Neil Young: “Rust Never Sleep 1979” (Il tramonto di un’epoca – pt. one) – di Giovanni Capponcelli

Sono passati quasi 40 anni da quando, nel luglio 1979, usciva “Rust Never Sleep”, album a firma Neil Young & Crazy Horse. Live mascherato da incisione ufficiale: la scaletta propone canzoni che il cantautore canadese già da circa un anno portava in tour e che sarebbero state riconfermate sul doppio album successivo (“Live Rust”). Erano quelli anni di vitalità intensa culturale e sociale, specialmente in Inghilterra e per motivi diversi anche in altre parti del mondo (Italia inclusa). In musica assistiamo al progressivo distacco del Rock da tutto quel pubblico che, nel bene o nel male, ne era stato il destinatario designato nei 20 anni precedenti, che ne aveva celebrato i fasti e spesso perdonato le miserie, a partire da Maybelline e Blue Suade Shoes, passando per il Mersybeat, la British invasion, le Summer of Love e mille altre tendenze anche solo d’un’estate. I mitici gruppi della prima generazione o erano già scomparsi, sepolti dal tempo o dalla terra (Beatles, Byrds, Hendrix…) o apparivano ormai troppo vecchi (non solo anagraficamente) per poter essere credibili (Stones, Kinks, Grateful Dead…): non è facile presentarsi sul palco quando per tanto tempo si è sentenziato che con il rock difficilmente si superano i 30 anni; dal canto loro artisti sorti successivamente, di seconda o terza generazione, erano a tutti gli effetti e da entrambe le parti dell’oceano, borghesi miliardari e pieni di paranoie, contenti della loro decadenza, insensibili al passare del tempo (Led Zeppelin, Genesis, Bowie…). Fu facile quindi per nuovi generi inserirsi negli spazi lasciati vuoti dal “vecchio” rock, intercettando quelle fasce di pubblico che difficilmente si riconoscevano negli eroi d’un tempo. Il punk, il più sbandierato, ma anche la musica disco, la New Wave, il nascente Heavy Metal (NWOBHM), addirittura le prime rime Hip Hop fanno la loro prepotente comparsa sul mercato discografico sempre pronto ad accettare inversioni radicali, in cambio di buone previsioni di profitto. Dal canto loro Roland, Sony e Philips giocano un ruolo di non minore impatto sul versante tecnologico con la commercializzazione dei “sequencer”, del Walkman e del Compact Disc, che segnano una virata decisa sia nel sound che nella produzione e distribuzione discografica. Neil Young, voce critica (ove non polemica) e spesso fuori dal coro già dai primi anni 70, non poteva esimersi dal gettarsi nella mischia di un simile ribaltamento sonoro, per analizzare, lanciare accuse o spiegare più semplicemente che è solo attraverso il cambiamento che possiamo migliorare. O sopravvivere. “Rust Never Sleep”, LP bifronte, una facciata puramente acustica, l’altra elettrica fino all’estremo, è impregnato del tempo in cui ha visto la luce: Young cita Presley, Johnny Rotten, i suoi vecchi compagni della West Coast, il mondo Indiano da Marlon Brando a Pocahontas; si ispira ai Devo per My My, Hey Hey; in una rete di riferimenti e suggestioni che traggono linfa direttamente dall’attualità, proprio nel tentativo di spiegarla o almeno di tracciarne il percorso o tentare previsioni. Senza dimenticare l’aspetto musicale che gli garantirà canzoni destinate a rimanere in scaletta e repertorio fino ad oggi. Lo accompagnano i Crazy Horse con cui Young ha sempre prodotto le opere migliori: Ralph Molina alla batteria, Billy Talbot ancorato al basso e Frank “Poncho” Sampedro alla chitarra ritmica, i cui intrecci con la solista grezza e voluminosa del leader definiranno un sound che dieci anni dopo verrà chiamato “grunge”. Un legame quello con la musica di Seattle molto più fisico, addirittura drammatico, di quanto potremmo pensare. Cosa aggiunge ad un disco già ottimo e di spessore, con un’aura quasi profetica. Delle nove trecce, tutte molto belle, che esibiscono un suono senza compromessi tra il dolce folk west-coast e l’aggressività in stile Stooges, alcune aiutano a sviscerare le ragioni e gli effetti di un’epoca che cambia, di un’avventura che si trasforma; in cui c’è bisogno di piedi che camminino avanti, ma con lo sguardo a tratti rivolto indietro. Come alla fine di una meravigliosa era glaciale mesozoica, al tramonto della quale i non pochi che vissero un tempo restano immobili ma sfolgoranti “like the dinosaurs in shrines”.

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