Neil Young: “Songs For Judy” (2018) – di Capitan Delirio

Forse non è un caso se Neil Young, per tornare a pubblicare un live album, abbia scelto proprio le registrazioni che risalgono alle esibizioni tenute nel 1976. I ventidue brani, infatti, più un inedito, No One Seems To Know, che compongono l’ultimo “Songs For Judy’, ripercorrono per buoni tratti la sua storia artistica: dai primi album con i Buffalo Springfield a quelli incisi con i Crazy Horse, fino appunto al 1976. Selezionati durante i concerti proprio nell’anno che per lui rappresenta una svolta, una rinascita, dopo un lungo periodo di sofferenza e tribolazioni varie. Infatti questo live presenta una caratteristica fondamentale, scelta proprio per questo progetto, i brani sono tutti in acustico per dare quella sensazione di intimità assoluta tra chi si esibisce e chi ascolta. Partono i primi arpeggi alla chitarra, la voce intona i primi versi e si entra immediatamente nell’universo di Neil Young in cui si può rimanere incantati allo stesso modo di come può succedere nel mondo di Dorothy e il Mago di Oz. Basta ascoltare il ritmo del suo cuore, basta ascoltare e riconnettersi con Heart Of Gold per vivere quel periodo. Composta durante un infortunio alla schiena che non gli permetteva di stare a lungo in piedi e di utilizzare la chitarra elettrica, fu costretto a concentrarsi su quella acustica. Risulta facile immedesimarsi immediatamente con questa ricerca sincera e appassionata che ha prodotto questo Folk verace, fatto di chitarra, armonica e testi intelligenti che, nel 1972 gli valse la fama definitiva con “Harvest”. Pochi e basilari elementi che potevano bastare per conquistare il gusto e le classifiche, con un imprescindibile ingrediente: lo spessore umano che ne esalta la profondità comunicativa. Lo stesso vale per brani come After The Gold Rush eseguito, però, al pianoforte. Quando parte il riff di Mr. Soul si percepisce che la grandezza di certe composizioni rimane tale per sempre. In qualsiasi versione e qualsiasi arrangiamento. Man Needs A Maid suona dolce e controversa come sempre, dolce e disperata, tanto da conquistare qualsiasi ascoltatore, soprattutto l’attrice a cui è dedicata. Con Carolyn Snodgress iniziò una relazione che poi portò alla nascita di un bambino con seri problemi al cervello. Altra, non unica, batosta esistenziale. Considerando che questa ballata romantica è inserita in “Harvest” (1972), uno dei suoi album mitici… poi la strada per lui sarà tutta in salita. Dello stesso disco troviamo, infatti anche, l’omonima e malinconica Harvest e il brano, The Needle And The Damage Done, dedicato al suo amico collega Danny Whitten, morto per abuso di sostanze. Episodio che lasciò un segno profondo e una spossante depressione nel suo animo già minato, riversata in uno degli arpeggi di chitarra più belli in assoluto della storia del Rock. Un amico con cui aveva condiviso il palco e le sostanze, portato via da una dose di troppo. Ogni brano una storia, ogni brano un’emozione. Neil Young ci racconta tutto senza filtri, senza abbellimenti, a volte anche con qualche incertezza, per rendere tutta le tensione emotiva e la voglia di donarsi con generosità, in tutta la sua essenza umana, consapevole di aver attraversato un periodo difficile e con la voce piena di speranza per affrontare il futuro, anche se dovesse andare incontro ad un altro periodo altrettanto difficile. Tutto il Neil Young che ci si aspetta.  

Tracklist: 1. Songs For Judy intro. 2. Too Far Gone. 3. No One Seems To Know.
4. Heart Of Gold. 5. White Line. 6. Love Is A Rose. 7. After The Gold Rush.
8. Human Highway. 9. Tell Me Why. 10. Mr. Soul. 11. Mellow My Mind.
12. Give Me Strength. 13. Man Needs A Maid. 14. Roll Another Number.
15. Journey Through The Past. 16. Harvest. 17. Campaigner. 18. Old Laughing Lady.
19. The Losing End. 20. Here We Are In The Years. 21. The Needle And The Damage Done.
22. Pocahontas. 23. Sugar Mountain.

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