Neil Young:”Rust Never Sleep 1979″ (My my, Hey hey: nuovi eroi, vecchia mitologia – pt. four) – di Giovanni Capponcelli

Quasi una filastrocca, una ninna nanna per cronici insonni o dormienti inconsapevoli; la canzone che apre il disco con il suo inconfondibile giro acustico per chitarra e armonica (Out of the Blue), lo chiude con una marcia elettrica e funebre da inno della IV 4th Panzer Division (Into the Black). Il disco ritorna là da dove era partito, ma lo fa con il timbro cupo e pessimista del basso di Talbot e delle chitarre di Young e Sampedro; ciò che inizialmente pareva un vento fresco diventa autunno profondo e premonitore. Young condensa l’essenza (o la vacuità?) di oltre un decennio di musica rock assumendone i punti temporalmente estremi come pietre miliari di una strada ancora non esaurita: Elvis Presley e Johhny Rotten sono LA partenza e UN arrivo (uno dei tanti possibili, in realtà) di un percorso che ha preteso e tuttora pretende i suoi sacrifici: il re è morto, evviva il re! (The king is gone but he’s not forgotten”). Ci mancherebbe, il rock non morirà mai, perché è meglio bruciare in fretta che consumarsi lentamente (“it’s better to burn out than to fade away”). Su quanto lo stesso Young credesse a quest’assunto è lecito interrogarsi: del resto il cantautore canadese nel ’79 era in pista già da circa 25 anni… (per tacere del tanto che avrebbe prodotto tra il ’79 ed oggi). Sicuramente un suo futuro discepolo, in realtà apocrifo, Kurt Cobain, prese l’affermazione tanto sul serio da riportarla nel suo estremo messaggio d’addio: fu un commovente atto di devozione alla musica, forse, o un colossale traviṡaménto: senza dubbio il nuovo martire di Seattle fu personaggio più sincero di tanti che lo circondarono. Eppure se la morte è cambiamento, sicuramente Young ha centrato il bersaglio con la sua altalenante cantilena: il rock non morirà mai, ma è destinato alla mutazione per salvarsi, proprio come un essere vivente che lotta contro la selezione darwiniana. Come sono lontani i tempi di Five to One, in cui Jim Morrison poteva declamare They got the guns But we got the numbers”; ormai anche il numero non è più dalla nostra parte. Così bisogna trovarsi nuovi habitat, “Out of the blue and into the black”, uscire dal blu per entrare nel nero: due colori che nella storia breve della musica popolare son ben più che tinte di vernice, da Kind of Blue a Paint it Black. Due concetti, prima che colori, due stati d’animo, forse due stagioni della vita di tutti: più metaforicamente, con ermetismo dichiarato, si preannuncia (o si ribadisce, visto che il brano apre e chiude il disco) ciò che in Powerfinger era allegoria: la perdita di un’innocenza, l’adolescenza che drammaticamente diviene maturità e dunque comprensione. Comprensione anche dei propri sbagli, delle proprie battaglie perse, che si riscattano e si perdonano solo se combattute con sincera inconsapevolezza giovanile. Non tutto si può salvare e sul campo di battaglia restano i morti (Elvis, Kobain) e i dispersi (Lost in Crystal Canyons), così come nella vita ci restano i rimpianti o il rammarico per ciò che non è stato fatto o che non si è avuto il tempo di finire, “and once you’re gone, you can never come back”; ormai è troppo tardi per un rimedio. Dalla mutazione non si torna indietro, ma, hey hey, ne vale la pena, anzi è indispensabile. Non preoccupiamoci: un nuovo pubblico è pronto a celebrare nuovi fasti e dimenticare nuove miserie.

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Neil Young: “Rust Never Sleep 1979” (Il tramonto di un’epoca – pt. one)
http://www.magazzininesistenti.it/neil-young-rust-never-sleep-1979-il-tramonto-di-unepoca-pt-one/

Neil Young:”Rust Never Sleep 1979″ (Thrasher”: quel che resta delle illusioni – pt. two)
http://www.magazzininesistenti.it/neil-youngrust-never-sleep-1979-thrashers-quel-che-resta-delle-illusioni-pt-two-di-

Neil Young:”Rust Never Sleep 1979″ ( Powderfinger: la perdita dell’innocenza – pt. three)

http://www.magazzininesistenti.it/neil-youngrust-never-sleep-1979%E2%80%B3-powderfinger-la-perdita-dellinnocenza-pt-three-di-giovanni-capponcelli/

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