Neil Young: “Neil Young” (1968) – di Fabrizio Medori

L’esordio discografico di Neil Young, il primo Lp a suo nome, arriva dopo lo scioglimento dei Buffalo Springfield ma l’aver fatto parte di una delle realtà musicali del periodo non aveva ancora reso il giovane canadese una star. Intorno a “Neil Young” (Reprise Records 1968) ruota un gruppo di persone poco nutrito e poco unito, l’atmosfera non è idilliaca, le registrazioni necessitano di più produttori e di tre studi differenti, lo stesso Young ha le idee un po’ confuse e non sempre riesce ad imporre il suo punto di vista sulla realizzazione di alcuni brani. Probabilmente l’abitudine al costante clima conflittuale che si è venuto a creare all’interno dei Buffalo Springfield non ha smaltito del tutto i suoi effetti e a volte il disco risulta essere iperprodotto, soffocato da arrangiamenti eccessivi. Quello che perde in termini di freschezza, però, viene riguadagnato in profondità, visto che la qualità dei brani registrati è molto elevata e c’è spazio per le ballad romantiche, i suoni rock e per due lunghe canzoni acustiche in perfetto stile folk.
Neil Young produce tutti i brani del disco, ma su alcune tracce è affiancato da quello che diventerà il suo produttore storico, David Briggs e alcuni altri brani saranno prodotti da una coppia di grandissimi musicisti, Ry Cooder e Jack Nitzsche. Quest’ultimo tornerà spesso a fianco di Young mentre la collaborazione con Cooder non avrà seguito, a causa della loro incompatibilità caratteriale. Oltre ai due appena citati, nel disco suonano il bassista Jim Messina, reduce dalle registrazioni di “Last Time Around” (1968), ultimo disco dei Buffalo Springfield, nei quali aveva sostituito Bruce Palmer, due differenti batteristi e sei coriste. Il disco è introdotto da un brano strumentale, The Emperor Of Wyoming che, probabilmente, ha l’unico scopo di disorientare l’ascoltatore con la sua allegra e poco incisiva melodia country. Lo stacco con The Loner è netto e la caratteristica voce del canadese trova il giusto arrangiamento per uno dei brani che, a torto o a ragione, è da sempre considerato il suo “autoritratto” in musica. È un brano che lo accompagnerà comunque per tutta la sua carriera, una delle pietre miliari del suo canzoniere. Segue un brano dalla struttura pop e dal sound decisamente acido, If I Could Have Her Tonight, nel quale possiamo ascoltare un’anticipazione delle sonorità che caratterizzeranno il disco successivo, “Everybody Knows This Is Nowhere” (1969). Il quarto brano è I’ve Been Waiting For You: grande romanticismo e suono che ricorda molto da vicino le produzioni dei Buffalo, soprattutto il già citato ultimo disco, uscito pochi mesi prima. Il lato A dell’incisione si conclude con un altro dei capolavori di Young, The Old Laughing Lady, una cavalcata folk appoggiata su un arrangiamento che prende in prestito qualche accorgimento dalla soul music, soprattutto nella parte che mette in evidenza il coro. Anche in alcune versioni eseguite dal vivo con il solo accompagnamento della chitarra acustica questo brano ha dimostrato la sua enorme potenza espressiva.
Anche il secondo lato del disco si apre con un breve strumentale eseguito dagli archi ed infatti si intitola String Quartet From Whiskey Boot Hill… l’unico brano ad essere composto da un autore che non sia Young, Jaclk Nitzsche. Il brano funge, in realtà, da introduzione a Here We Are In The Years che, non particolarmente apprezzata dalla critica, all’epoca, è una delle composizioni più riuscite del suo autore. Il brano era già pronto per essere incluso nell’album degli Springfield che non vedrà mai la luce a causa dello scioglimento del gruppo e viene qui registrato daccapo con un ottimo risultato, valorizzando la stesura musicale elaborata e mai ripetitiva, con un testo molto interessante e maturo. What Did You Do To My Life è un’allegra canzoncina pop, delicata e leggera, condita da un bell’intreccio di chitarre elettriche. I’ve Loved Her So Long torna su terreni un po’ più elevati, anche se la produzione di Nitzsche e Cooder appesantisce il tutto con arrangiamenti eccessivi e il coro parte a briglie sciolte fino a diventare un po’ invadente, coprendo quello stesso tipo di suono che avevamo già sentito su If I Could Have Her Tonight. La lunga conclusione è affidata al racconto di The Last Trip To Tulsa, una cavalcata folk nella quale, con il solo accompagnamento della chitarra acustica, Neil Young si lancia in uno stralunato racconto psichedelico e visionario. Spesso, negli anni 70, questo brano è stato riproposto dal vivo in versione elettrica ma nella scarna ed essenziale versione acustica si riesce a capire fino in fondo la grandezza della canzone e del suo Autore. Un disco che probabilmente paga il suo tributo all’inesperienza di Young e dei suoi straordinari collaboratori, chiamati a lavorare su una manciata di piccole gemme ma senza uno che si assumesse il ruolo di guida nei confronti degli altri; un disco che nasconde al suo interno molti passaggi memorabili e che merita ampiamente di essere considerato per quello che contiene, al di là degli arrangiamenti.

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