Neil Young + Promise of The Real: “The Visitor” (2017) – di Vincenzo Corrado

Di risvolti fondamentali ce ne sono stati eccome, in questo iperbolico 2017. Quello più fatalmente importante è stato, di sicuro, l’elezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti d’America, che di certo non ha ricevuto molte gloriose accoglienze, dal mondo della politica passando per quello dello sport, fino al mondo della musica. Paul McCartney, Roger Waters e gli U2, fino a Neil Young con il suo ultimo sgangherato LP, hanno manifestato pubblicamente il loro disappunto per l’elezione del nuovo presidente. Il settantenne “pazzo” canadese, supportato da Lukas Nelson & Promise of the real – la band del figlio di Willie Nelson – è uscito allo scoperto con “The Visitor”, il suo quarantesimo album in studio dal 1968 ad oggi… roba da pazzi. Chitarre che stridono e versi che picchiano esaltano il potere provocatorio dei dieci brani del disco, che non si cela certamente dietro un alone di malinconico blues. Ne è la prova la traccia d’apertura Already Great che, immediatamente e senza fronzoli, si concede un’”amichevole” tirata di orecchie proprio al neo presidente Trump: “I’m Canadian by the way / And I love the USA / ( My American friend) / I love this way of life / The freedom to act and the freedom to say […] Already great / You’re already great / You’re the promised land / You’re the helping hand / (No wall) / (No ban) / (No fascist USA)”. Pur essendo stato politicamente altalenante e mutevole, questa volta Neil Young sembra avere le idee chiare e vuole manifestarlo come al suo solito: senza voli pindarici, navigando nel groviglio eccentrico della sua musica e cantando come su di un logoro trespolo le gesta tragicomiche di un’epoca che lo ha inglobato. Nella solenne Stand Tall, Young inneggia, con riff ringhiosi, allo stare in piedi per il proprio pianeta, all’unirci contro chi vuole infangarlo: Some say it’s the era of sedition / Our way of life turning upside down / Old ideas put out on exhibition / Like criminals paraded through the town / You can turn with me / We can face this foe / Wherever you go/Whatever you do / We win when you and I / Stand tall”Senza perdere di vista il fulcro di queste nuove ballate elettriche, Neil “Cavallo Pazzo” Young, “aggiorna” quest’album con pezzi che mischiano un po’ le carte nel suo solito folk-rock-blues, come il sound in salsa latina di Carnival, che riporta inevitabilmente al caro vecchio Santana; e Children of destiny, dalle singolari sonorità evocative da commedia musicale, che lascia un po’ l’amaro in bocca con il suo andamento confuso e inconcludente. Diggin’ a Hole è un grinzoso blues di poche parole che, a quanto pare, non passa mai di moda; e Forever è l’ultima lunga (forse troppo lunga) ballata semiacustica che, lentamente e con voce mesta, narra di una visione della terra, poi non così sbagliata: “Earth is like a church without a preacher / The people have to pray for themselves / Animals and birds cannot help them / Trees and plants have nothing new to say”. “The Visitor” avvolge tutto ciò che è sotto i nostri occhi in modo chiaro e schietto e Young presta la sua voce e il suo ingegno unico a questa causa, come ha sempre fatto per cinquant’anni di onorata carriera perché, anche in questo disco – al di là di una opinabile povertà stilistica – il contenuto è fortemente intriso di verità, che oggi più che mai è ciò che può far smuovere qualcosa.

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2 pensieri riguardo “Neil Young + Promise of The Real: “The Visitor” (2017) – di Vincenzo Corrado

  • Dicembre 28, 2017 in 1:04 pm
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    Un disco che mi è piaciuto, zio Neil ha ancora parecchio da dire e non ha mai smesso di essere combattivo, il primo pezzo del disco sembra quasi una risposta a quando Trump ha preso (diciamo in prestito) la sua “Rockin in a free world” per la sua campagna elettorale. Ottimo pezzo 😉 Cheers!

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