Neil Young with Crazy Horse: “Everybody knows this is nowhere” (1969) – di Fabrizio Medori

Neil Young non è ancora entrato del tutto nello star–system, non è ancora entrato a far parte del supergruppo con Crosby, Stills e Nash, si porta ancora appresso l’insoddisfazione per il risultato artistico del primo Lp, ma fa uno degli incontri più importanti per la sua carriera solista, i Rockets, non quelli pelati e verniciati d’argento provenienti dalla Francia, ma un oscuro gruppo californiano formato dal batterista Ralph Molina, dal bassista Billy Talbot e dal fuoriclasse Danny Whitten, alle chitarre. Tra Young e il gruppo è amore a prima vista e nel giro di pochi giorni li ingaggia per le registrazioni di “Everybody knows this is nowhere” (Reprise 1969) dando loro un nuovo nome: il disco che ne viene fuori è marchiato, infatti, Neil Young with the Crazy Horse e, sebbene non sia stato un successo commerciale soddisfacente, è una vera e propria pietra miliare nella produzione del canadese, nonché un perfetto esempio del suono che era finalmente riuscito ad ottenere.
Anni dopo Young definì il gruppo formato dai suoi amici come la terza miglior garage band di tutti i tempi, dopo i Rolling Stones e un altro gruppo che sta ancora suonando da qualche parte, aspettando di essere scoperto. Il frutto della prima collaborazione tra Young e i Crazy Horse è sicuramente molto più importante del successo commerciale che ha ottenuto, perché racchiude in sé le basi del suono di Young solista, sia elettrico che acustico, e perché contiene sette brani fondamentali, ognuno a modo suo, senza nessun orpello e senza una singola nota di troppo, proprio per evitare di ripetere l’errore commesso l’anno precedente. Il brano di apertura è Cinnamon Girl, un classico fin da subito, sempre presente nel repertorio del canadese. Bella melodia, fresca e allegra, bellissimo testo visionario. Proposta qui in versione elettrica, durante il tour da cui è tratto “Four Way Street” (1971), di C.S.N.& Y., Cinnamon Girl era compresa in un meraviglioso medley acustico, inserita tra The Loner e Down By The River, brano che chiude la prima metà di “Everybody knows this is nowhere”.
Il secondo brano è quello che intitola il lavoro, un altro bellissimo rock classico, ancora più breve del brano iniziale, nel quale risalta un bellissimo e scanzonato coretto. Il terzo brano paga una registrazione non all’altezza, con le splendide chitarre acustiche penalizzate da un suono opaco e tutt’altro che brillante, ma la bellezza della canzone e delle voci di Young e Robin Lane rendono Round And Round un’altra gemma preziosa. Il primo lato del vinile è chiuso da un altro classico, Down By The River, la prima delle storiche cavalcate elettriche di Neil Young, nella quale brillano di luce propria i lunghi intrecci di chitarre che portano la canzone all’inconsueta lunghezza di nove minuti. La seconda facciata del disco si apre con il country strascinato di The Losing End (When You’re On), canzone anticipatrice di una serie di brani presenti nei due dischi successivi e di successo molto maggiore. Sicuramente un brano che avrebbe meritato maggior fortuna. Il penultimo brano del disco, Running Dry (Requiem For The Rockets) è uno splendido esempio di psichedelia californiana, un tripudio di lente e inesorabili chitarre elettriche tremolanti, sulle quali si staglia il violino di Bobby Notkoff, a definire ancora meglio un’atmosfera onirica e irreale, un episodio stilisticamente piuttosto insolito, nel canzoniere del cantante di Winnipeg, ma perfettamente centrato e altamente evocativo.
A conclusione Neil Young e David Briggs, produttori dell’album, posizionano Cowgirl In The Sand, uno degli apici di tutta la produzione di Young, un’altra lunga (arriva a dieci minuti) cavalcata elettrica (su “Four Way Street” è presente in una altrettanto memorabile versione acustica). Nessuno dei brani che compongono il disco può essere considerato un riempitivo, sebbene quest’ultima canzone rasenti la perfezione e tre dei quattro presenti sul primo lato dell’Lp ci si avvicinino molto. Neil Young si è spesso lamentato della produzione del suo primo disco solista, che soffre di un utilizzo quasi soffocante delle possibilità date dallo studio di registrazione; di questo “Everybody knows this is nowhere” ha sempre posto in luce, al contrario, la spontaneità e la compattezza dell’esecuzione, a discapito della perfezione formale e della pulizia del suono. Sono sicuramente due punti di osservazione differenti della grandezza di uno dei più importanti e significativi cantautori nordamericani, un genio visionario ed eclettico, capace di esaltare, ed esaltarsi, sia nei panni del delicato folk singer, immerso in una dimensione prettamente acustica che in quelli ruvidi del rocker, perfettamente a suo agio tra tonnellate di amplificatori urlanti. La prima collaborazione con i Crazy Horse parte decisamente nel migliore dei modi, lasciando un solco profondo nel cuore di tutti gli appassionati del West Coast sound.

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