Neil Young: “Roxy: Tonight’s The Night Live” (2018) – di Massimiliano Speri

Da qualche mese corre voce che Neil non stia granché bene. Ne parlano un po’ tutti, ma nessuno sa esattamente di cosa si tratti: chi tira in ballo una malattia grave, chi problemi con la droga, chi una depressione molto pesante; i più informati evocano la morte di un suo amico, ma vallo a sapere se non è l’ennesima leggenda metropolitana fuori controllo. Vuoi vedere che è proprio lui a mettere in giro queste dicerie, per disorientarci e farci capire che è stanco di tutto questo successo, di tutte queste attenzioni, che insomma dobbiamo lasciarlo in pace per un po’? Di sicuro, gli ultimi due segnali inviati hanno contribuito ben poco a fare luce sul mistero: un doppio, stranissimo disco uscito l’anno scorso, “Journey Through The Past”, colonna sonora di un film autobiografico mai uscito, contenente per lo più vecchie canzoni; e un lungo tour in cui, al contrario, ha suonato solo pezzi inediti e durante il quale, a detta dei presenti, non era esattamente al top della forma. Mi è dispiaciuto mancare, a quel tour. Negli ultimi anni ho seguito molto Neil, ma non sono ancora mai riuscito a vederlo dal vivo, sarà che la mia base operativa è geograficamente e culturalmente tagliata fuori da certi giri: stavolta non posso proprio perdermelo! E poi mi incuriosisce questo locale sulla bocca di tutti che ha appena aperto a Los Angeles: sarà l’occasione per farmi un giro in questa grande città, che per i provinciali come me è un luogo tanto affascinante quanto spaventoso. Arrivo al Roxy con abbondante anticipo, ma c’è già una fila bella lunga: ho fatto bene a prendere i biglietti per tempo! A qualche metro da me, un tipo che ha l’aria di saperla lunga sta illuminando un suo amico: sostiene di aver assistito al soundcheck e di essere riuscito a sbirciare una scaletta e, nell’uno e nell’altro caso, di non aver riconosciuto nessuna canzone storica. Prendo la soffiata con le pinze, ma non riesco a non pormi qualche domanda: se fosse vero, perché mai una scelta così drastica, ancora una volta? E sopratutto: mi farebbe piacere o no assistere ad un concerto di solo materiale inedito? Cosa è più gratificante per uno spettatore, la sorpresa o l’usato sicuro? Una sola certezza: sono sempre più curioso e impaziente. In una sala gremita, dopo una lunga attesa che non può non intimorirci dati gli insistenti dubbi sulla sua salute, sale sul palco un tizio (il suo manager, scopriremo più tardi) che, dopo averci ringraziato per la pazienza, introduce la serata in maniera a dir poco laconica: “per il piacere vostro e sicuramente nostro, Neil Young!”. Ed eccolo finalmente comparire sulla ribalta, con un look piuttosto diverso da quello a cui ci aveva abituati: giacca di gessato bianca al posto della cara vecchia flanella, barba lunga a mascherare quel viso da indiano inquieto e un paio di grossi occhiali scuri, impenetrabili come il buio che avvolge il locale. Sorride in maniera vagamente etilica, ringrazia noi e la persona che l’ha preceduto, proferisce un enigmatico “benvenuti a Miami Beach” (forse un ironico riferimento all’omonimo, e più famoso, teatro sulla costa opposta?) e si siede ad un pianoforte da cui, chissà perché, pendono alcuni grossi stivali un po’ glam (“la prima ragazza in topless che si fa viva ne avrà uno, signori e signore!”, afferma con fare da teleimbonitore). Riconosco la maggior parte dei musicisti che lo accompagnano, le stesse facce intraviste in diverse foto degli anni precedenti: si potrà dire lo stesso della scaletta? L’attacco, tuttavia, è così spettrale e inconsueto da disintegrare immediatamente questa possibilità: piano e chitarra che generano veloci trilli sopra poche note di basso spezzate da secchi break di batteria, poi un coro salmodiante che ripete un unico, ipnotico verso, profetico e sinistro: “tonight’s the night”. L’andamento trascinato è lo stesso del country rock con cui ha scalato le classifiche, ma tutto sembra come imbevuto di cloroformio, molle al punto da non reggersi in piedi, come se non ci fossero un tempo o una struttura a tenere teso il tendone. Lo sviluppo è così sconclusionato che verrebbe voglia di picchiarlo: la prima strofa scorre sullo stesso, pigro binario prima di tornare sul fantasmatico tema principale, prende più vigore nella seconda e si mantiene incalzante razzolando in un confuso solo di pianoforte, per poi riproporre parte del testo iniziale e infine spegnersi in un ultimo, solenne coro a cappella; il tutto senza schiodarsi mai dalla medesima tonica, come un lamento catacombale. Ma se la musica non è delle più rassicuranti, è il testo a mettere i brividi, confermando il pettegolezzo che eravamo pronti a liquidare come infondato: non solo viene detto in maniera lapidaria che un suo amico è morto, ma ne vengono scanditi a chiare lettere il nome e il cognome (Bruce Berry), svelandone senza troppi pudori la causa del trapasso (un’overdose di eroina) e ricostruendo con dovizia di particolari la ricezione della terribile notizia (la classica telefonata che ci lascia penzolanti dalla cornetta). Siamo pietrificati. Ci aveva abituato ad atmosfere malinconiche e testi sofferti, ma qua si parla di disperazione pura, e con una tale violenza da mettere non poco a disagio. Non sussistono dubbi: non sarà un concerto qualsiasi, questo qua. Ma Neil è notoriamente imprevedibile, spiazzare è il suo mestiere, e decide di dare subito prova della sua stravaganza: come se niente fosse, dopo averci sprofondato nelle tenebre più angustianti, la band attacca una scanzonata polka strumentale, con tanto di piano saltellante e sviolinate di armonica, quasi una sigla per sdrammatizzare la pesantezza del brano precedente. E come se tutto non bastasse, alla fine del breve intermezzo il frontman esclama divertito “abbiamo qualche altra canzone per voi stasera!”. Qualche altra? Ma se il concerto è appena iniziato! Davvero, a questo punto non so cosa altro aspettarmi… ironicamente, proprio ora che sono pronto a tutto arrivano due brani più “normali”, per quanto eseguiti con la precarietà di un pachiderma sull’orlo di un precipizio: il primo è una languida ballata scandita dalle classiche pennate sincopate, spremuta su un registro così alto da stremare anche una voce acuta come la sua; il secondo è un brano più rock, con un riff ben definito e pure un breve assolo, ma suonato in modo così meccanico e smorto da risucchiare qualsiasi enfasi. In tutte e due le canzoni Neil si è ricollocato alla chitarra, che non è la sua ammaccata Old Black d’ordinanza ma una Telecaster nuova di zecca, tanto per sparigliare le carte anche sul fronte tecnico. Dopo la rituale presentazione della band, in cui il leader si qualifica come “Blind Melon” e il bassista ci comunica che “più veloce beviamo, meglio suonano”, Neil torna al piano e si immerge in una swing ballad da ore piccole, un po’ ubriaca ma ispirata, scambiandosi torride frecciatine soliste con il chitarrista. E’ poi il turno di una canzone “scritta nel corso del suo ultimo tour americano, intitolata ‘Albuquerque’”: un brano davvero stupendo, intenso come un tramonto sul New Mexico, simile a certe dilatazioni elettriche dei Crazy Horse ma ancora più traboccante di tristezza e nostalgia, con un incantevole lavoro di piano e una lap steel penetrante come un ago. L’atmosfera è così magica che non può certo lasciarsi sfuggire l’occasione per rovinare tutto con una sciocchezza delle sue: “Dieci anni nello show business, gente… a volte mi sento come Perry Como!”, prima di trapassarci il cuore con una breve elegia polifonica, accompagnata solo da chitarra acustica e pianoforte. “Il prossimo brano è dedicato a David Geffen, che è in mezzo a voi… e anche a tutti i poliziotti presenti in platea, se ce ne sono…”, e il perché lo capiremo presto: un ambio country sfacciatamente indolente, improbabile inno all’erba inalata a pieni polmoni a zonzo per le interminabili highway americane, in cui rievocare i tempi ormai lontani di Woodstock e trascinarci in un singalong quantomai sbilenco, che dice di apprezzare (“non cantante molto forte, ma siete fantastici!”), premiandoci nel toglersi gli occhiali da sole “per soli cinque secondi”. Gli occhi sembrano d’altronde i grandi protagonisti della canzone seguente, una lunga e sofferta camminata bendati, cantata con grande trasporto, in cui un non meglio precisato interlocutore viene ripetutamente sollecitato ad “aprire gli occhi stanchi”. Ancora una volta, sceglie di mandare tutto a ramengo con una trovata surreale: “è il momento di far festa!”, esclama con inattesa convinzione, ma il risultato è null’altro se non una nuova versione dello sconsolato brano d’apertura, condotto con giusto un pizzico di pepe in più, ma attestandosi comunque sotto la soglia degli inferi. Per fortuna, la chiusura viene affidata ad una melodia più ottimista, anzi addirittura pimpante, con un ritornello che sprona il mondo intero a “tirare avanti”, presentata scherzosamente come un vecchio classico. Prima di andar via ci lancia un ultimo ghigno, tutto da interpretare: io lo prendo come un semplice gesto di complicità verso un pubblico che, con lo stesso entusiasmo, ha sopportato/supportato tutti e due i lati della sua tormentata personalità. Diavolo di un Neil. A cosa ho assistito questa sera? E’ prevalsa la commozione o lo spasso? Mi ci vorrà del tempo per riorganizzare queste sensazioni, ma di sicuro nulla di tutto ciò mi ha lasciato indifferente, né potrò mai dimenticarlo. Quanto a lui, in privato avrà magari conosciuto giorni migliori, ma davanti a noi si conferma gigantesco e luminoso come sempre.

p.s.: per amor di cronaca va precisato che il materiale contenuto in questa incisione è tratto da tre differenti esibizioni, accorpate in modo da sembrare un unico concerto. Abbiamo finto di ignorare questo dato per ovvie esigenze narrative, mantenendo invece il presumibile stupore di uno spettatore dell’epoca di fronte a un repertorio ancora inedito.

Illustrazioni: Roberta Tarquini © tutti i diritti riservati 
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