trasfigurata. La musica che diventa solo prodotto di mercato perde la sua innocenza originaria, qualcosa che non torna. Come i sogni e gli sguardi e gli amori di un’adolescenza troppo breve. Rimane il ricordo: di un tempo lontano, di un sospiro interrotto che sappiamo… ci mancherà per sempre.

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Neil Young: “Rust Never Sleep 1979” (Il tramonto di un’epoca – pt. one)
http://www.magazzininesistenti.it/neil-young-rust-never-sleep-1979-il-tramonto-di-unepoca-pt-one/

Neil Young:”Rust Never Sleep 1979″ (Thrasher”: quel che resta delle illusioni – pt. two)
http://www.magazzininesistenti.it/neil-youngrust-never-sleep-1979-thrashers-quel-che-resta-delle-illusioni-pt-two-di-giovanni-capponcelli/

 

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